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Quinta domenica dopo Pentecoste

Gen 17,1-16; Rom 4,3-12; Gv 12,35-50

1 luglio 2012

La Parola di Dio di oggi ci richiama al senso più profondo del credere. La fede, che ci convoca qui oggi, spesso la avvertiamo come un sentimento che si aggiunge al nostro modo di vivere, di fare scelte, di custodire relazioni di prossimità, di stare nella società, di prendere posizione. La Parola di Dio di oggi ci indica questa dimensione fondante del credere, di riporre fiducia nella Parola vivente che è Gesù, nell’ascolto di quella storia della salvezza che ha le sue radici nella fede di Abramo, nei segni anche del corpo che la fede chiede per evidenziare che ci consacra a una promessa che è quella che il Vangelo indica e che è luce in mezzo alle tenebre. “Io non sono venuto a condannare il mondo, ma a salvarlo” dice il Vangelo di Giovanni. E allora la fede è immersione in questa radicalità fiduciosa della speranza salvifica. Ci incontriamo spesso con persone che non credono, o dicono di non credere, e vi è un diffuso sentimento di libertà che pensa che affermare i diritti sia consegnare un valore assoluto, desideroso di onnipotenza, a ciascuno, alle sue scelte, al suo dispiegarsi nella crescita. Si ha paura di fare i conti con il limite o, meglio, lo si accetta come necessità che va rimossa per poter vivere nella libertà, che è tutta nel presente, che è senza quel futuro. Credere è lasciarci affascinare dalla Pasqua di Cristo, da questo evento che fa dire che l’uomo è aperto al futuro, alla vittoria sulla morte, che vi è una promessa che è già entrata nella storia, ha preso carne, è stata preparata da una storia di fiducia che ha in Abramo il suo fondamento.

Ecco perché un’esperienza come la nostra, vissuta qui in questa casa, dove l’ospitalità è riferita ad Abramo e Sara, non è un sentimento privato, ma proprio nel rispetto geloso e autentico della libertà di scelta di ciascuno, può evidenziare che il profondo che ci anima è questo riscoprire il legame con Gesù, stampato nei volti dell’altro, soprattutto di chi ha fame, sete, è nudo, in carcere, straniero. Rileggo questa mattina alcune lettere che arrivano dal carcere: non potremo dare risposte concrete, ma esprimono domande e ci affidano una responsabilità, come anche quella sofferenza del non poter rispondere quotidianamente alle domande che giungono dall’ascolto. Ecco perché entrano nella preghiera, in quel legame profondo che è e nasce dalla fede. Ecco perché in questa Casa esprimere e sostare a pregare non può essere un evento occasionale, frettoloso o rituale; forse andrà messa anche qui quella frase “so-stare” che caratterizza il cuore comunitario del nostro ospitare. E’ un linguaggio spirituale che entra in ciascuno e che fa avvertire che la misura del tempo nella fede è attraversata da un altro ritmo. Abramo è per noi contemporaneo, anche perché la storia ha una sua primogenitura che è Gesù, fondamento della creazione. “Sebbene avesse compiuto segni così grandi davanti a loro non credevano in Lui”.

Noi avvertiamo che questa è la nostra tentazione, la nostra tiepidezza spirituale, ma anche culturale. Credere e testimoniare la fede non è un fatto privato, ma è un’esperienza serena e impegnativa. Ecco perché la fede come fiducia è riconoscere la fedeltà e la fiducia nell’Alleanza che Dio stabilisce con noi. Insomma, quella carità ospitale che genera legami, responsabilità e apertura al futuro, al consegnare a Lui il tempo che viviamo. Non si prega fuori dalla storia, ma stando nella storia, nel suo ridare sempre al tempo il suo spazio, la sua memoria. E noi facciamo memoria, ci è chiesto di raccontare al mondo, vicino e lontano, il perché facciamo memoria della Pasqua di Gesù e come stiamo a mensa, come invitiamo tutti in questa convivialità. Davvero la fede è un dono, è il gratuito che entra in noi, è lo Spirito che geme e invoca. Ma per questo dobbiamo non smarrire  questo silenzio che intercede, invoca. Pregare è ascoltare interiormente “e io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico così come il Padre le ha dette a me”. Signore donaci di ascoltarti davvero, di gioire e di avvertire il dono grande della fede”.

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