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Ottava domenica dopo Pentecoste

Giudici 2,6-17; I Tess 2, 1-2. 4-12; Marco 10,35-45

22 luglio 2012

Abbiamo proclamato dopo la prima lettura “Ricordati Signore del tuo popolo e perdona”. Davvero la storia umana è piena di tragedie, di violenze inaudite, di guerre fratricide, di vittime, ieri come oggi. Pensare alla Siria, alla fuga di popolazioni inermi, ai grandi concentramenti di campi profughi, alla violenza folle che raggiunge la grande America (che non rinuncia però a lasciare libero il mercato delle armi), al nostro territorio…ci fa venir in mente la parola  “perdono” perché la nostra fede è radicata in una storia, che ha una paternità e una maternità che ci è tramandata. Credere significa accogliere la testimonianza di chi annuncia il Vangelo; Paolo ce lo indica nella lettera ai Tessalonicesi: annunciare il Vangelo senza cercare la gloria umana. Il Vangelo è parola che ci è consegnata da una rivelazione che ha preso i tempi della storia umana, ma insieme immette questo incontro con Gesù, primogenito della Creazione, che indirizza la storia che viviamo, la nostra vita verso la pienezza del Regno di Dio, della sua gloria che non ha confini, si dilata nel tempo e si fa futuro. Noi dobbiamo custodire e vivere questo annuncio che è in noi.

La fede è dono gratuito e ci ha raggiunto, ci ha convocato anche oggi e ci chiede di annunciare il Vangelo, di essere amorevoli come una madre, che ha cura dei proprio figli. Questa frase di Paolo sottolinea la premura materna verso gli altri figli di Dio che, per essere interrogati davvero dalla fede, chiedono di incontrare donne e uomini, una comunità che vive in modo “giusto e irreprensibile”. La fede non è un fatto privato, Dio si incontra perché incontriamo comunità di credenti, una Chiesa che vibra di gratuità e di dedizione piena di carità. Una Chiesa che vive il peso di essere carica di limiti e che dice anche oggi “Ricordati del tuo popolo e perdona”. Allora per questo dobbiamo guardare con quello sguardo che ci fa entrare nel cuore i volti delle vittime, dei poveri, di tutti i bisognosi di salvezza. Vi è invece una comunità umana di discepoli che vedono preferenze, sospetti di maggiore attenzione a qualcuno e si indigna, apre una discussione sul primato, sulle preferenze, sulla gerarchia delle attenzioni: è quel peccato di gelosia che denota il limite di non farsi davvero poveri interiormente, senza difese, titolari solo del respiro della gratuità, non accampando risultati e proprietà, ma liberandosi interiormente per vivere la logica semplice che il Vangelo indica, che Gesù ci dice. E’ quella che il Card. Martini, con una splendida definizione, ha chiamato “comunità alternativa”.

Qui sta la novità evangelica, il vero vissuto ecclesiale che si fa testimonianza, i cui frutti sono dello spirito che non cessa di guidare l’umanità tutta. Tocca a noi allora, come persone e come comunità, testimoniare in nome della fede che ci riempie il cuore questa gioia di servizio, di farsi ultimi, senza potere. Badate bene però, non fuggendo dalle responsabilità, vivendo in una umiltà passiva e chiusa in se stessa, ma assumendosi la responsabilità verso gli altri. La fede è essere per, ci immette in questa logica del dono, del servizio che è patrimonio del nostro credere, del nostro invocare. Il Signore chiede alla sua Chiesa di  essere in missione, cioè di essere per gli altri: ecco perché comunità alternativa non significa stare fuori, ma proprio perché si vive dove dominano i potenti, le logiche di potere dobbiamo scompaginare queste sicurezze, queste culture di dominio e far intravvedere che ci si salva se ci si ama e ci si prende cura. Ecco perché allora anche il vivere con spirito di fraternità, consacrarsi alla libertà del gratuito, accettare che vibri in noi l’umiltà che non ci fa calcolare il merito, che ci immette nel vivere come il Vangelo di oggi ci indica, ci allontana sentimenti di gelosa proprietà e questo è possibile se si ascolta, se si prega, cioè si riprende quella familiarità con la Parola che ci dona uno spirito nuovo, alternativo perché fa scorrere – dentro - le contraddizioni nostre e della Chiesa che è la nostra casa. Forse il Signore ci chiede oggi di farci sorprendere da questa semplicità e profezia; Il Figlio dell’Uomo non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita  in riscatto per molti: “E forse dovremo far sì che i piccoli, i poveri diventino, senza che loro lo avvertano, i protagonisti di questa fede. Per questo la storia che viviamo anche qui nel nostro impegno quotidiano ci fa dire:” Ricordati Signore del tuo popolo, di tutti noi".

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