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Per una laicità condivisa

5 luglio 2012

Ci sono temi che hanno una grande evidenza etica, e che sono radicati in tradizioni culturali e spirituali, che interpellano le convinzioni ideali di ciascuno di noi e coinvolgono la formazione e le scelte di vita di ogni cittadino. Su questi temi, sono sempre più convinto sia necessario trovare valori condivisi, dei punti d'incontro che non producano esasperata conflittualità, ma una sfida arricchita dal confronto e dal rispetto di posizioni diverse. La politica deve cimentarsi, anzi esaltarsi, in questo compito.

A Milano si fa un gran parlare, in questo momento, di unioni civili. E, in questo ambito, va subito ricordato che la tradizione cattolico-democratica non subisce, ma promuove i diritti delle minoranze, respinge qualsiasi stigmatizzazione della diversità e contrasta qualsiasi atteggiamento discriminatorio proprio perché ha fatto la scelta della solidarietà e dell'accoglienza.

Per questo, è certamente possibile un riconoscimento di natura amministrativa delle unioni civili, facendo riferimento a quelle formazioni sociali che la Costituzione indica nell'articolo 2. Una scelta del genere potrebbe innescare una seria riflessione sulle pluralità di espressioni di vita che chiedono da tempo di essere riconosciute, non rimanendo nel solco di impostazioni meramente individualistiche, ma sollecitando e valorizzando anche il tema delle responsabilità sociali.

Quello che, invece, questa scelta non può diventare è un riconoscimento di famiglia
, così come i padri costituenti l’hanno intesa con l'articolo 29 della Costituzione. È questo un principio importante, che rappresenta una sintesi virtuosa delle pluralità di tradizioni culturali che hanno contribuito alla stesura della nostra carta. Ecco perché non è condivisibile il tentativo di far passare all’interno di un provvedimento amministrativo una scelta che chiede invece un intervento legislativo e, soprattutto, un ampio dibattito di natura etica con importanti implicazioni culturali e antropologiche. Certe dichiarazioni ad effetto non vanno in questa direzione. Al contrario, sembra che mirino a porre la questione in termini ideologici, limitando il confronto con una cultura cattolica che sta contribuendo con grande intensità a far crescere coesione e giustizia sociale.  

Questo dibattito, però, è troppo importante per essere oggetto di superficialità o radicalizzazioni esasperate. La politica, soprattutto quando affronta questi argomenti, deve ricercare i punti di incontro o comunque di comprensione. Nessuna forzatura è permessa se si vuole arrivare a un risultato efficace di natura amministrativa, in grado di far crescere il confronto. E cercare di far passare questa posizione per una posizione che esclude i diritti delle minoranze serve solo a radicalizzare il contrasto, mettendo in moto scelte di coscienza che non hanno a che vedere col registro delle unioni civili.

Per tante persone come me, promuovere la famiglia non è una scelta opzionale, ma insita nella nostra Costituzione. Alcuni commentatori e opinionisti vorrebbero collocarci nella schiera dei conservatori del tempo passato che impediscono le scelte di libertà altrui. Invece, ci sentiamo così contemporanei che, al tempo stesso, sappiamo prendere atto dei cambiamenti e rilanciare il valore della famiglia. Si può sostenerlo nel solco della cultura della solidarietà e delle politiche sociali per la famiglia, considerandola una risorsa? Crediamo proprio di sì.

 
 
 

Il presidente della fondazione

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