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Don Virginio: vorrei comunicare con voi

"Ogni giorno mi ritrovo a pensare, scrivo un diario e ho deciso di condividerlo con voi, in termini di intimità, di amicizia"


1 aprile 2020
Ridefinire il progresso

Vedo troppa fretta di archiviare questi mesi di distanza sociale per approdare a una ripresa senza capitalizzare la domanda di cambiamento epocale che ci è richiesta

È stata una giornata faticosa, che mi ha interrogato molto nell’affrontare tutte le difficoltà, ma anche la dedizione che c’è in Casa della carità. Avverto il pericolo che si cominci però a pensare al dopo emergenza con la fretta di chi vuole archiviare questi mesi di distanza sociale per approdare al dopo crisi e rilanciare una ripresa senza capitalizzare la domanda di cambiamento che davvero è un cambiamento d’epoca. 

E allora tocca a noi, nel nostro stare nelle periferie, fare entrare nella nostra carne, cuore, intelligenza, il dolore e la sofferenza di morti che non possono diventare soltanto un allarme statistico, ma sentire la sofferenza dei famigliari. Le vittime non possono diventare solo numeri da analizzare per capire meglio come resistere, come curare e combattere la potenza devastante di questo virus che è diventata pandemia, che ha colpito ricchi e poveri, nazioni con i confini sigillati e vittime di guerra, che non hanno smesso di essere alimentate e di creare distruzione con armi che continuano a prodursi e a usarsi. 

Avverto che anche il dibattito su come rilanciare l’economia, su come sostenere i poveri (reddito di emergenza o altro), su come consolidare la visione di una Europa che solidarizza (Eurobond o altro) e che vede emergere ancora tentazioni autoritarie e non di democrazia (Ungheria ci insegna), venga affrontato ancora come un dibattuto di piccolo cabotaggio e invece c’è una sfida molto più profonda che riguarda anche noi e che è tutta contenuta e da approfondire nella Laudato Si', questa enciclica che va riletta. 

Ieri l’ho riletta pazientemente pregandoci anche sopra. Papa Francesco dice al numero 194: «Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso» e ancora, al numero 89: «Le creature di questo mondo non possono essere considerate un bene senza proprietario: "Sono tue, Signore, amante della vita" (Sap 11,26). Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che "Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione" (Evangelii Gaudium, 215)».

Parole forti che ci impegnano anche come Casa della carità e come realtà che riflettono per portare questo al proprio interno. Vi confesso che proprio a fronte di questo sono andato ieri a meditare sull'Apocalisse per ritrovare queste tracce di sogno e speranza. Apocalisse 21:
«Vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi la città santa, la Gerusalemme nuova e udii una voce che diceva: "Ecco una tenda di Dio tra gli uomini e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate"».

Nella mia mente, meditando e pregando, mi è ritornato in mente la testimonianza straordinaria di don Tonino Bello che, pur nel dramma di Sarajevo, il 12 dicembre 1992, disse questo: «Io penso che queste forme di utopia, di sogno, quella della non violenza e della pace, dobbiamo promuoverle altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi»

Mi ha fatto bene anche sentire profondamente queste parole e immettere dentro nel nostro cammino, nella dimensione anche concreta, la voglia di sperare ancora in un futuro che è già presente.

Regaliamoci futuro.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di mercoledì 1 aprile 2020

Martedì 31 marzo
È ancora l'amicizia un saldo legame

Non interrompo il mio diario, vi chiedo di condividere con me la sofferenza di non essere nel mezzo dell’operare attivo di Casa della carità, ma di accompagnarlo solo con la vicinanza che oggi si fa preghiera, silenzio, invocazione di intercessione. 

Si è ormai travolti da notizie a cui non ci si può abituare
: gli anziani, quelli anche ospiti nelle Rsa, dove non si contano i morti; il dramma del carcere, dove sono ammassati a rischio detenuti e personale del penitenziario; la situazione di tante famiglie che hanno i figli con disagio, che non ce la fanno più; l’impegno di tanti operatori, che incontrano anche ritardi e inefficienze del sistema con anche la dedizione e competenza professionale. 

