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Presentata l'indagine nazionale sulle condizioni di rom e sinti in Italia

14 giugno 2012

Si è tenuto lunedì 11 e martedì 12 giugno il convegno “Rom e sinti, un'indagine nazionale”, momento finale del progetto transazionale “EU Inclusive"

Il 65% dei rom e sinti in Italia vive segregato in spazi dedicati solamente al proprio gruppo etnico. Il 19% non sa né leggere né scrivere. La maggioranza di queste persone vorrebbe un lavoro, ma solo il 35% riesce ad averne uno e soltanto il 19% in forma regolare.

Questi sono solo alcuni dei dati contenuti nella prima indagine quantitativa nazionale sulla condizione di rom e sinti che è stata presentata lunedì 11 giugno alla Triennale di Milano e che è disponibile qui, nella sua versione integrale.

I risultati del lavoro di ricerca, durante il quale sono state intervistate 1668 persone di sessanta insediamenti in dieci diverse regioni italiane, confermano la situazione di povertà, esclusione e discriminazione di questa minoranza. Al tempo stesso, però, i dati vanno anche contro pregiudizi diffusi e consolidati. Andando contro l'idea comune che vede in queste persone dei nomadi scarsamente propensi al lavoro, infatti, l'indagine rivela che la maggior parte dei migranti è venuta in Italia per trovare una casa e un'occupazione stabili.

L'evento, cui ha partecipato l'assessore alla Sicurezza e alla Coesione sociale del Comune di Milano Marco Granelli, si è aperto con le parole di Moni Ovadia. Sabrina Tosi Cambini, della fondazione Michelucci, ha poi parlato di stereotipi, identità e confini, mentre Dijana Pavlovic e Nazzareno Guarnieri hanno portato i punti di vista di alcune associazioni rom italiane.

È intervenuto anche Pietro Marcenaro, presidente della Commissione Diritti umani del Senato. “La Strategia nazionale d'inclusione di rom, sinti e caminanti – ha dichiarato – deve valorizzare  il lavoro dei soggetti che hanno una responsabilità diretta, a partire dalle città e dal terzo settore. Non deve sovrapporsi a queste realtà ma metterle in rete, verificare i risultati ottenuti e facilitare l'accesso ai finanziamenti europei”. Infine, ha ribadito la necessità di un dibattito pubblico sulla questione dei rom nel nostro paese.

Sulla stessa lunghezza d'onda si è inserito Aldo Bonomi, presidente del Consorzio Aaster che ha realizzato l'indagine insieme alla Casa della carità. “Se il 72% dei rom dichiara che la discriminazione non è diminuita nel corso degli ultimi dieci anni – ha spiegato – significa  che occorre lavorare sull'opinione pubblica. E la prima cosa da fare, in questo senso, è aprire un dibattito culturale. Altrimenti, anche chi lavora per l'inclusione sociale di queste persone si troverà sempre in difficoltà”.

La seconda giornata del convegno è stata dedicata proprio alle buone pratiche d'inclusione. Dopo le relazioni del sociologo Maurizio Ambrosini e del giurista Paolo Bonetti, è intervenuto il direttore generale dell'Ufficio Nazionale Antidiscriminazioni Razziali, Unar, Massimiliano Monnanni che ha annunciato uno stanziamento, da parte del Governo, di circa 800 mila euro per la prima fase del Piano nazionale per l'inclusione di rom e sinti.

Nel pomeriggio si è tenuto, infine, Il tavolo delle città, un momento di confronto nel corso del quale hanno portato le loro esperienze alcuni amministratori locali. Erano presenti gli assessori alle Politiche sociali dei comuni di Torino e Milano, Elide Tisi e Pierfrancesco Majorino e l'assessore alle Politiche della famiglia, rapporti con le Chiese e politiche per la sicurezza di Messina Dario Caroniti.

Le conclusioni sono state affidate, infine, a don Virginio Colmegna. “I risultati della ricerca – ha dichiarato – ci spingono a continuare quei progetti di mediazione e accompagnamento sociale che partono dai diritti di queste persone, le rendono protagoniste e, al tempo stesso, ascoltano i bisogni e le difficoltà dell'intera cittadinanza. Il messaggio più importante uscito dal convegno, però, è che la cosiddetta questione rom non è una questione specifica. È una questione che riguarda la qualità della cittadinanza, l'impegno della politica e delle istituzioni tutte e, soprattutto, è una questione culturale”.

“Per affrontarla – ha spiegato il presidente della Casa della carità – bisogna stare nel mezzo. Da un lato, dobbiamo occuparci dei temi della legalità e della sicurezza e dei problemi posti dalla cittadinanza. Dall'altro, si devono combattere tutti i pregiudizi, le discriminazioni e i comportamenti razzisti, da quelli più subdoli a quelli più espliciti. Servono risposte concrete che non lascino incancrenire le situazioni”.

“In questi due giorni – ha concluso don Colmegna – è uscito un grande orgoglio, quello delle tante esperienze positive che nel nostro paese esistono e chiedono alla politica di farsi carico, con coraggio, di questo tema”.

 

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