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Casa della Carità
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Quarta domenica di Quaresima

Es 33,7-11; I Tess. 4,1-12; Gv 9, 1-38

18 marzo 2012

E’ un Vangelo che ci chiede di essere letto e riletto da noi, anche per vedere come noi ci allontaniamo dalla tentazione di fare come i genitori del cieco nato. “Chiedetelo a lui”. A fronte di una scelta rischiosa, ma evidente e vera, ci si allontana per paura di pagare di persona. La tranquillità, con un velo di ipocrisia, è un bene privato che non può essere messo in discussione anche a fronte di un miracolo evidente e che riguarda non un estraneo, ma il proprio figlio. E’ su questo angolo di riflessione che vorrei che ci fermassimo a riflettere: la verità è una condizione che ci riguarda. Il mondo nel quale viviamo mette  ai margini, fuori dal tempio della vita, tantissime persone e la cecità spinge a non considerarle. Non le vediamo, perciò non esistono, non ci disturbano: al massimo possiamo dare loro qualche elemosina, ma pensiamo di passare oltre. E non ci accorgiamo che i ciechi siamo noi, della peggior cecità, che è quella di non voler vedere. Quel cieco dalla nascita chiede a Gesù di vedere, si mette in moto e va alla piscina di Siloe e riprende la vista.

E’ l’umanità che invoca e ritorna a vedere. E’ la cecità, quella più radicata, che non fa riconoscere la verità ed entra avvolgendo il legalismo dei farisei, degli uomini del tempio, e la paura dei genitori. Anche il fatto che era Sabato diventa un rito che impedisce di vedere. Eppure il cieco che vede è una persona senza pretese, che chiede, riconosce la semplicità della verità “prima non vedeva e ora vede”. E’ questa semplicità, apparentemente scontata, che porta poi il cieco che vede a inginocchiarsi davanti a Gesù e a professare la fede-fiducia nel Gesù che l’ha guarito. Chi si riteneva possessore del rito, del tempio con le sue liturgie, chi nella paura scaricava la responsabilità ora non riconosce, non vede, diventando ciechi loro che negano la realtà. Mettiamoci anche come Chiesa da quella parte, come donne e uomini di questo mondo che non riescono più a indignarsi, a vedere responsabilmente che non si può star zitti, non rischiare a riconoscere che vi è un miracolo che può e deve succedere. La Chiesa, mistero di comunione, è quella comunità che dovrebbe stare ed avvertire che è come il cieco nato: non siamo e non dobbiamo pensare di essere  costruttori di risposte, persone che non vogliono compromettersi, ma siamo come il cieco nato, dalla sua parte, in quella condizione di vitalità che chiede di vedere, di non essere ciechi. Noi in Casa della carità non possiamo non avvertire il bisogno di vedere, di non passare oltre. Questa settimana abbiamo avuto un lutto che ci riguarda, era un nostro ospite che ci ha lasciato mentre era alla moschea a pregare. La sua vita ci ha interrogato: ora vede la luce che non tramonta.

Ci sono poi quei cadaveri su quel barcone nel Mediterraneo che ci fanno pensare alle tante storie di fuggiaschi, di poveri senza futuro, che sono la stragrande maggioranza dell’umanità che chiede di vedere, di non essere cacciati fuori dal tempio, che riconoscono e cercano nella loro povertà di vedere che vi è una luce che restituisce dignità a loro. Dobbiamo condividere, sentire in noi queste storie di vita  e chiedere, invocare, come umanità che chiede di pregare come  Mosè, che parla con il Signore faccia a faccia. Il Signore parlava con lui come uno che parla con il proprio amico. Sì, dobbiamo scuoterci dalla nostra cecità e cambiare  vita, con il semplice avvertimento di Paolo: ”Occuparsi delle vostre cose e lavorare con le vostre mani, così condurre una vita decorosa di fronte agli estranei e non avere bisogno di nessuno”. E’ quell’autonomia di vita che il cieco acquista ed è quel percorso che intravediamo come opportunità da costruire con gli ospiti. Sì, questa deve essere una Casa che si fa ospitare, che ospita e non esclude. E’ e deve essere segno di quale tempio il Signore vuole. Dobbiamo accettare di andare alla piscina di Siloe, lavarci, purificarci. Convertirsi è vivere interiormente questo bisogno di luce.


Signore facci vedere.
Preghiamo invocando:

Signore donaci di vivere
Il buio soffocante
che mozza il respiro
inchioda nella paura,
non ci fa vedere.
Eppure quei volti
I tanti volti che invocano
Si stampano in noi,
nelle nostre viscere
chiedon di vedere,
essere ascoltati nel gemito
come di donne nelle doglie del parto.

I loro nomi
Diventan preghiera
Preghiera fatta
Di volti e di corpi.
Sì come l’amico
Che ci ha lasciati
Con quel volto
Segnato dal male,
occhio devastato
dal tumore
Ora vede,
luce abbagliante
che mette in ginocchio
a sussurrar debolmente
“credo o Signore”.

Anche noi
Donne e uomini
Che vivon nel tempo
Oscuro e buio
Nel silenzio di parole
Inerti e dubbiosi
Sediamoci alla fonte
Aspettando ingenui
Che da Siloe
Piscina limpida
Giunga anche a noi
L’acqua che disseta.

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