È una crisi pesante perché colpisce anche persone care. In queste ore sto pregando molto per Marco, don Franco e altri. Avverto la sofferenza di persone anziane malate che subiscono, in un certo senso, la solitudine di cura essendo ormai tutto consegnato a questa emergenza da virus, quasi che non esista più altra malattia. 

Comprendo il dramma di chi non ce la fa a stare in casa e di chi è sulla strada e comincia a vedere mancare la sopravvivenza. La povertà preme e di fronte a questo elenco ho in mente persone, volti precisi. Sento con insistenza gli operatori di Casa della carità perché so che si vede e si avverte sempre di più la fatica del continuare e mi danno uno straordinario esempio di dedizione. Gli ospiti che hanno sul volto la mascherina fabbricata dai volontari esprimono una operosità partecipata. 

Mi ritornano in mente le tante amicizie che si avvertono in me, le tante preoccupazioni per persone care che fanno fatica. Penso anche alle famiglie che stanno condividendo con me il cammino dell'associazione SON, per un ‘Dopo di noi’ che è durante noi. Ma avverto in queste ore la fatica e quel “Signore perché dormi? Non vedi che non ce la facciamo più?”. Ecco perché ho scelto oggi di vivere con intensità un tempo di preghiera di intercessione, un tempo di silenzio nel luogo in cui sono. 

Il cardinal Martini ci ha insegnato a stare nel mezzo, a invocare così, un affidarsi con il coraggio nudo della fede, di chi si affida. Agli amici che sono sul campo vorrei dire la mia riconoscenza e il mio pregare per poter continuare insieme quel cammino che anche sto riscoprendo. A chi ci accompagna con simpatia chiedo di condividere questo tempo di condivisione, richiamo spirituale che certamente avverte anche le preoccupazioni per il sostegno concreto della Casa, ma chiede soprattutto il sostegno di una condivisione che ci fa essere in quel cammino di “Regaliamoci futuro”, che appare sempre di più in queste ore da consegnare a questa speranza profondamente interiore, di affidamento. 

Nella nostra Casa, che non deve in questi giorni sentirsi travolta, ma non per parole retoriche di sostegno, ma perché quei poveri, quella fragilità che è itinerario di speranza come il Vangelo e la scelta fondativa che volle Martini per la Casa testimoniano, dobbiamo ridare - consolidare - fiducia e senso. 

Ci stiamo preparando al cammino della Settimana santa. Affido a Martini che sostenga il nostro cammino. Ho fiducia che lui, che ha tanto voluto questa Casa, ci accompagni in questo cammino di prova, e non solo per noi, ma per tutti coloro che operano in tante esperienze di operosità accogliente e che condividono questo percorso che cerco di delineare nel diario di condivisione di ogni giorno, spazi di silenzio e preghiera. È ancora l’amicizia un saldo legame.

Grazie

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Lunedì 30 marzo
Ripartire dai poveri contestando onnipotenza ed egoismo

I giorni che stiamo vivendo con tanta drammaticità non ci permettono di non cogliere che ci è chiesto un cambiamento d’epoca, una radicalità che ciascuno, e come comunità, non può non avvertire. 

Papa Francesco ancora ha stupito tutti richiamando a considerare i poveri e coloro che soffrono al centro dell’attenzione, una vera priorità sociale. Ma questo non semplicemente per una umanità caritatevole. Papa Francesco rompe con la tendenza a considerare l’opzione per i poveri come una conseguenza caritatevole della fede, la colloca piuttosto al cuore della fede. 

Il Dio professato dai cristiani prevede un posto speciale per i poveri fino al punto in cui che egli stesso si fece povero in Gesù Cristo, come fa notare l’apostolo Paolo (Corinti 2). Lo dice anche Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, dove indica come la storia della rivelazione di Gesù è intimamente connessa con il mondo dei poveri (Evangeliii Gaudium 197); per questo dice di volere una Chiesa povera e per i poveri che «hanno molto da insegnarci, nelle proprie sofferenze conoscono il cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» (Evangelii Gaudium 198). 

