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I Domenica dopo il martirio di San Giovanni il Precursore

Is 65,13-19; Sal 32; Ef 5,6-14; Lc 9,7-11

31 agosto 2014

Inizio con una frase che mi ha interrogato : “Per tutta la vita, devo confessarlo, sono stato sospinto da due forze che hanno operato  assieme. Innanzitutto la collera, l’impossibilità di accogliere  il mondo così com’è. L’altra forza è la luce . oggi forse parlerei di trasparenza. Potrei dire: è la fede”. Le ho ricordate oggi riflettendo sulla lettera agli Efesini “tutto quello che si manifesta è luce”. Queste parole sono di Paolo Dall’Oglio, il gesuita di cui non si sa più nulla, che amava e ama quella terra di Siria dove abitò fondando e rinnovando un monastero  come luogo di silenzio, di pace sofferta. Ora tutti speriamo di poterlo riavere tra noi, ma soprattutto ci sentiamo in profonda comunione con le sue parole che commentano la lettura che abbiamo udito.

Oggi la liturgia ci propone come riferimento il martirio del Battista per vedere e stare nella storia di oggi partendo dai martiri , proprio come Gesù è martire, ha dato la sua vita perché ciascuno di noi l’abbia in abbondanza. E’ il paradosso della fede che ci fa abitare la gioia che il profeta ha detto “creò Gerusalemme per la gioia e il suo popolo per il gaudio”. Come si fa a gioire, a far diventare profezia di futuro una gioia che sembra sepolta da tanto odio e ingiustizia? Nel Salmo abbiamo detto “Il Signore vede tutti gli uomini”, “Ha plasmato il cuore di ognuno” ma come è possibile? In noi sta lo sgomento del dolore ingiusto, la sofferenza delle vittime. Si parte da lì per ascoltare “svegliati tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà”. Erode sente su di sé  l’aver decapitato il Battista, ha fatto fecondare la terra di profeti, anzi, ha annunciato che Gesù è il profeta che salva, che dà la vita. Gesù vorrebbe  custodire in disparte, in un luogo solitario, lo sguardo del mondo per non disperdere il silenzio del dolore.  E’ richiesto anche a noi di non sciupare nell’indifferenza, nella normalità feroce il pianto delle vittime, il calvario dei poveri, i tanti crocefissi.

“Ma le folle vennero a saperlo ed Egli li accolse a prese a parlare loro del Regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure”. E’ questa forte ostinazione di ricercare Gesù che quasi lo costringe a disseminare già nella storia che viviamo la cura per quanti hanno bisogno. E noi dobbiamo per questo celebrare questa Eucarestia qui, sentendo il forte richiamo a custodire speranza e luce. Dobbiamo rinnovare la nostra fede, radicata nell’ascolto,  stare a questa profondità interiore per avvertire il dramma dell’odio e  dell’ingiustizia. Stare ad ascoltare il grido dei poveri, a vote, spesso annunciatori inconsapevoli di una speranza inaudita, perché pellegrino con loro è il Cristo Gesù, che porta e convoca la gioia della vita che spezza la morte e sconfigge i destini di morte.Ecco non è possibile solo accogliere e dire di essere sensibili  e non indifferenti. Bisogna lasciar spazio in noi  a questo linguaggio interiore, a questo interpellare le nostre coscienze, perché ci si mobiliti e non ci si distragga. Ecco perché anche in casa, tra noi, dobbiamo mantenere uno sguardo che sa cogliere la profondità dove vi è quel tesoro nascosto che è la pace, il desiderio di convivialità.

Martini, che oggi invochiamo a due anni dalla sua morte, richiama la città allo sguardo; nel suo discorso di saluto alla città parlò e invocò una città a misura di sguardo dove, concludendo questa sollecitazione, disse:” Per questo sono lieto che sia possibile, in collaborazione anche con il Comune, offrire alla città una Casa della carità che risponda alle intenzioni di un generoso benefattore e rimanga come segno di accoglienza verso i più sprovveduti”. E val la pena di ricordarlo oggi in questa Eucarestia. Tra l’altro qui i poveri sono già sprovveduti, poveri di diritti, pellegrini senza meta: sono coloro che portano nella carne, nella mente sofferenze o deliri, voci e abbandoni.

Ecco riprendiamo il cammino; per questo cerchiamo di custodire e intercedere  perché il Signore non ci abbandoni con la sua presenza. Facciamo come la folla “andiamo a cercarlo”, “insistiamo a tempo e fuori tempo”.
La preghiera deve accompagnare il nostro fare, illuminarlo perché la luce trasparente, che svela e non fa nascondere l’orizzonte dove il sole sorge e tramonta, possa sorprenderci con l’arcobaleno dopo la tempesta.

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