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IV Domenica di Quaresima

Es 17,1-11; Sal 35; 1Ts 5,1-11; Gv 9,1-38b

10 marzo 2013

Mi soffermo solo su alcune suggestioni di carattere personale poiché la Parola di oggi è così abbondantemente ricca di insegnamenti che chiede ad ognuno silenzio e ascolto. “Mosè alzava le mani e Israele vinceva” Ciò significa che la preghiera entra nella dinamica della storia che vive. Non è un rituale esterno a cui rifugiarsi per sottrarsi alle contraddizioni e sofferenze della storia piccola o grande che viviamo. Pregare è dunque è una scelta che accompagna la nostra responsabilità, per piccola che sia, nella vicenda umana che viviamo. E quando le difficoltà sono aspre, tanto più bisogna mettersi nel mezzo e far diventare la preghiera un tempo di intercessione. In questo periodo di attesa anche ecclesiale, di eventi che interrogano noi credenti, ci è richiesto di non smarrire questa dimensione e non renderla un accessorio a fronte di tanti eventi che anche ci inquietano. Vedo troppo il pericolo di non fidarsi dello Spirito che conduce e che comunque Gesù ci dice che è all’opera. Lo è anche nel Vangelo del cieco nato. Un giovane cieco dalla nascita che chiedeva l’elemosina. Questo cieco si fida di uno sconosciuto e va alla piscina di Siloe, si porta del fango sugli occhi e inizia a vedere. E’ il segno di una umanità smarrita, che sta chiedendo aiuto e che improvvisamente è sanata perché si fida. Bisogna educare ad imparare da questo cieco giovane che è addirittura dimenticato dai suoi genitori, generazione adulta che non vuole rischiare di perdere sicurezza, vuole stare nel tempio dei rituali dell’esteriorità, dove anche la religione diventa un sistema di protezione della proprie posizioni di potere. Ci sono regole e leggi possedute dall’ipocrisia.

Questa giovane con la sua richiesta di aiuto, con il suo fidarsi diventa segno di una religiosità fragile e vera, autenticamente umana, che si fida e che vive della sua semplicità che, irrita i saloni del sapere, che costringe i genitori adulti a rivelare la loro indifferenza egoista. Ma questo giovane è scacciato fuori dal tempio, è un giovane che chiede l’elemosina e per questo tollerato, anzi bandito da quella religiosità che non vuole essere sorpresa dal vincolo del vedere in modo nuovo. Ma diventa un credente fuori dal tempio che si sente di inginocchiarsi e proclamare che Gesù è colui che gli ha donato un vedere che dalla nascita era a lui negato. Ecco, questo Vangelo è indicatore di come dobbiamo lasciarci convertire. Non elemosina che sancisce il potere dell’aiuto, ma come condivisione che riconosce la povertà e che la salvezza viene dall’”inginocchiarsi” a Gesù e a nessun altro. ”Sia che vegliamo sia che dormiamo, viviamo insieme con Lui” così dice Paolo nella lettera ai Tessalonicesi. Ecco la fede che ci è richiesta: essere sguardo interiore. E’ rinnovare lo Spirito perché ci dia luce, ci indichi a quale fontana dobbiamo andare per cercare di recuperare la vista. E’ inutile nasconderlo: viviamo una crisi profonda non solo esterna, ma che ci riguarda. Tutti abbiamo momenti di forte preoccupazione che entra nel nostro quotidiano. Non sappiamo dove andare, non vediamo via d’uscita. Siamo ansiosi a volte e questa ansia ci lascia sobri, vestiti con la corazza della fede e della verità, avendo come elmo la speranza della salvezza, dice Paolo. Ecco pregare significa anche restituirci l’esigenza di una vita evangelicamente solida, avere uno stile di vita che sa essere pieno di riconciliazione, di richiesta di perdono, di domanda di salvezza. Ecco che il cammino quaresimale, che è ormai è a metà, ci trovi  da oggi più sollecitati alla conversione e a una vita che sa dire davvero: ”Cristo, Signore”.

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