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Casa della Carità
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Lo storico e sociologo Marco Revelli parla dell'ultimo libro di don Virginio Colmegna, "Ora et labora" (Chiarelettere, 2012), prima della presentazione del volume alla Casa della carità, martedì 23 ottobre.

 
 

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La sfida di Casa della carità nelle pagine di "Ora et labora"

25 ottobre 2012

Don Virginio Colmegna ha presentato, nel nostro auditorium, il suo ultimo libro insieme a Marco Revelli, Silvia Landra e Stefano Lampertico. Il resoconto della serata in un articolo di Avvenire

La Casa della carità inti­tolerà al cardinal Marti­ni la Biblioteca del Con­fine, una delle realtà qualifi­canti dell’accademia della ca­rità sorta dieci anni fa per vo­lontà e su ispirazione dell’ar­civescovo gesuita e biblista. La dedicazione avverrà il 21 no­vembre quando la Casa della carità (Cdc) festeggerà il de­cennale della nascita della Fondazione e gli otto anni dal­l’inizio delle attività. Tra gli in­vitati, la signora Maris Martini, sorella del Cardinale.

Lo ha annunciato don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione, all’incontro di pre­sentazione del suo ultimo libro "Ora et labora. La Chiesa che vi­vo" (Chiarelettere, 112 pagine, euro 9,90) svoltosi ieri nell’au­ditorium «Teresa Pomodoro» in Cdc. Pagine per mettere a fuo­co e rilanciare «la sfida di Casa della carità», come s’intitola il terzo capitolo del libro, che re­ca in chiusura un testo di Mar­tini sulla nuova evangelizzazio­ne. La sfida, oggi, è condiziona­ta da «gravi difficoltà economi­che ». Perciò a novembre, nel de­cennale della Cdc, verrà lancia­ta una «campagna di azionaria­to solidale»: serve «un grande abbraccio della città alla Casa per poter proseguire – ha au­spicato il sacerdote – il cammi­no nella libertà della gratuità».

La Cdc è un’esperienza capace d’illuminare l’odierna, trau­matica fase di trasformazione del welfare state e di crisi della politica. Lo ha detto, in­tervenendo al fianco di don Colmegna lo storico e sociologo Marco Revelli (sopra, una sua video intervista). Le sue pagine resti­tuiscono il volto di «una Chie­sa amica, prossima, una Chie­sa del grembiule che anche un laico come me può amare». Sil­via Landra, direttore Cdc, ha parlato della Casa di via Bram­billa come di un luogo in cui s’impara ad «abitare l’emer­genza » per «passare dall’emer­genza all’urgenza»: la Cdc è u­na risorsa per fare della città un «luogo di convivialità», come la volle Martini.

Stefano Lampertico, giornalista di Scarp de’ tenis, ha ripreso un passo del libro: «condizione im­prescindibile » per fare impresa sociale, com’è la Cdc, «è la spi­ritualità ». Sì: la «dimensione contemplativa» è al centro di tutto ed è uno dei lasciti fonda­mentali di Martini, ha sottoli­neato don Colmegna. Anche nel «sistema dell’ospitalità» servo­no «regole» e «organizzazione», ma è lo «sguardo contemplati­vo » quello che permette di an­dare al cuore delle persone, del­la società, della storia. Non a ca­so il libro riprende la «via» di san Benedetto, Ora et labora. Ed è scritto da un prete che vive e o­pera dentro la Chiesa («la Chie­sa che amo e che mi fa soffri­re »), che vuole «costruire un mondo senza esclusioni, dove la categoria decisiva è la citta­dinanza, non l’aiuto». E che, sempre nella scia di Martini, concepisce l’evangelizzazione «non come proselitismo ma co­me dialogo tra coscienze, con­tagio, meticciato».

Lorenzo Rosoli - Avvenire
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