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Settima domenica dopo Pentecoste

Giosuè 10, 6-15; Rom. 8,31-39; Gv 16,33-17,3

15 luglio 2012

La prima lettura la possiamo capire nel suo vero significato che non è quello letterale ma quello simbolico cioè che Dio interviene e aiuta il suo popolo; anche oggi in tutti i combattimenti che dobbiamo fare contro il male, da quello sociale a quello che è in noi, sappiamo che possiamo confidare nell’aiuto di Dio. Ecco perché questo brano, che è stato utilizzato per condannare Galileo, fa intravvedere anche quanto dobbiamo non lasciarci prendere da una religiosità emotiva, curata per il nostro interesse, ma lasciarci convertire  dalla Parola, che non si rivela in Gesù e a cui noi davvero dobbiamo consegnare la nostra vita. Come Giosuè vince grazie all’aiuto di Dio, noi in Gesù siamo vittoriosi contro il male. Niente ci deve separare dall’amore di Dio che è Gesù; Paolo ci consegna questa grande verità che fa intravedere quanto è forte questo legame. Niente ci può separare, anzi, quando incontriamo sofferenza, persecuzione, fame, proprio lì emerge la forza di questo legame. Questa è la vita che non finisce, è la vita eterna che attraversa il tempo, la storia con i suoi conflitti e ci orienta in questa gioia pasquale che noi possiamo avvertire  già in questa Eucarestia.

La fede è questo consegnarsi debole, se volete incerto e fragile, ma appunto per questo fiducioso nel Dio che si rivela in Gesù, il Figlio dell’uomo che ha portato nella propria carne il dolore del mondo. Ecco perché credere significa accogliere, ascoltare, non passare oltre all’incontro che dobbiamo avere con l’altro, persone o condizione umana che ci è dato da vivere. Quel samaritano che non passa oltre, ma scende da cavallo è la testimonianza di come dobbiamo esprimere la fede mentre camminiamo sulle nostre strade superaffollate e cariche di sofferenza.

E’ inutile nasconderlo: a volte non ce la si fa. Si vorrebbe sostare e custodire questo legame per noi, solo per noi, ma il Signore dice che per incontrarlo dobbiamo trovarlo dove Lui è e lo possiamo avvertire presente se ci mettiamo in cammino da pellegrini in cerca di una meta. Troveremo anche una locanda ma per ristorarci  e continuare il cammino. Il legame profondo con Gesù lo si avverte mettendoci ai piedi del crocefisso, avvertendo il suo sguardo, riascoltando le sue parole “Padre perdona loro”. Lo dobbiamo fare insieme a Maria, la mamma che sta ai piedi  della croce, che non fugge e si fa attraversare  da questo dolore immenso che è la Passione di Gesù. Ecco perché questa mattina mi son messo di fronte a questo crocefisso, vi ho portato tutti i drammi, le fatiche, i sentimenti di impotenza, gli errori, le fragilità che sono in noi, sono in questa casa e ho cercato di avvertire quanto è forte  questo  legame che Paolo racconta. “Niente ci può separare” dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore”. Dobbiamo lasciarci raggiungere da questa radicalità e sentire nel profondo la bellezza di una fede che non risparmia fatiche ma dà senso al cammino che compiamo e dà speranza alle nostre attese. Grazie o Signore.

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