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Giornata mondiale del rifugiato: la storia di Richard

20 giugno 2012

In fuga dal Togo per motivi politici, ha trovato ospitalità qui alla Casa. E ora progetta di portare in Italia anche la sua bambina

Richard quando sulla linea di porta indossa i guantoni non ha paura. Domenica, mentre i suoi compagni scandivano il suo nome per incitarlo durante i calci di rigore, era tranquillo e le sue parate hanno permesso alla squadra della Casa della carità di conquistare i quarti di finale del torneo dei Centri sociali e delle Comunità straniere 2012.

Ha paura, invece, quando pensa al futuro e alla sua bambina che è rimasta a Lomè, sola insieme alla nonna. “L'altro giorno, via Skype, mi ha detto che non ero suo papà perché non mi vede mai” confessa. Richard, infatti, non torna nel suo paese d'origine da più di due anni. Da quando nel 2010, in Togo, ci sono state le elezioni presidenziali e per lui, giovane commerciante oggi ventottenne, sono cominciati i guai.

Nel suo quartiere, era un responsabile della sezione giovanile dell'Ufc, l'Unione delle Forze per il Cambiamento che si opponeva al candidato Faure Gnassingbé, presidente uscente e figlio del generale-presidente Gnassingbé Eyadéma, già al potere per 38 anni con polso militare. Durante le manifestazioni di protesta seguite a un voto che gli osservatori dell'Unione Europea avevano definito ricco di irregolarità, la casa di un funzionario di Polizia vicina alla sua è stata assalita e bruciata dalla folla. La mattina seguente, alle quattro, le forze dell'ordine sono arrivate a prenderlo, considerandolo a torto uno dei responsabili dell'accaduto.

I suoi genitori hanno fermato gli agenti e gli hanno dato modo di scappare. Prima dalla finestra e poi dal paese, grazie ad un mototaxi che lo ha portato nel vicino Ghana. “Da allora non li ho più rivisti” spiega, prima di raccontare come ad Accra ha comprato un passaporto falso e con quello si è imbarcato per Malpensa su un volo Alitalia. In carcere, però, ci sono finiti sua madre e suo padre: la prima è stata rilasciata dopo alcuni giorni, il secondo ci è rimasto fino a quando, un anno dopo, è morto in circostanze non chiare. “Quando l'ho saputo – ricorda Richard – ho rischiato di andare fuori di testa: ero in un paese lontano, senza documenti né prospettive e mi era arrivata una notizia tanto terribile”.

Nel frattempo, infatti, Richard aveva fatto domanda di asilo politico in Italia e, a Milano, aveva conosciuto la Casa della carità. Dopo alcune notti all'addiaccio, era stato ospitato una prima volta per alcune settimane, in attesa che si liberasse un posto in uno dei centri comunali riservati ai richiedenti asilo. Poi, dopo aver passato i dieci mesi dei quali aveva diritto in una di queste strutture, è tornato perché rischiava di ritrovarsi di nuovo in mezzo alla strada.

“La mia domanda era stata rifiutata una prima volta e – spiega – nell'attesa del ricorso, non avrei avuto un altro posto dove andare. I tempi però sono lunghi e non poter lavorare è veramente duro”. Ora le cose sono cambiate e, infatti, mentre racconta, Richard viene interrotto dal telefono: giovedì, in centro, comincia il corso da commesso al quale si è iscritto. “In Togo avevo un negozio di accessori per cellulari. Ho preso da mio padre: anche lui vendeva vestiti e fin da piccolo ho imparato il mestiere da lui” spiega mentre dalla cartelletta nella quale conserva gelosamente tutti i suoi documenti estrae la sentenza con la quale il giudice gli ha concesso lo status di rifugiato politico e un permesso di soggiorno per cinque anni. “È arrivato a fine maggio e, quando l'avvocato mi ha telefonato per darmi la notizia, ho pianto per mezz'ora”. 

“Ora che ho risolto uno dei due problemi più grossi – progetta – non mi resta che trovare lavoro. E poi, quando avrò qualche certezza in più, potrò portare qui in Italia anche mia figlia Sandra. Penso solo a quello, ma so che devo avere pazienza: ho visto tante persone passare di qui, trovare un lavoro e una casa e diventare autonome”.

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