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Casa della Carità
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Sesta domenica dopo Pentecoste

Es. 3,1-15; Cor 2,1-7; Mt 11,27-30

8 luglio 2012

“Venite a me tutti voi che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro”. E’ certamente un Vangelo che ci conforta, ci restituisce quella speranza di felicità che è la tranquillità serena che ogni persona desidera. Il Vangelo ci riporta alla prima lettura del libro dell’esodo dove Mosè, nel roveto ardente, si sente chiamato a condurre verso al terra promessa il popolo di Israele. E’ una missione a cui cerca di resistere, ponendo davanti le sue fragilità, ma Iavhè lo consola e si rivela protagonista di questa storia di salvezza che riguarda tutta l’umanità, tutti i popoli della terra. Dobbiamo capire che la nostra fede ha queste radici, ha questa primogenitura che è la liberazione dalla terra di Egitto.

Credere e avere fiducia nel Dio che salva significa comprendere che dove c’è un popolo oppresso, condizioni di schiavitù, di negazione della libertà, lì entra la dinamica della fede, della fiducia in un Dio liberatore che radica la sua speranza salvifica in un gesto liberatore. La fede non è negazione di libertà una riconquista  di significati profondi di rottura contro ogni idolatria e schiavitù: è’ questa la sapienza sconvolgente, inaspettata di cui parla la Lettera ai Corinzi. Penso a cosa possa significare questa parola per i profughi di Dadaab in Kenia al confine con la Somalia, il più grande campo profughi del mondo, dove dal 1992 vivono 500.000 persone fuggite dalla Somalia e che oggi forse vedono attuarsi un processo democratico. Penso a cosa vuol dire per i tanti volti che ospitiamo e che ci raccontano la sofferenza e lai mancanza di libertà.

Penso alle tante esistenze personali che soffrono, stanno male e a cui una relazione libera di cura potrebbe ridare speranza. Gesù, camminando per la Palestina, ha sanato e guarito proprio per indicare che la fede entra nella storia, ma riposa e si fa custodia di libertà e serenità per ciascuno. Ecco il motivo per cui il Vangelo di oggi ci consola, perché vi è sì stanchezza, non  solo fisica ma anche interiore, che indebolisce la speranza e ci fa intravvedere i fallimenti, ma non possiamo smarrire la fiducia che ci affida nella fede a questo Dio liberatore e consolatore. “Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso è leggero” dice il Vangelo e noi dobbiamo avvertire la profonda bellezza di questa verità e consegnarci a questo Vangelo di speranza, a questa sapienza che è Gesù Cristo crocefisso. La fede è fondata sulla potenza di Dio. Per questo la avvertiamo ed è raccontata dai deboli, dai poveri, da chi si fa debole con i deboli, perché Gesù,  che è colui che ci libera, ci dà una vita piena, una lettura della storia umana che capovolge le attese e gli sguardi della sapienza umana. Dovremo sempre di più avvertire che il roveto ardente brucia anche per noi e dobbiamo toglierci i calzari  come dice l’Esodo.

Questa esperienza che viviamo in Casa della carità può essere un po’ quel roveto di cui parla l’Esodo, le titubanze di Mosè sono anche le nostre ma il Signore ci chiama anche oggi attorno alla tavola eucaristica per riprendere e rinnovare la fiducia in Lui che salva e ci libera.

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