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Quale impatto ha la pandemia sui senza dimora?

L'intervista di fio.PSD alla nostra operatrice Vita Casavola

19 novembre 2020

Qual è l'impatto della pandemia sulle persone senza dimora? Per approfondire questo tema, vi proponiamo un'intervista con Vita Casavola, operatrice della Casa responsabile del Progetto Diogene, un progetto sperimentale che si rivolge a persone senza dimora con patologie psichiatriche conclamate.

L'intervista è stata realizzata da Michele Marra, epidemiologo sociale, all’interno delle attività del progetto COVID-19, Italy and Vulnerabilities della regione europea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO) e pubblicata sul sito di fio.PSD, la Federazione italiana degli Organismi per le Persone Senza Dimora, di cui Vita Casavola è coordinatrice del gruppo di lavoro "Salute".

Un'uscita del progetto Diogene con Vita Casavola.

Qual è stato l’impatto della prima ondata epidemica sulla salute e sul benessere della comunità dei senza dimora? E qual è stato l’impatto delle misure di distanziamento sociale? Quali sono stati i principali problemi che hanno impattato la qualità di vita dei senza dimora?


Le persone senza dimora presentano un profilo particolarmente a rischio per il COVID-19 a causa della forte presenza di condizioni che sono fattori di rischio per l’infezione e per le conseguenze della malattia, come la concomitanza di patologie croniche, la diffusione di stili di vita malsani e la dipendenza da sostanze stupefacenti e da alcol, le difficoltà di accesso ai servizi sanitari o, ancora, il vivere per strada o in alloggi precari e spesso sovraffollati. Seppure  venga spesso affermato che il COVID-19 colpisce qualsiasi individuo senza esclusione, come sappiamo gli esiti della malattia non sono univoci ma correlati ai determinanti sociali ed a fattori di rischio fortemente diffusi nella comunità dei senza dimora, come la povertà di reddito, i bassi livelli di istruzione, la scarsa coesione sociale, la disoccupazione, la disgregazione famigliare, la separazione dal coniuge e/o dai figli.
Inoltre, le principali raccomandazioni di prevenzione del contagio, quali l’utilizzo della mascherina e l’osservanza delle norme igieniche, risultano particolarmente complicate in questo contesto, sia per la scarsa accessibilità alle stesse, sia per la scarsa disponibilità personale di molti individui senza dimora a seguire norme prescrittive. Ma non solo, anche i servizi e il terzo settore hanno lamentato, almeno nelle fasi iniziali della pandemia, una cronica assenza di DPI da distribuire ai propri assistiti. Per molti soggetti, inoltre, è stato proprio impossibile rispettare l’isolamento domiciliare, proprio a causa dell’assenza di una casa. Arrivando poi ai paradossi, registrati in molte aree, di individui multati per non essere rimasti presso un’abitazione o una struttura di cui non potevano disporre. All’interno di questa comunità esistono poi sottogruppi particolarmente fragili, come ad esempio i migranti e i rifugiati (molti dei quali rimasti in strada a causa dell’improvvisa incapacità di pagare gli affitti per posti letto in case condivise), le persone con età superiore ai 50 anni e/o con patologie croniche e, ancora, le persone con disagio psichico.
Ovviamente le situazioni vissute dai senza dimora sul territorio nazionale si sono diversificate sulla base dei contesti sociali e dei servizi offerti, ma in generale vi sono stati comunque fattori comuni: maggior solitudine, maggior isolamento e aggravamento dei bisogni primari (cibo, igiene ecc.). Inoltre, è stato osservato che la pandemia ha provocato in tanti senza dimora rimasti in strada, un incremento di alcuni sintomi di scarsa salute mentale, quali angoscia, ansia, una grave insonnia (talvolta automedicata con l’abuso di alcool) e disturbi somatoformi tali da essere ascritti, in alcuni casi, in un disturbo acuto da stress e che nell’attualità possono sfociare in disturbi post traumatici da stress.
L’impatto della pandemia sulla salute non è ancora stato quantificato in termini di vite e di altri indicatori di salute, ma è chiaro che all’impatto direttamente associato all’infezione da SARS-CoV-2, sarà da aggiungere un aumento del burden of disease nel futuro prossimo, causato dalla riduzione dell’assistenza e all’effetto del peggioramento dei determinanti sociali della salute, di cui si cominciano a intravedere gli effetti.

