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Quinta domenica di Quaresima

Deut. 6,20-25; Efes. 5,15-20; Gv. 11, 1-53

25 marzo 2012

Domenica di Lazzaro, cioè di un amico di Gesù che ha sorelle affrante dal  dolore e che piangono la sua morte: “Se tu fossi stato qui” dicono a Gesù. Gesù si commuove: l’amicizia entra nel suo cuore, fa crescere commozione e  la sua preghiera al Padre che dà la vita restituisce Lazzaro all’amicizia e alla convivialità. E’ la realtà viva della prima comunità: uomini e donne unite da un vincolo di amicizia fraterna che intercedono presso Gesù, il Figlio di Dio, perché restituisca la bellezza della vita e sconfigga quel dolore, quel peso della morte, pietra tombale che cancella la speranza. In quel Lazzaro bendato che emana odore dopo quattro giorni vi è il segno e simbolo di tutta l’umanità piagata e lacerata, cancellata apparentemente dalla storia  dei viventi.

E vi è anche una comunità di amici che piangono per questa separazione, perché si sentono legati a quella vita strappata, hanno fiducia  e consapevolezza che Gesù, il Figlio di Dio, possa strappare dalla morte, restituire la bellezza della vita. L’amicizia con Gesù segna il cammino di questa comunità che traccia il solco della speranza, che accoglie l’invito sorprendente “togliete la pietra”. Sì, la Chiesa è questa comunità di persone in comunione tra loro, perché in comunione con Gesù, che accettano di togliere la pietra. Dobbiamo entrare in questa vicenda di commozione, di pianto perché l’umanità è lacerata, divisa e il male dilaga “stando nel mezzo”, non come coloro che piangono e mettono alla prova, delusi e incerti, Gesù. Abbiamo invece fiducia in Gesù, la Pasqua che attendiamo è mistero di libertà, di vita. Noi siamo battezzati in questa speranza di vita, di Risurrezione.

La croce segna l’umanità dolente: noi dobbiamo stare ai suoi piedi, parlare e vivere con la croce sulle spalle, per avere l’umiltà chiudere la vita. Lazzaro è ritornato alla vita perché era amico di Gesù e di chi gli era amico, sorella o fratello che fosse. E’ la preghiera di Maria che si fa nostra invocazione. Dobbiamo sentirci legati da una fraternità umana che non è solo esteriore, ma è profonda perché siamo figli del medesimo Padre. In ogni storia umana vi è una chiamata all’amicizia, a sentirci dentro la nostra storia di vita. La comunione eucaristica è questo corpo che ci unisce, che ci rende partecipi delle gioie e dei dolori dell’umanità. Non siamo individui isolati in concorrenza tra loro, ma siamo chiamati a sovvertire, sconvolgere ogni consuetudine. In ogni volto dell’altro è impresso un legame di fraternità, una responsabilità piena di tenerezza e condivisione.

Ecco perché la morte che vuole separare, entrare a chiudere e a portare  tenebra, è sfidata, è sconfitta. Gesù prega il Padre e lo ringrazia.  La preghiera dunque, questa parola che esce dal silenzio, dal dolore  condiviso, dall’amicizia invocata, diventa il nostro modo di essere  credenti. Pregare incessantemente, insistentemente. Rendere la nostra vita implorazione, proprio perché si condivide, si fa nostra la vita di chi ci è vicino, di chi  entra nel nostro sguardo, perché si curino i sentimenti. Non si tratta di pregare per, ma di invocare perché vi è un’amicizia, un sentimento di condivisione. L’amicizia che porta in sé anche la fatica del perdono, del non avere nessun nemico. Si condivide e la Chiesa dovrebbe  essere questa festa dell’amicizia. Ritroveremo Lazzaro a tavola quando la morte, quella violenta sta raggiungendo Gesù. Gesù libera dalla morte. E’ questo il mistero della condivisione. Qui da noi, con noi, attorno a questa mensa purifichiamo il nostro cuore. Convertirsi, cambiare mentalità, orientamento, scelte di vita, ma soprattutto la preghiera amicale ci porta anche a protestare con dolcezza, a esprimere lamento, nostalgia. Come fa Maria:” Signore se tu fossi stato qui”. Signore aiutaci a pregare così.

 

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