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Terza domenica dopo Pentecoste

Gen 2,18-25; Ef 5,21-33; Mc 10,1-12

17 giugno 2012

La parola di Dio ci consegna la bellezza dell’amore che unisce, che rivela che è la relazione con l’altro, che da’ valore alla vita. “Non è bene che l’uomo sia solo”. Questa solitudine è svuotamento di umanità. La creazione dell’uomo è quando donna e uomo si uniscono e questa unione genera vita. Gli esegeti indagando hanno anche scoperto che quella parola “costola” corrisponde, nei miti dei popoli confinanti, alla dea della fecondità. Significa che quest’unione annunciata e che storicamente è la famiglia come Paolo, uomo del suo tempo, descrive con i ruoli da lui conosciuti, è il fondamento della grandezza della creazione in tutti i tempi. Essa è felicità, gioia di comunione, generatrice di vita, di nuova umanità. Ciascuno di noi è portatore di questa verità: siamo nati perché i nostri genitori si sono amati e anche là dove quell’amore era segnato dei limiti, è stato comunque capace di rendere autonoma la vita di ognuno noi. E’ la grande fatica di ricreare comunione, legame tra le persone, amore liberante. Tanti modi di vivere storicamente si stanno esprimendo, tante relazioni si possono raccontare, ma certamente la relazione d’amore non è un gioco erotico, che dura poco e rinchiuso in se’, ma è costruzione di legami, di fiducia. Pensiamo a quanto ci dice il Vangelo di oggi. La domanda fatta porta con se’ una descrizione di potere: “E’ lecito a un uomo ripudiare la propria moglie”. E a questa domanda risponde Gesù rilanciando un futuro diverso: quando si ama e ci si fa amare si esprime la bellezza della creazione, si da’ respiro al futuro,  si assapora l’eternità.

Ed allora anche la fede si fa fede sponsale. Ma si crede se non si instaura un dialogo d’amore con il Dio creatore. Molte vocazioni d’amore segnano la storia umana, della Chiesa che deve continuare a raccontare il futuro che Gesù porta con se, quel paradiso dove, come dice Paolo, non ci sarà più uomo o donna ma saremo una sola cosa in Cristo Gesù. Ecco allora perché l’amore consacra, ecco perché la Chiesa vuole che il matrimonio sia sacramento, segno di questa Alleanza, di questo patto d’amore. Dio è impazzito d’amore per noi, sue creature. Per questo ciascuno di noi deve rispondere a questo dialogo creatore. La creazione è questo dono d’amore. Tocca a noi raccogliere quei segni che sono il grande e perenne racconto di come Dio ci ama e per questo non ci vuole soli. Anche la solitudine, se si fa silenzio, è condivisa, perché si fa contemplazione, attesa dell’amore di Dio che chiama tutto noi stessi, con il nostro corpo a vivere questa felicità che è nella Genesi, nell’atto creatore di Dio. Se ci si pensa bene la protagonista è la donna, che non viene a completare l’uomo, ma a dare pienezza e ad essere il soggetto che può raccontare ed esprimere la pienezza della creazione. Per capire l’umanità, bisogna partire da questa rivelazione. Quel sonno del primo uomo era il segno che la creazione attendeva la pienezza e che la fecondità stava nella relazione di comunione. La creazione, dice Paolo, geme come una donna alle doglie del parto. E’ questa sofferenza che ci indica, che non è l’ultima parola, ma che la vita vince e l’umanità sta in questo sentimento di amore.

Dobbiamo vivere allora questa spiritualità profonda, questa preghiera che contempla e sa farsi accogliere nel grembo di Dio che crea e ricrea sempre la vita. A noi tocca ridare un nuovo linguaggio al volerci bene. In Casa della Carità vibra la solitudine, la devastazione che questa amarezza porta con sé. Come nel mondo, vicino e lontano si avverte l’ebrezza gridata e cercata del voler essere potenti e onnipotenti, senza partire dal sonno della debolezza. Dobbiamo invece sentirci sollecitati ad essere amati, a riconoscersi ricercati da un Dio che non ci abbandona. La fede è questa logica di innamorati che si lasciano conquistare da quel Dio che, creando, ha voluto quasi agire in due tempi, per ridare a noi la comprensione di quanto sia importante la comunione, ma anche di quanto l’amore umano deve essere liberato da potere e conquista.

Amicizia significa sentirsi liberati dal sentimento ossessivo di farcela da soli, è scoprirsi nudi, cioè bisognosi. Per amare è indispensabile vivere il silenzio della debolezza. Ecco perché per i credere bisogna pregare da innamorati che si fanno cercare da Dio e che là dove vivono relazioni di fiducia  non si circondano di frasi fatte o di assenza di legami. Ecco perché per amare o per gioire si può anche pregare e ritrovare lì questa gioia interiore che i mistici ci hanno consegnato riscoprendo la bellezza del Canto dei Cantici, che è l’amore umano, anche corporeo, che ci lascia assetati di futuro, ma che ci restituisce la gioia pazza di scoprirci amati da Dio e che questo racconto e scoperta può essere raccolta e custodita  dentro la vicenda umana, anche qui attorno a questa tavola eucaristica imbandita.

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