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Terza domenica dopo l'Epifania

Num. II; 4-32 I Cor. 10, 1-11; Mt 14,13-21

Domenica 22 gennaio 2012

Leggiamo delle mormorazioni piene di rimpianto di un popolo che vuole sicurezza e tranquillità, senza avere il coraggio di un cammino faticoso ma pieno dell’attesa della liberazione dall’oppressione, e di un dio che ascolta queste lamentele, questa insoddisfazione carica di pretese che accompagna come Alleato misericordioso le perizie del suo popolo. Si rivela un Dio che ha a cuore la sorte del suo popolo, continua a prediligerlo e a custodirlo. E’ la fede che si fa storia di salvezza, è la fede che dobbiamo riscoprire in un cammino che è come la folla del Vangelo, che segue Gesù, lo seguono dalle città a piedi, anche se lui si era ritirato nel silenzio e quasi lo disturba.

E’ la grande vicenda della fede che è preghiera, ricerca assetata e affamata  di parola che libera. Siamo in ricerca , quasi senza sicurezza , come la folla che ora ha fame, ma non chiede, perché ciò che conta  è non perdere questo incontro e ascolto di Gesù, il Salvatore. E’ ormai sera e i discepoli portano il realismo preoccupato di chi avverte il disagio e non sa far altro che invitare alla normalità di buon senso . E’ una folla che non ha niente se non poche cose, cinque pani e due pesci. Conviene andare, ritornare in città a comprare cibo e pane, ma la follia miracolosa attraversa e supera la fantasia più spericolata. Bastano questi cinque pani e due pesci per tutta la folla. Non è poca cosa, è semplicemente follia fidarsi e accettare l’invito di Gesù. La chiesa dei discepoli è questa comunità che, pur piena di incertezze, si fida e ascolta l’invito di Gesù. Stare nel mondo per consegnare questa speranza inaudita è possibile se si ha il coraggio del fidarsi. Guardando il mondo si è presi da sconforto: fame, ingiustizia, dolore, morte.

Noi accogliamo questa visione del mondo che ha fame ed è stampata nei volti e nelle storie delle persone. Come fare e come poter avere il coraggio di annunciare un mondo di pace e fraternità? Quale cibo può diventare corpo e sangue, inondare di vita e libertà la vita di tutti, della folla assetata di ascolto? Ecco l’indicazione vera: dobbiamo lasciare che la gente si metta in ricerca, si riempia di domande, abbandoni  la sua sicurezza apparente. E’ un’umanità che si fa preghiera, invocazione: dobbiamo avvertire quanto sia importante una spiritualità di ricerca, diffusa, immersa tra la gente lasciandoci contaminare da questa folla che chiede. L’ ospitalità è il modo di essere Chiesa che dalla preghiera avverte l’urgenza dell’essere solidali: la preghiera che Gesù ci indica non è chiusura su se stessi, ma sentire dentro di sé la condivisione, è emozionarci a tal punto da mobilitare la nostra vita, la nostra quotidianità. Offrire, lodare, intercedere, domandare significa avvertire che tutto sgorga da questo Gesù che dà la vita, è avvertire l’Eucarestia come culmine e fonte di preghiera. Giovanni non racconta dell’ultima cena, ma la fa intravvedere nella moltiplicazione dei pani.

L’Eucarestia ci fa essere Chiesa del mondo, spezzando il pane della commozione fraterna per essere corpo di Cristo, vivere questo mistero dell’essere una sola cosa in Lui e con Lui e così portare dentro di sé tutto il mondo. “Quando sarò innalzato trarrò tutti a me” ed allora, come ci ricorda Paolo, non mormorate, non lamentatevi. Costruiamo questo itinerario di conversione, giorno dopo giorno, nel tempo che ci è dato di vivere. Pregare nel silenzio che raccoglie lo sguardo e il volto, i nomi, gli eventi che entrano in noi che si fanno domanda, lode, benedizione, inquietudine. Pregare è vivere il tempo fidandosi, è lasciare che lo spirito che è in noi invochi.  Da credenti e in comunione con lui  sappiamo che non siamo noi a pregare, ma è lo Spirito che è in noi e grida e invoca “Abba Padre”. E’ la preghiera filiale. Lasciarci inondare dal silenzio e avvertire nel più profondo di noi stessi che lo Spirito invoca, in noi celebra l’amore di Dio, convoca l’umanità tutta a questa nuova fraternità. Pregare è sentire urgere in noi la carità. Paolo dice “la carità dentro di me”. E’ per questo, come abbiamo meditato questa mattina: “Signore insegnaci a pregare”.

 

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