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Seconda domenica di Avvento

Is 19,18-24; Ef 3,8-13; Mc 1,18

25 novembre 2012

Il Battista è uomo di deserto, di vita austera proprio perché con la sua vita proclama la conversione per il perdono dei peccati: è un testimone che annuncia e orienta a “Colui che è più forte di noi”: Gesù, il Figlio dell’uomo.
Vi chiedo di partire da Isaia, questo sguardo di condivisione, di annuncio che la pace è dono escatologico; la fraternità dei figli di Dio si fa assemblea di pace e questa speranza scorre nella storia che viviamo, nei gemiti, nella caducità e vulnerabilità che investe il creato. Contemplare significa eccedere nel silenzio, lasciarsi afferrare dal silenzio che è recupero dello Spirito. La speranza non è un vago sentimento, è solida perché è già nella vicenda umana, incarnata da Gesù, nella sua via crucis che è dell’umanità verso l’attesa, la gloria di Dio, la risurrezione che ricrea e fa rivivere la gioia e la bellezza della vita senza ombre.

Ci saranno strade non sbarrat, se apriremo le barriere; addirittura anche il culto sarà condiviso e ci sarà la benedizione in mezzo alla terra. Risuona la speranza che coglie i gemiti, il dolore delle vittime a Gaza come in Siria, come nel Congo, come in tanti oscuri luoghi della Terra. L’Egitto oggi è terra di tensione, eppure cantiamo ”Sono in te tutte le mie sorgenti”. Anche nel mezzo delle tribolazioni non perdiamoci d’animo. La fede è lasciarci illuminare dal mistero. Appunto perché avvertiamo che va preparata la via del Signore, dobbiamo diventare sentinelle che guardano avanti, che scrutano l’orizzonte, che cercano tracce e orme nel sentiero che si percorre. Convertirsi significa “accogliere la gratuità dell’inizio, lasciarsi riempire dal segno del nuovo che è all’opera, che sorge, che è sana fruttificazione”.

Ecco perché la fede è preghiera, è sguardo interiore, è custodire e  sentire la dolcezza del Signore. Non importa più appesantirci con la zavorra del nostro pretendere; allarghiamo la nostra bisaccia, non appesantiamoci in preoccupazioni inutili. Ci basta il miele selvatico, cioè quel cibo dolce che arriva impastato di terra, che dà forza e dolcezza. Come quel cibo che ci prepariamo a ricevere, l’Eucarestia, manna che orienta il nostro cammino. Sì, posiamo qui il nostro essere deboli e soprattutto viviamo, come discepoli, questa attesa che deve indicare a noi,  a tutti che  quel  Gesù, che è nostro fratello, bimbo e uomo dei dolori come lo è stato. E’ a Lui che dobbiamo consegnare tutti noi stessi. Fa, o Signore, che la Chiesa possa vivere di questa gratuità dell’indicare ,che vive questa radicalità che non conquista per se’. Chiesa umile e credente come ciascuno di noi deve poter chiedere. Così: “Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri”.

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