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Vivere il presente, immaginando il futuro

Un'intervista con Iole Romano, responsabile dell'area "Cura della Casa" e della comunità SoStare

26 giugno 2020

Durante la pandemia di Coronavirus, la vita della Casa della carità è cambiata molto. Insieme agli ospiti stiamo vivendo un nuovo presente e stiamo immaginando un futuro diverso. In questi giorni, tutta la Fondazione è impegnata per riavviare i servizi sospesi per il lockdown, nella prospettiva di una "nuova normalità". 

Nell'attesa, abbiamo dato voce ad alcuni operatori che sono stati in prima linea durante l'emergenza, per raccontarvi il nostro impegno quotidiano in questi ultimi mesi e per condividere alcune riflessioni sul domani.

Dopo aver intervistato Maurizio Azzollini, Direttore generale della Fondazione, Gaia Jacchetti, e Fiorenzo De Molli, rispettivamente medico della Casa della carità e responsabile del Settore Ospitalità e Accoglienza, abbiamo dialogato con Iole Romano.

Iole è la responsabile dell’Area Cura della Casa” e di SoStare, la comunità di residenzialità leggera interna a Casa della carità, dove vengono accolte persone che hanno bisogno di accudimento fisico, cura mentale, aiuto all’inclusione sociale e accompagnamento ai servizi del territorio. Nei mesi dell'emergenza, la sua è stata una presenza quotidiana in Casa della carità, arrivando a percorrere fino a 18 chilometri a piedi, su e giù per i corridoi di via Brambilla.

Iole alla Casa della carità, durante l'emergenza Covid

Come sono stati per te questi mesi in via Brambilla?
Se dovessi riassumere in tre parole direi: impegnativi, intensi, interessanti.
Allinizio avevo paura di ammalarmi. Ma Gaia, la nostra dottoressa, ci ha dato delle indicazioni molto chiare sulle precauzioni da prendere, che ho seguito alla lettera, e questo mi ha tranquillizzata. Ho anche molto apprezzato la scelta della Fondazione, e di don Virginio in particolare, di richiedere a gran voce i tamponi anche per noi operatori: da un lato un possibile risultato positivo mi spaventava, ma dallaltro la Casa della carità ha dimostrato di volere proteggere quegli operatori che dovevano rimanere sul campo” e non potevano lavorare da casa. Poteva non fare nulla e invece ha pensato a tutti, senza dimenticare nessuno e questo è stato un gesto che ho sentito molto. 
Sono stati davvero mesi impegnativi e intensi, tanto che le prime settimane andavo a casa veramente sfinita. In certe giornate ho macinato fino a 18 chilometri allinterno della Casa della carità per raggiungere tutti gli ospiti, per rassicurarli, perché cera da fare. Ma sono stati anche mesi interessanti: ho avuto modo di conoscere alcuni colleghi con cui non avevo mai lavorato a stretto contatto e abbiamo avuto la possibilità di capire come potrebbe essere il futuro della Casa della carità.

E come potrebbe essere secondo te il futuro? 
Lesperienza del Covid ci ha fatto capire che la Casa del futuro sarà sicuramente diversa da come è ora, perché, per esempio, non sarà più possibile avere certi numeri, dal momento che dovremo continuare a garantire il distanziamento fisico. La Casa della carità si è sempre presa cura dei più deboli, ma la pandemia ci ha detto che dobbiamo anche proteggerli e che ognuno di loro ha bisogno di modalità diverse di accoglienza. Ed è quello che abbiamo fatto, abbiamo accolto in modo diverso: abbiamo creato un reparto Covid”, abbiamo dedicato spazi a chi doveva fare la quarantena e a chi era negativo. C’è stata una visione diversa per ogni categoria” ed è quello che dovremo continuare a fare. Non ospedalizzandoci, ma essendo sempre più un luogo di cura specializzato per ogni necessità che arriva: dallhomeless a chi ha problemi di salute fisica o mentale, da chi ha perso il lavoro a chi è stato sfrattato. La pandemia ha reso ancor più evidente che certe persone hanno bisogno di un livello di cura maggiore, di un accompagnamento personale quotidiano, altrimenti non ce la fanno. E quindi dobbiamo affinare nostro lavoro, lavorare sulla qualità dellintervento. In questi mesi abbiamo sentito tante volte dire che niente sarà più come prima”. Credo che la Casa debba seguire questa scia”, perché la Casa della carità è nata per stare al passo coi tempi e se questa scia si incrocia con “Regaliamoci futuro” (il percorso di ripensamento dell’accoglienza avviato dalla Casa già prima dell’emergenza Coronavirus, ndr), avremo la forza di sostenere questo grande cambiamento.

 
 
Durante l'emergenza, gli ospiti di SoStare hanno realizzato delle mascherine

Com’è cambiato il tuo lavoro e il rapporto con gli ospiti? 
È cambiato tanto… per esempio, non ricordo mai di aver portato i pasti in camera, perché la mensa è per noi un elemento di ricchezza e condivisione. E invece a causa del Covid siamo stati costretti a farlo.E poi devo dire che ho vissuto la Casa in modo trasversale, non solo a SoStare, che stato quasi autonomo, ma per esempio ho lavorato molto anche con il piano uomini, dove si è rafforzato il legame con alcuni ospiti e si è creato un rapporto di fiducia. A SoStare, invece, sono rimasta da sola perché i miei colleghi erano in isolamento o sono stati spostati su altri servizi. E quindi gli ospiti sono stati la mia équipe, sono stata davvero sostenuta da loro e c’è stato un apporto importante da parte della comunità che è venuta fuori, imparando ancora di più a vivere in modo comunitario: il fatto che gli ospiti si aiutassero tra di loro, è stato daiuto per il mio lavoro.

Come se la sono cavata gli ospiti di SoStare?
Abbiamo avuto due ricoverati e questo ha fatto riflettere maggiormente gli altri, che hanno capito che il virus era reale. Allinizio hanno tenuto bene, poi con il tempo c’è stato un podi cedimento. Da un certo momento in poi, nessuno si poteva spostare dalla sua area e quindi a SoStare entravo solo io tutta scafandrata”, ma i contatti sono stati molto limitati. Sono stati davvero bravi, ma il lungo isolamento li ha portati a sentirsi un posoli e ad avere un podi paura.Ora hanno ripreso a fare alcune cose da soli, come andare a fare la spesa, uscire per comprare le sigarette… cose che durante emergenza abbiamo fatto noi operatori. 


 
 
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