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Casa della Carità
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Ricordare Carlo Maria Martini

10 settembre 2012

Un brano di don Virginio Colmegna, pubblicato dalla newsletter “Il Sicomoro”, scritto a pochi giorni dalla scomparsa del Cardinale che, prima di lasciare la Diocesi di Milano, ha voluto la Casa della carità

Ricordare Carlo Maria Martini significa, soprattutto, sentirsi raggiunti da una grande commozione ed esprimere un'immensa riconoscenza. Un credente, un vescovo, un prete, ma soprattutto (e questo negli anni del suo calvario di sofferenza è emerso ancora con più evidenza) un uomo carico di umanità che anche di fronte a difficoltà e contrasti ha speso tutto se stesso per il Vangelo, per l'incontro col Signore Gesù testimoniato in una logica di gratuita e di povertà interiore.

La sua fede lo riportava sempre a una coscienza interrogata che parlava al cuore delle persone. È quella dimensione contemplativa che è alla radice di tutto il suo magistero, di tutta la sua testimonianza, di tutta la sua vita di pastore della chiesa ambrosiana.
Non a caso, la sua testimonianza piena di passione è stata il primo piano pastorale (“La dimensione contemplativa della vita”, 1980) per la nostra diocesi, quello decisivo che ha attraversato tutta la sua pastorale.

Uomo di fede che parte dalla preghiera che è la dimensione che ha strutturato la sua esistenza. Predicava e ci invitava agli esercizi spirituali nella continuità dell’insegnamento ignaziano. Il suo desiderio era dialogare, comunicare soprattutto con  i giovani. Penso alla grande proposta da lui curata con l’Azione Cattolica del gruppo Samuele, con le tantissime lettere dei giovani a cui rispondeva con cura. Penso alla Scuola della Parola che ha segnato il cammino della nostra diocesi, delle nostre comunità invitandoci a una spiritualità e a una religiosità radicate nella Parola.

Questa testimonianza ha raggiunto tutti, sorpreso anche i non credenti, partendo dalla profonda convinzione che la Parola di Dio delle Scritture ci immerge in interrogativi profondi che riguardano l'esistenza di ciascuno, la storia che viviamo, il rapporto con la natura e la bellezza del vivere.
Non dimentichiamo che scrisse che il pastore buono era forse più opportuno tradurlo con il “pastore bello”. Da questa familiarità è nata l'esigenza di dialogare con tutte le culture e tutte le religioni e di arricchirsi in questo confronto.  Il suo magistero è diventato un grande laboratorio di pensiero dove chi si interroga sul senso della vita, del nascere, del morire, del rapporto con il futuro, con le molteplici dimensioni della speranza.

Queste sono le grandi questioni su cui tutti dobbiamo interrogarci senza steccati perché riguardano “l'umanità dell'umano”, per dirla con Lévinas. Vorrei dire che la sua straordinaria testimonianza nasce, più che dalle risposte, dalle domande che ha saputo porre, invitandoci alla pazienza del discernere e dell’ascoltare. È questa la grande visione conciliare di Martini. Del Concilio Vaticano secondo, che oggi più che mai ha la sua attualità, e che va ancora attuato. Martini ci invita a non dimenticarlo, a non fare un passo indietro di tanti anni. La sua  Chiesa tanto amata è quella del Concilio che non si è concluso, ma va ancora attuato e confermato.

Nei miei anni accanto al cardinale, prima come collaboratore della Pastorale del lavoro, poi alla Caritas Ambrosiana, per arrivare infine alla Casa della carità che con tanta energia lui ha voluto, ho avuto il privilegio di poter imparare quella che Martini ha chiamato “l'eccedenza della carità”. È la sollecitazione forte a vivere nella gratuità di una carità che incontra la cultura, che sollecita la  responsabilità sociale, la giustizia, che  per questo pone domande e urgenze anche alla politica sul come si guarda alla società, sugli stili di vita esigiti da chi copre responsabilità pubbliche.

Ricordo sempre il suo intervento agli Stati generali della città di Milano, che l'allora sindaco Gabriele Albertini aveva promosso. Fece un intervento magistrale dicendo che la città doveva riscoprire l'amicizia ricordando anche che questa era la grande lezione di Aristotele. Lì ha sollecitato un nuovo percorso  per dare senso alla politica: ritrovare ciò che unisce, il bene possibile che non è mai il bene voluto, mantenere sempre la necessità del dialogo non banale o superficiale e per questo faticoso, anche conflittuale a volte, ma sempre animato da desideri di fraternità vera.

Per questo chiedeva di partire da quelli che chiamiamo “ultimi”, dai confini di ogni esistenza e da lì far scaturire quella che lui chiamava la sapienza della carità.  Il modo col quale ci ha consegnato la sua ultima esperienza di vita segnata anche da questa vita che voleva attraversare la morte stringendo mani amiche è una grande lezione di tenerezza vera, di umanità profonda, dove il silenzio custodisce la parola che si libera dal corpo, senza accanimento.  

Martini ha richiamato continuamente il dialogo tra le religioni, partendo anche dall'intuizione di Giovanni Paolo II del valore della preghiera. A noi, Casa della carità, scrisse “Il dialogo non va fatto tra le religioni che sono sistemi chiusi. La religiosità che nasce dalla preghiera è, invece, un sistema aperto, in cui la persona può leggere anche nell’altro la sua stessa esperienza”. Ricordo la settimana condivisa con Martini a Sarajevo. Una settimana intensissima dove cercava sempre di capire le ragioni dei conflitti, esprimere e capire la domanda di pace, dialogare coi suoi interlocutori.

Questo il grande messaggio che lascia a Milano: riscoprire il senso della fraternità, di legami solidali capaci continuamente di portare innovazione, dare radici alla speranza. Insomma quello che ci ha testimoniato è un'autentica spiritualità. Forse  il suo messaggio a volte non è stato capito, a volte è stato anche strumentalizzato, ma lui sorrideva di questo, consapevole del rischio, che convive con quella società che si dice della comunicazione, a cui lui  aveva dedicato un magistrale piano pastorale.

Ora siamo un po' tutti orfani, ma sappiamo anche che la  sua presenza non mancherà. Anche a me in questa Casa della carità che lui ha voluto lasciare come segno alla città di Milano, luogo dove poter guardare le contraddizioni presenti e le sofferenze, rimane il suo stemma “Pro veritate adversa diligere”. Lo tengo davanti alla mia scrivania, mi accompagna la sua presenza.

 
 

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