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Sesta domenica di Avvento

Is 62,10-63,3b; Sal 71; Fil 4,4-9; Lc 1,26-38a

23 dicembre 2012

Paolo ci invita, ci ripete “State lieti. E’ la notizia che sgorga dal cuore, che sa accogliere e avvertire che lo Spirito creatore rinnova, feconda il grembo di Maria, ci fa testimoni di questa nuova creazione, del Dio che prende carne, si fa uno di noi. Stiamo attendendo questo: che Dio nasca e prenda carne perche’ niente è impossibile a Lui. Ecco che dobbiamo stupirci davvero e avallare che quanto Isaia ha profetizzato si sta avverando, sta avvenendo il miracolo che il Signore viene per salvare e ha con se’ il premio e la ricompensa. Noi, che camminiamo sulle strade del mondo, sentiamo come inquietudine vera che nobilita il nostro cammino la parola di Isaia: ”Passate, passate per la pule, sgomberate la via al popolo, liberatela dalle pietre”. Questo bimbo, che Maria ci ha regalato e che adoreremo presto come bimbo nato e annunciatore di pace, è il figlio di Dio, Colui che ci chiama a una fraternità che nessuno esclude. Ecco perché la storia che viviamo, la nostra vita, che porta in se’ sofferenze, dolore, la banalità e drammatica potenza del male deve respirare nella letizia. Una donna umile, figlia del popolo, diventa ed é la madre di Dio ,la donna che porta nel grembo il primogenito della creazione. E’ un mistero di letizia, una fede che è paradossalmente piena di sicurezze, si affida come ha fatto Maria. “State sempre lieti nel Signore”. Paolo ce lo dice sempre anche nei momenti dove la letizia parrebbe non essere di casa. Ma il Dio nel quale crediamo è il Dio della pace, per questo tutto quello che è vero, nobile, giusto, amabile, onorato deve essere oggetto del nostro pensare, della nostra cura.

E’ questo il dono senza ricompensa che entra nella vicenda umana. Dio si fa a carne. Nella notte di Betlemme risuonerà  anche qui l’annuncio “e il verbo si fa carne”. E’ la letizia che Francesco cantava nella gioia della povertà, che ci fa desiderosi di tutto, ci fa persone che attendono, che vivono di desideri. Chi è travolto dalla sicurezza, dal consumo d illusorie ricchezze non può vegliare. Ecco, Maria, la povera di Jahvè, ci invita ad attendere.
Questa mattina, meditando e pregando, non ho potuto non rifarmi a Charles de Focauld, beato, come lo ricorda Benedetto XVI nella sua beatificazione: ”Mediante la sua vita contemplativa e nascosta in Nazaret, trovò la verità dell’umanità di Gesù. invitandoci a contemplare il mistero dell’Incarnazione”. Lì imparò a seguire il Signore con umiltà. Gesù, venuto per l’umanità, ci invita alla fraternità universale”. Ecco il mistero del Natale, deve essere accolto in noi, cambiando lo sguardo interiore. Contemplare non è allontanarsi dall’umano, è avvertire che vi è l’azione dello spirito che vibra in noi. Maria lo testimonia. Tocca a noi imitare Gesù, sentire questo fremito interiore  che ci riporta la gioia del credere e dello stupire di un Dio che si fa carico della nostra umanità, della storia che viviamo, della creazione che si libera  della sua caducità. E per questo è la testimonianza del silenzio, dello stare con ci deve donare letizia, perché ci fa custodi di questa iniziativa di Dio, che opera anche quando sembra segnata dal fallimento. Mi ricordo ancora la confessione di Charles:” Dio non ha fatto nessuna conversione seria nei sette anni che sono qui”. Ma non si scoraggia  perché sa che la Parola germoglia ugualmente: la Provvidenza si prende cura di ciascuno di noi e  opera  in Maria. Ci chiede di essere davvero liberi  e poveri di spirito. “ I poveri e i giusti hanno il segreto della speranza  e della pace perché mangiano ogni giorno dalla mano del Signore” (Bernanos).

Le viscere di carità e di purezza di Maria sono il mistero di letizia che accompagna il nostro sì e il nostro attendere quella notte di Betlem, quel bimbo che sta per nascere. “State lieti”.  E’ questo il dono dell’interiorità. ”Non si dovrebbe pensare solo a ciò che bisogna fare, ma anche riflettere su ciò che si è.  In effetti se tu sei giusto, pure le tue opere sono giuste. Si eviti dunque di fondare la santità sull’agire. La santità va fondata sull’essere, non sull’agire, in quanto è l’agire che santifica noi….”.

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