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Domenica di Pentecoste

At 2,1-11; Sal 103; 1Cor 12,1-11; Gv 14,15-20

19 maggio 2013

“Non vi lascerò orfani, verrò da voi”.

E’ il dono dello Spirito, della sua presenza d’amore che porta nel mondo il nuovo linguaggio della carità che convoca, riconcilia e ci dona la nuova fraternità, quella che va, nel tempo che viviamo, annunciata e testimoniata dai discepoli di Gesù, dalla Chiesa che è stata riunita nel cenacolo e che per la forza e il calore dello Spirito è andata sulla piazza e da lì, da tutte le regioni conosciute, è sorta la nuova speranza dell’incontro con il Gesù risorto, che verrà ancora. Non siamo orfani, siamo credenti che attendono il suo ritorno, vivendo ciascuno con le pluralità dei carismi di cui Paolo ci parla nella lettera ai Corinzi.

La Chiesa è questo mistero di comunione che testimonia e vive nell’attesa della rivelazione piena dell’amore di Dio che ci chiama, chiama tutti alla festa della pace che è perdono, misericordia. Noi, in questo tempo, viviamo nell’attesa con lo Spirito che è in noi, geme e invoca il Padre che ci ha creati, che ci vuole e ci dona già di essere suoi figli. Questo è il mistero della Pentecoste, oggi nasce la Chiesa che è comunione, è comunità in cammino che deve suscitare dove vive e fa memoria della Pasqua la sequela a Gesù, al suo modo di vivere, alla sua Parola che va custodita con la sapienza dei poveri di spirito che attendono, che chiedono “Maestro dove abiti?”. Gesù ci ha lasciati, è salito al cielo, ma ci ha meritato lo Spirito che ci fa desiderare di essere con Gesù e ci fa annunciatori della sua speranza. Nel mondo che viviamo, vicino e lontano vi è custodita la Parola che salva, che è incarnata nella vita dei suoi discepoli che non possono far altro che amare e gratuitamente essere per gli altri, perché riceviamo questo dono che non va trattenuto ma donato, celebrato nel nostro essere comunità di discepoli. Anche qui, in questa Casa, oggi dobbiamo vivere la festa dello Spirito, questa nascita che dà senso al nostro cammino. E Gesù ci indica e ci dice di imitarlo, di vivere da poveri che si mettono sulle sue orme.

E’ l’entusiasmo della scelta di essere imitatori di Gesù, resa possibile perché non siamo orfani, anzi lo Spirito ci spinge e ci invita ad essere Chiesa povera dei poveri. Papa Francesco ci chiede, ci invita così come aveva detto Papa Giovanni XXIII prima dell’apertura del Concilio (11 settembre 1962):”In faccia ai Paesi sottosviluppati  la Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Sì, questa Eucarestia che celebriamo nel giorno della Pentecoste non ci lascia respirare di solitudine rassegnata, ci invita ad attraversare le nostre paure, le nostre difficoltà. E’ il colpo d’ala dello Spirito che deve scuoterci dal nostro vivere a volte stanco e abitudinario. Ricordo una frase di don Tonino: “Una Chiesa povera, semplice, mite che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità, che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella dell’insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore e per il resto debole”. Sì qui viviamo, vivo, forse mai come in questo periodo, questa debolezza, il limite del nostro operare, il fastidio di troppe sicurezze ostentate e coperte dal fare. La prima debolezza amata è l’umiltà del silenzio, della preghiera, vissuta con i volti, gli incontri che viviamo nel nostro stare nel mondo, soprattutto in quelle che Papa Francesco chiama “le periferie esistenziali”.

La fraternità in Cristo non è una fraternità chiusa, autosufficiente e autoreferenziale, bensì aperta, accogliente, ospitale e itinerante. La povertà evangelica affratella, l’accumulo di ricchezze divide. Gli ordini mendicanti sono stati una risposta evangelica e culturale alla società dei comuni che si era aperta al dominio del denaro che arricchisce i ricchi e impoverisce i poveri. Sono stati una risposta evangelica alla Chiesa istituzione e troppo clericale del tempo. E’ questa freschezza evangelica che dobbiamo accogliere oggi, anche nel nostro essere qui a condividere lo spezzare il pane e la memoria della Pasqua. Una chiesa che sa mendicare, chiedere aiuto. E allora sono loro, i poveri che pensiamo di aiutare, che ci regalano la freschezza della Pentecoste, questo nuovo linguaggio che ha unito anche coloro che venivano da lontano. Il povero è colui nel quale si nasconde  e si rivela il mistero del Signore Gesù. I poveri o ci abitano oppure non esistono per noi, anche se compiamo ogni tanto un gesto di beneficienza. Lasciarsi abitare dai poveri significa allenarsi a vederli, essere disponibili a provare compassione, che è una forma di sofferenza, è pensare la vita a partire da loro. E’ un mettere in discussione le nostre abitudini, il nostro modo di vivere, sia in termini personali, che ecclesiali che sociali.

Ecco perché dopo va meditato così mi sono messo in ginocchio ad adorare questo Gesù, povero, che non ci lascia orfani e ho consegnato a Lui davvero noi, questa Casa, i suoi volti perché possa sentirsi davvero il soffio dello Spirito e non ci si senta  soltanto, come di Papa Francesco, una “ong”. Forse, o certamente, dovremmo rispondere anche organizzando, ma va liberata questa gratuità  che comunque deve scorrere in noi, per liberare la fantasia della carità e restituire a noi la semplicità di sognare come dice il profeta Gioele:” Effonderò il mio spirito su ogni uomo e diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie; i vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni”.

Spirito Santo,
tenerezza accolta
illumina e riscalda
i cuori e le menti,
i corpi affaticati
di quanti abitano,
incontrano questa Casa.

Non lasciarci orfani
E il tuo amore
Attraversa le nostre paure
Attiraci con il tuo calore
Perché non diventiamo
Ascoltatori freddi
Della povertà altrui.

Semina in noi
La speranza ingenua
Di chi chiede e richiede
Si fa mendicante
Come il cieco nato,
come lo storpio
rimesso da Pietro in piedi
nel nome di Gesù.

Tendiamo la mano,
abbiamo l’ardire
di chiederti
con l’ansia impaurita
di aiutarci,
di non lasciarci soli.
Porta in noi
L’ebbrezza del tuo amore.

Tanti linguaggi,
parole consumate
scorrono tra noi,
in questa casa.
Ottanta, novanta Paesi
Continuiamo a dire
A comunicare orgogliosi.
Spirito Santo
Fa vibrare
Nel cuore di ognuno
Quel calore appassionato
Che dà a ciascuno
Il nome custodito
Del tuo amore.

Allontana da noi
L’arroganza nascosta
che per ognuno accolto
Si affanna a cercare
Risposte calcolate.
Donaci la follia
Ingenua e appassionata
che in ognuno che chiede
Nascosta vi è
La carezza del tuo amore.

Spirito Santo
Abbraccia noi
Questa Casa
I suoi poveri
Con la tua sapienza
Che ci rende tutti
Capaci
Del linguaggio d’amore,
per il convito di festa
che tu hai suscitato
con il tuo soffio,
fiammella di fuoco,
che ha spalancato le porte
del cenacolo chiuso
e portato in piazza
quel vento impetuoso
che trascina ancora
per sempre davvero
il nostro cammino
di Chiesa povera
con l’umanità intera.


Sì, benedici questa Casa
sostienila
Ti chiediamo, osiamo insistere
Prendici per mano
Spirito d’amore.

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