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Terza domenica di Avvento

Is 45, 1-8; Rom 9,1-5; Lc 7,18-28

2 dicembre 2012

Il dialogo di Gesù e i discepoli di Giovanni davvero ci coinvolge: vi è infatti la domanda del Battista ”Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. E’ dunque l’attesa che non puo’ piu’ essere conferme e risposte, perché è’ Gesù colui che attendiamo. E dobbiamo testimoniarlo raccontando che i ciechi vedono, gli zoppi camminano ,i lebbrosi sono sanati ,i sordi odono, che ai poveri è annunziata la buona notizia.

Capite che il discorso è tutto concreto, fatto di relazioni umane che vengono restituite alla  loro dignità. E’ il miracolo della salvezza che entra nei corpi, nella vita che resuscita e ci da’ l’orizzonte del futuro. Per noi, che incontriamo Gesù, lo troviamo cosi’, con questa condivisione, con questo osservare facendo agire lo Spirito che è in noi. La Chiesa è questo annuncio, è fare come il Battista che vive nell’austerità e dedica tutta la vita a indicare la salvezza. La fede è questo sguardo sull’umanità, anche quella vicina che entra in noi;. Dice Paolo: ”un grande dolore e una sofferenza continua”. Addirittura Paolo vorrebbe essere anatema, cioè escluso, non considerato, separato da Cristo perché nessuno sia escluso dalla salvezza, soprattutto per Paolo quegli israeliti con i quali era cresciuto e dai quali era stato ammaestrato. I legami di annuncio portano sentimenti di profonda comunione. Questo deve valere anche per noi, per il nostro cammino di fede, per il nostro essere qui a celebrare l’Eucaristia in questa Casa, in questa  esperienza fragile, avventurosa e carica di solitudine. Lo Spirito, è Lui  che ci chiede di osservare i segni e raccontarli, di individuarli e comunicarli non come nostri successi. E’ questa la conversione dei cuori che ci è chiesta, che spesso raggiunge improvvise mete.

Stare come Paolo a insistere, ad intercedere, avere per la Chiesa un sentimento di comunione, una spinta non arrendevole. La profezia non è nostra, non è la nostra verità posseduta, ma sta in quell’unire coloro che hanno un nome e un cognome in corpi risanati e glorificati. Una Chiesa che non dimentica che non è Lei portatrice della salvezza, ma che si confonde tra la gente e, come i discepoli  del Battista, ascolta quanto lo Spirito opera. Pensate ai tanti lebbrosi, cioè a quanti hanno uno stigma, un’esclusione anche nella loro vita di relazione: lo stare con loro da’ un altro valore al tempo, da’ il senso e il valore della preghiera, quella di Isaia ”Stillate cieli dall’alto e le nubi facciano piovere la giustizia, si apre la terra e produca la salvezza e germogli insieme la giustizia”.

Sì la giustizia che è la fedeltà del Signore, all’alleanza che Lui mette a disposizione. Una giustizia piena di futuro, che non sa accontentarsi mai. Noi dobbiamo attenderla e forse il cammino che dobbiamo compiere è in quel miracolo di raccontare che i ciechi vedono, che i zoppi camminano e addirittura la nuova comunità non ha piu’ zoppi, ciechi, lebbrosi. La buona notizia è questa: i poveri sono figli di Dio, sono cittadini del cielo e anche noi diventiamo cittadini di questa convivialità.

Ecco che allora la Chiesa non è colei che aiuta i poveri, ma colei che cammina con loro, si fa loro destino. E’ il nostro Avvento anche come casa, come esperienza di attesa. Forse per vivere la profezia disegnata da Isaia dobbiamo rimettere in moto in noi quella discussione contemplativa che ci rende pellegrini nella storia che viviamo per preparare, come è stato per il Battista, la via al Messia. Si Gesù è già tra noi, ma l’Avvento ferma il tempo, lo avvolge di attesa, ci rende o ci fa la Chiesa del Battista che manda i discepoli a chiedere ,che sta nel deserto come canna sbattuta dal vento. Si ci sentiamo davvero chiamati a questa conversione del cuore.

 

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