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Seconda domenica dopo Pentecoste

Sir. 16,24-30; Rom. 1,16-21; Lc 12,22-31

10 giugno 2012


La Parola di Dio ci invita a guardare alla creazione, al nostro vivere con la preoccupazione sì del futuro, ma anche con uno sguardo e con un cuore pieno di fiducia. Queste parole sono una sfida paradossale e sembrerebbe surreale. Proprio oggi quando la terra trema, le previsioni sul futuro svaniscono nell’incertezza, dove siamo tutti costretti a difenderci per sopravvivere e a portare in noi l’incertezza e la paura, questo appello a fidarsi di una Provvidenza che si cura di noi ci sembra davvero difficile da accogliere. Mi è venuta in mente la frase di Paolo:” Dov’è o morte il tuo pungiglione? Ormai non pungi più, perché Cristo ha vinto la morte”; ecco il mistero della fede che si è fatta vita vissuta. E allora ho ripreso a meditare e a sentire in me la fecondità di questa pagina del Vangelo, di quello sguardo sulla creazione a cui ci invita la prima lettura. E’ un fidarsi che ci colloca nel cammino della gratuità, del lasciarsi attrarre dal gratuito, dal sentirsi coinvolti e radicati nella libertà del dono.

Tutto il nostro vivere va messo in circolazione con il nuovo linguaggio della fraternità, del sentirsi davvero segnati nel profondo di noi stessi, battezzati nella gratuità dell’amore creatore, che si è fatto carne, vita vera, Gesù, il figlio provvidente e custode dell’amore del Padre. Cambia lo sguardo interiore, ritorna la fiducia interiore, quella che non è merce di scambio, che sembra spesso non utile, ma necessaria per vivere con la fecondità del futuro. Si tratta dunque di ascoltare il Vangelo: “Cercate prima il Regno e tutto il resto vi sarà dato in sovrappiù”. E dire Regno significa fraternità. La misericordia di Dio, il suo amore chiedono a noi, alla Chiesa dei discepoli, di sostare proprio là dove sembra dimorare l’esclusione, la mancanza di vita e dignità, dove si incontra la fragilità, la debolezza, la povertà. E’ da questo mondo, da queste storie che deve essere accolto il Vangelo della fiducia, il desiderio e la debolezza del fidarsi.

E’ solo condividendo, divenendo Chiesa della fragilità e debolezza, che si può avvertire la bellezza e la novità di questo richiamo alla Provvidenza. Abbiamo bisogno di far penetrare in noi questo sentimento della debolezza, questa storia umana fragile e quasi sconfitta per far avvertire la bellezza affascinante del gratuito, dell’amore provvidenziale di un Dio che si prende cura di noi. Signore aiutaci a vivere così e soprattutto a non smarrire questa fiducia in te. Si può mantenere e custodire se si guarda e si osservano anche i gigli del campo; quanti fiori, quanti semi e segni di speranza riusciamo a cogliere, senza strapparli o non vederli. E allora raccontiamoci anche i segni di speranza, ridiamo dignità alla nostra fiducia, anche quando vediamo e scopriamo che si può attraversare anche la paura e intravvedere che quel Vangelo di oggi è lo scandalo del gratuito. Ci fidiamo? Pregare non è forse questo?

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