 
 

“I negozi erano chiusi, le strade deserte ma proprio completamente deserte, c’era un silenzio spaventoso… un vuoto strano … non potevo lavarmi e andare in bagno… non riuscivo a dormire perché avevo paura di non svegliarmi più …la paura mi paralizzava e proprio in quei momenti mi sono accorto che stavo oltrepassando il confine… stavo sconfinando nella follia e nell’angoscia. Avevo sempre cercato di isolarmi, di starmene per i fatti miei, e quando qualcuno mi parlava mi incazzavo, invece in quei momenti ero terrorizzato dal vuoto e pur di non sentirmi solo riuscivo ed accettavo di parlare con un altro me…il bello è che questo mi succedeva anche senza ubriacarmi… sentivo la mia voce che mi rispondeva e in fondo mi teneva compagnia e rompeva quel silenzio e vuoto per me troppo grande e inaccettabile…”.

Testimonianza di un senza dimora a Milano, affetto da disturbo narcisistico della personalità.

 
Il servizio docce della Casa, attualmente sospeso a causa della Pandemia. [Foto di Marco Garofalo]

Qual è stato l’impatto sui servizi e sulla loro capacità di assistere i senza dimora?

Alla difficoltà legate alle proprie condizioni di vita, si sono aggiunte le problematiche associate all’impatto del lockdown sui servizi. Ad esempio, molti si sono dovuti riorganizzare o hanno dovuto contingentare i posti letto nelle strutture di accoglienza per cercare di limitare il rischio di contagio e lo sviluppo di focolai. Molti centri gestiti dal terzo settore e dall’associazionismo hanno dovuto apportare cambiamenti e adeguarsi alle nuove disposizioni e norme sanitarie incontrando molte difficoltà per poter operare in sicurezza: dapprima per la carenza di dispositivi di protezione individuale, poi per i contagi multipli e l’assenza di uno screening (tamponi per individuare i positivi e isolarli). In molti centri sono stati bloccati nuovi accessi se non vi era certificazione di coronavirus negativo. Parallelamente, tanti altri servizi sono stati interrotti o limitati, rendendo ancora più complicato far fronte ad una domanda di assistenza invece in aumento.

Molti senza dimora in strada si sono trovati in un totale isolamento: negozi, docce pubbliche e mense chiuse, servizi di segretariato e di presa in carico e accompagnamento quasi inesistenti, quasi nessuno per strada a cui chiedere qualche euro… un’emergenza nell’emergenza e per molti si sono ripresentati, con prepotenza i bisogni essenziali come la fame e l’impossibilità totale di occuparsi della propria igiene personale, pesino di poter accedere ad un bagno. Come ben sappiamo, il corpo di chi vive per strada è segnato e indebolito da malattie accumulate negli anni, molte delle quali croniche e curate poco e male. In questo contesto, la situazione pandemica, la privazione di sonno, la fame e le dipendenze hanno conseguenze devastanti”.Tanti altri servizi, ancora, hanno dovuto affrontare problematiche legate agli operatori e al rischio di contagio. 

