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Casa della Carità
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Quinta domenica dopo l'Epifania

Is 60,13-14; Rom 9,21-26; Mt 15,21-28

Domenica 4 febbraio 2012

Figli del Dio vivente saranno chiamati coloro a cui era stato detto: “Voi non siete mio popolo”. E’ quanto Paolo, citando il profeta Osea, indica nella lettera ai Romani. E’ questa la città del Signore annunciata da Isaia ed è questa la città che dobbiamo abitare, a contribuire a rinsaldare, a renderla aperta, plurale, vivace, creativa, ma per questo dobbiamo cercare di rompere schemi, chiusure, privilegi, non solo di natura economica, ma anche di potere. E’ quello che stiamo vivendo noi Occidentali; in Casa della carità accogliamo lo straniero con il suo volto, con la sua tradizione e loro ci fanno avvertire che qualcosa non funziona nella città globale. Fuggono dalla loro terra, dalla città, dalla guerra, hanno il corpo segnato da questa sofferenza. Su molti di loro si abbatte la violenza dell’ingiustizia, una capacità consumistica che rende merce la persona, ci rende tutti inconsciamente obbedienti a logiche mercantili. La povertà non ha paese, è con noi con la sua storia, anche di chi è sul nostro territorio, nella nostra città.

Potremmo non far più nomi, chiedere il silenzio, far passare in noi queste storie. E’ un silenzio che chiedo a me e a noi, convocati dalla Parola attorno a questa mensa  eucaristica, perché il Vangelo di oggi ci turba, come ha turbato e quasi costretto Gesù a fare i conti con il grido straziante di una donna cananea. Gesù reagisce ai discepoli che volevano stare in pace, accontentando questa donna perché poi non disturbasse più; è la logica di un aiuto che accontenta e separa, intriso di potere, che non permette di abitare, di stare insieme. Ecco perché Gesù , da grande pedagogo, entra in dialogo, portando dentro l’ascolto il conflitto. Avverte e fa avvertire che esaudire questa donna  non è semplicemente un aiuto umano, ma è un cambiare lo sguardo, è dire che loro (e chi come loro) appartengono alla nostra storia, alla nostra umanità, fanno parte della nostra famiglia, della nostra casa, abitano con noi, sono (per dirla col profeta) popolo uno. La fede grande è in quella donna e forse è un richiamo forte per noi, che vorremmo a volte superare  l’assistenzialismo.

E’ importante questo, perché supera l’atteggiamento dei discepoli, ma per Gesù non basta: Gesù ascolta la loro fede, le loro domande, l’umanità che palpita. Di queste domande forse almeno qualcuna facciamola entrare in noi, lasciamoci sorprendere da questa richiesta della donna cananea, dalle insistenze che a volte non vorremmo più avere. L’Eucarestia con questa parola proclamata ci chiede di interrogarci sulla nostra fede, come è stato per i discepoli. Accogliere non è solo un’azione materiale, chiede ascolto che a volte non è operoso, ma è nello sguardo, nel nostro cuore. Riguarda tutti noi, anche chi non abita qui, ma viene a condividere la mensa eucaristica. Dire “sia fatta la tua volontà’ “ a volte è dura, quando vediamo e incontriamo dolore, anzi sembra impossibile, ci inchioda ai piedi del Crocefisso, ci fa stare lì senza parole. Ma il Vangelo di oggi ci dice che questa fede, prima ancora che essere un grido, è un ascolto dell’insistenza dei poveri. Ecco perché dobbiamo vivere questa domanda di fede profonda, interiore, camminare in questa casa ascoltandola. Certo ci sono tante cose che non vanno, ma il Signore ci invita ad ascoltare nel profondo.

“Donna, grande è la tua fede. Avvenga per te come desideri” e da quell’istante sua figlia fu guarita. Sì, o Signore, donaci questa forza interiore per capire, per non lasciarci in balia delle difficoltà, donaci l’avvertenza di ascoltare ciò che vale, di non stancarci di ascoltare le grida di chi soffre, di chi reclama senza potere di essere accolto e di stare anche a mangiare le briciole. Signore noi, Occidente ricco, ci sentiamo incapaci di conversione. Forse  tocca anche a noi, partendo da questa Eucarestia, vivere un modo di pregare che sia davvero di intercessione.

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