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Casa della Carità
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“Ha sfidato Milano ad alzare lo sguardo”

17 ottobre 2012

Una serie di interviste sulla figura del Cardinal Martini in vista dell'anniversario della Casa che sarà a lui dedicato. Il primo incontro è con Franco Monaco

Franco Monaco, senatore del Partito Democratico, stretto collaboratore di Romano Prodi e tra i principali fautori dell'Ulivo, è stato presidente dell'Azione Cattolica Ambrosiana dal 1986 al 1992 per nomina dell'allora Arcivescovo di Milano Cardinal Carlo Maria Martini. Da sempre vicino alla Casa, Monaco è stato tra gli ospiti, all'inizio di quest'anno, del corso dell'Accademia della carità “Nuovi linguaggi della politica”.

In questa intervista, a poco più di due mesi dalla scomparsa del Cardinale e a poche settimane dall'anniversario della Casa, riflette sulla figura di Martini e sul suo rapporto con la città di Milano, con i giovani e con la politica.

Forse l'eredità più significativa di Martini é quella del periodo milanese. Riesce a ricostruire per noi la Milano che Martini immaginava, per la quale ha sempre lavorato?
Martini fa il suo ingresso a Milano negli anni drammatici nei quali il terrorismo mieteva le sue vittime. Da subito egli si applica a soccorrere, confortare, lenire le ferite di una Milano cupa e ripiegata su di sé, che faceva seguito agli anni dei lustrini e del mito fallace della "Milano da bere", sotto le cui vesti luccicanti si celavano rampantismo e corruzione. Con il suo stile discreto egli tuttavia scuote Milano con il linguaggio della profezia, con la doppia sfida della contemplazione e della carità. Cioè due parole e due messaggi controcorrente per una città industriosa, distratta, che oscilla tra l'ostentazione del denaro e del successo e la paura e l'arroccamento. Martini sfida Milano ad alzare lo sguardo e a volgerlo alle periferie, a chi non tiene il passo.

La presenza di Martini nelle periferie e nei luoghi di disagio è  stata viva e continua. Qual è il suo ricordo di questa attenzione che il Cardinale aveva per la marginalità?
Sì, non per una semplice sensibilità sociale, non per mero spirito di solidarietà, ma, più radicalmente, a motivo dell'ottica evangelica con la quale Martini ha sempre guardato alla città. Sin dal primo giorno, quello del suo ingresso, nel quale attraversò a piedi la città con il Vangelo in mano. Come poi rivelerà, dando ascolto a Giuseppe Dossetti che gli aveva suggerito di portare il Vangelo e solo il Vangelo. Di lì scaturisce la sua sollecitudine per gli ultimi. Penso in particolare ai detenuti, ai malati, agli immigrati, ai senza fissa dimora. Un'ottica evangelica, dicevo, non politica, ma che incalzava politici e istituzioni perché riprogettassero la città a partire dalle sue periferie in senso materiale e metaforico.
 
In questa attenzione per il disagio Martini volle fondare Casa della carità. Cosa ricorda del periodo della fondazione, qual era la spirito di Martini quei mesi?
Era coerente con il "farsi prossimo", con la convinzione che la Chiesa non solo dovesse fare carità, ma, di più, che la carità fosse la natura e la sostanza stessa della Chiesa, la più eminente delle virtù cristiane. In quanto il Dio cristiano è carità. Con questa disposizione di spirito volle la Casa della carità, una specie di lascito di sé e del suo amore per gli ultimi. Ma anche un richiamo severo alle istituzioni civili milanesi, con le quali stabilire un rapporto di collaborazione pur nelle rispettive autonomie. È lo spirito che poi ha sempre ispirato don Colmegna e i suoi collaboratori: di profetica testimonianza della "differenza cristiana" nella tensione a una giustizia che si spinge sino alla dimensione gratuita della carità, ma anche di stimolo critico, di pungolo e di cooperazione con le istituzioni civili, le quali spesso devono essere richiamate ai loro precisi doveri. Non delegando al privato-sociale ciò che ad esse precipuamente compete.

Il Cardinale ha sempre cercato un dialogo costante con i giovani che voleva accompagnare in un processo di crescita consapevole e profonda. Cosa ricorda di questa esperienza?
Egli fu per i giovani una "guida che accompagna": li incoraggiava a fare scelte per la vita, a puntare in alto, ad affrancarsi dalle piccole voglie, a dilatare l'orizzonte dei loro desideri, non a restringerli, ma, insieme, portava il massimo rispetto per la loro libertà. Nel suo metodo educativo non vi furono mai né lusinghe emotive, né costrizione, ma sempre appello a coscienze libere. Convinto come egli era che solo motivazioni profonde, radicate e coltivate, potessero reggere le sfide del mondo e della cultura moderna. Non le prescrizioni, i divieti, le rampogne. Diffidava delle proposte educative che facessero affidamento su abitudini e tradizioni in declino, anziché sull'attrattiva di un cristianesimo di convinzione, di riflessione, di decisione personale consapevole.

Poco prima degli scandali di Tangentopoli, Martini denunciò al  corruzione dilagante. Le sue parole suonarono come un monito per chi non  voleva arrendersi al degrado morale. Cosa resta oggi di quel messaggio?
Fu tra i primi a intuire e a denunciare il degrado morale e civile di Milano, la illegalità e la corruzione. Levò alta e forte la sua voce. Fu di aiuto a una sana reattività della società verso classi dirigenti dedite al malaffare. Contribuì a favorire un'azione di bonifica, cui concorse anche l'inchiesta Mani pulite. Come si dimostra, però, sembra che si sia ricaduti nella patologia. Non basta la parola, ancorché limpida e severa, di un pastore illuminato. Si richiedono leggi di contrasto efficaci, controlli amministrativi penetranti, una giustizia efficiente e tempestiva, ma soprattutto una conversione della coscienza personale e collettiva che sono ancora lontane. La recente legge anti-corruzione, con i suoi vistosi limiti (giustamente la si è definita una "occasione mancata"), dimostra che il percorso è ancora lungo e le resistenze tenaci.

 

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