Per quanto non si sia verificata l’emergenza registrata nelle RSA, episodi di focolai in strutture per l’accoglienza sono stati registrati e hanno coinvolto anche il personale sociosanitario. Un personale che, peraltro, durante l’epidemia, è stato difficilmente rimpiazzabile da altri operatori, specie perché la questione dei senza dimora no né stata considerata una priorità nell’allocazione straordinaria delle risorse umane. Inoltre, a questa problematica si è aggiunta la criticità relativa al fatto che buona parte dell’offerta di servizi si basa infatti sull’opera di volontari, spesso di età adulta o anziana, che hanno dovuto interrompere le proprie prestazioni per evitare l’esposizione al contagio.

 
 
L'unità di strada della Casa della carità "Strade Nuove". [Foto di Marco Garofalo]

Sono state messe in atto delle politiche per la tutela e l’assistenza dei senza dimora o non sono stati contemplati nell’agenda pubblica?

In assenza di una strategia coordinata a livello nazionale di protezione delle persone senza dimora dalla pandemia COVID-19 e tanto più di risorse dedicate, la governance dell’emergenza è stata delegata a livello regionale e spesso alla creatività, all’intraprendenza e alla “resistenza” messa in atto dal mondo del terzo settore e dell’associazionismo. In particolare, soluzioni e sperimentazioni per tentare di approcciare i bisogni dei senza dimora e di dare continuità ai servizi sono state osservate quasi esclusivamente laddove la gestione del problema è storicamente più radicata e dove vi erano risorse ad hoc già stanziate, come per esempio in Lombardia quelle del Programma operativo nazionale (PON) “Inclusione” del Ministero del lavoro e delle politiche sociali e dell’Unione europea, creando tuttavia contemporaneamente forti disomogeneità territoriali.

In Lombardia, molti servizi normalmente aperti solo nella fascia oraria notturna, sono stati riconvertiti, anche su richiesta delle autorità locali, in centri aperti sulle 24 ore per evitare che le persone fossero costrette a stare in strada. Si è trattata di un’estensione oraria particolarmente complessa in cui scarseggiavano i volontari normalmente impegnati in queste attività ed ai quali non poteva essere richiesto di continuare a prestare il proprio servizio in assenza di dispositivi di protezione individuale o di condizioni sicure per l’operatività. A dispetto delle varie difficoltà provocate dalla pandemia, fortunatamente molte delle unità mobili, soprattutto nelle grandi città, hanno sempre garantito un sostegno alle persone in strada (ad es. a Milano più di 500) con la distribuzione beni di prima necessità, cibo (seppur non cucinato) mascherine e disinfettanti e con il monitoraggio delle condizioni psicofisiche, cercando soprattutto di garantire un sostegno non solo assistenziale/sanitario ma anche ad alta intensità relazionale.

La Regione Piemonte ha predisposto linee guida per contenere il diffondersi del coronavirus nei centri di accoglienza per le persone senza dimora, rafforzato le unità di strada per verificare il numero e le necessità di chi non accede con regolarità ai servizi dedicati; garantito un collegamento diretto con il Servizio sanitario in caso di sospetto contagio; e aumentato gli orari di apertura dei servizi di ospitalità e delle mense operanti. In molte Regioni, nel caso di soggetti da sottoporre a quarantena, o positivi al COVID-19 ma asintomatici, si è proceduto ad allestire luoghi adeguatamente attrezzati, anche grazie a convenzioni con hotel e strutture di ricezione e idonei a garantire la salvaguardia della salute pubblica, anche se spesso queste esperienze hanno mostrato importanti criticità nella gestione dei malati.

 
Una persona senza dimora a Milano. [Foto di Marco Garofalo]

Siamo stati capaci in questo periodo di pausa di preparaci ad un’eventuale seconda ondata epidemica?

La riorganizzazione dei servizi è stata molto faticosa e lo smaltimento dell’aumento straordinario delle prese in carico non si è esaurito. Parallelamente c’è stata una speranza che l’emergenza fosse conclusa. Questi due fattori hanno in parte impedito la sistematizzazione delle soluzioni sperimentate durante la prima ondata e lo stanziamento preventivo di risorse per una seconda ondata epidemica. Ciononostante, alcune delle esperienze che sono state maturate sono oggi probabilmente più facilmente replicabili e ad esempio a Milano così come a Roma accordi con strutture di accoglienza straordinarie sono già stati siglati.
Certo rimane il fatto che il numero di richieste di aiuto è aumentato e che l’impatto della prima ondata sul benessere della popolazione dei senza dimora avrà ripercussioni future, rendendo più complesso il lavoro. È difficile che il forte aumento delle persone in condizioni di povertà diventi cronico e aumenti stabilmente lo zoccolo duro delle persone senza un’abitazione fissa, ma sicuramente porteranno domande di salute che dovranno essere considerate.
Infine, un’ulteriore criticità per questa seconda ondata rimane l’emergenza freddo, che potrebbe rappresentare un ulteriore alleato per l’epidemia. A tal riguardo, il Comune di Milano vuole aggiungere ai mille posti di accoglienza convenzionati altri 550 posti per il piano antifreddo e sono stati pubblicati i bandi rivolti al terzo settore. Ciononostante, così come in altre realtà territoriali, queste misure sono state prese in parte in ritardo.

 

Cosa servirebbe per una migliore tutela della popolazione dei senza dimora?

Dal punto di vista delle soluzioni operative, interventi utili sarebbero:
- la distribuzione sistematica di mascherine chirurgiche e di gel igienizzanti a tutta la popolazione senza dimora;
- l’attivazione di numeri verdi nelle grandi città dove ancora esiste il servizio al fine di consentire agli operatori socio-sanitari che operano su strada di: a) segnalare le persone con sintomi clinici o comunque bisognose di assistenza, e b) di usufruire di un triage telefonico COVID-19. Un agile sistema di invio dovrebbe rendere possibile il rapido trasferimento delle persone che lo necessitano alle strutture Cura o Protezione;
- l’ubicazione delle strutture Cura e Protezione (hotel, ostelli, centri di accoglienza non utilizzati, ecc.) in strutture separate con differente personale;
- la garanzia di un supporto psicologico e psichiatrico, in ragione, sia di possibili preesistenti vulnerabilità psicologiche delle persone ospitate, sia dell’intenso di stress emotivo provocato dal trovarsi in un servizio di quarantena:
- l’assicurare servizi dedicati alle persone con problemi di dipendenza (alcol, sostanze stupefacenti) in modo da prevenire i sintomi di astinenza e altri problemi correlati.

Dal punto di vista della governance sono meritevoli di nota i seguenti punti:
- L’opera straordinaria svolta in molte aree italiane non può cancellare la necessità della pianificazione e implementazione di una strategia nazionale e l’allocazione di un fondo nazionale di emergenza per prevenire la diffusione di COVID-19 tra le persone senza dimora o in grave precarietà abitativa. Il finanziamento dovrebbe essere a disposizione delle amministrazioni regionali e locali da utilizzare per coprire i costi di fornitura di servizi e alloggi per questi gruppi vulnerabili durante l’epidemia. Ciò permetterebbe di superare la presenza di presenza di strategie sanitarie disomogenee nei territori, in parte dovuta anche al carattere decentrato del Sistema sanitario nazionale (SSN) che affida la gestione della salute alle amministrazioni regionali.
- Parallelamente sarebbe necessaria la disponibilità di maggiori dati relativi alla dimensione del problema e della sua distribuzione territoriale. Questo è un problema cronico della governance dei senza fissi dimora, ma è ancor più vero in tempo di COVID-19.
- Infine, e più in generale, occorrerebbe, in un’ottica di sanità pubblica e di maggiore capacità di tutelare il diritto alla salute di tutta la popolazione, porre tra le massime priorità dell’agenda politica e del governo la protezione dall’epidemia delle persone più fragili della popolazione.

 
 

Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" - via Francesco Brambilla 10 - 20128 Milano - C.F. 97316770151 - Credits

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