Francresco rilegge la povertà nel contesto di oggi, dà un nome e un volto alla concretezza storica con quell’amore contemplativo che sa che questa condivisione è perché nessuno sia abbandonato, perché tutti figli di Dio. Per capire l’amore per tutti nella storia che viviamo dobbiamo partire dai poveri, dalla nostra fragilità, dalla nostra povertà, dal nostro limite contestando il delirio di onnipotenza e l’egoismo di un io proprietario. 

Nella storia di questi giorni è una opportunità, non è una spiritualità intimista, un sentimento da consumare in una religiosità che fa convivere con le ingiustizie e si rifugia in una consolazione rassegnata. È una esigenza del Vangelo da annunciare, che sa scuotere l’indifferenza. I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia. Ci è chiesto oggi più che mai di spogliarci dalla posizione centrale di calma e tranquillità e di dirigerci verso la zona periferica. E questo con un cuore contemplativo che avverte che non può non cambiare anche il nostro stile di vita

Chiesa povera, credenti che sanno testimoniare una sobrietà e una passione di ascolto e ospitalità che trascina nel modo di pensare e vivere culturalmente questa sapienza della carità, questa eccedenza della carità, come il cardinal Martini ci ha insegnato, come il dono che abbiamo da condividere in Casa della carità. E tutto questo lascia delle tracce anche nella politica, nell’economia, nella finanza, nel rendere insopportabile la disuguaglianza e la corruzione. 
Ecco perché colpisce Francesco affaticato, dolorante e zoppicante, che si inginocchia di fronte al crocifisso in adorazione, che porta su di sé tutta la contraddizione di una Chiesa spesso ricca, ma che non ha contaminato il suo cuore, il suo modo di vivere. Quanto parlare di poveri e povertà da una politica, da una economia e da una finanza che è arroccata su privilegi e al massimo fa mecenatismo, ma non si scandalizza sulle disuguaglianze, nella testimonianza di vita che promuove e moltiplica consumo, vera società consumistica. 

È per questo che non basta più l’aiuto ai poveri con il rischio di essere accettati come una ottima protezione civile o come un volontariato da incorniciare. Quando abbiamo promosso Reti della carità, i tanti laboratori di umanità e condivisione con i poveri, era perché non volevamo diventare soltanto e semplicemente utili, ma per vivere quella profezia della povertà che Francesco ci insegna giorno per giorno. Abbiamo aperto gli incontri nella sede di Pax Christi a Firenze: povertà e pace, due connessioni profonde, ma tocca a noi credenti, donne e uomini colmi di una solidarietà interrogata dalla povertà e animata da solidarietà vera. 

I giorni che stiamo vivendo con tanta drammaticità non ci permettono di non cogliere che ci è chiesto un cambiamento d’epoca, una radicalità che ciascuno, e come comunità, non può non avvertire. Papa Francesco il 1 marzo 2017, in un memorabile mercoledì delle Ceneri disse: «Dalle periferie riceveranno da Dio il soffio della vita che salva dall’asfissia soffocante provocata dai nostri egoismi, asfissia soffocante generata da meschine ambizioni e silenziose indifferenze. Asfissia che soffoca lo spirito, restringe l’orizzonte e anestetizza il palpito del cuore». Se non è profezia questa…Regaliamoci futuro



alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di lunedì 30 marzo 2020

Domenica 29 marzo - Domenica di Lazzaro

Per molti di noi la liturgia di oggi, la liturgia ambrosiana, ci consegna il Vangelo che racconta la resurrezione di Lazzaro. Quel "Lazzaro, vieni fuori" è un grido che tutti hanno comunque conosciuto.

Sentiamo proclamare questo Vangelo in questi giorni di pandemia, in cui la paura e la morte ci stanno accompagnando quotidianamente, entrando nel nostro cammino. "Signore, se tu fossi stato qui!!", dice Marta a Gesù. È un rimprovero che quasi appartiene anche a me, riformulato così: "Non vedi cosa succede? Mi sembri distratto... Eppure gli volevi bene".

Molte delle persone che hanno perso la vita in questi giorni non hanno avuto la possibilità di essere accarezzate da chi voleva bene a loro. È un dramma nel dramma. Sono amicizie interrotte e stiamo in apprensione per persone amiche che stanno male, che ci hanno lasciato. Ma anche avvertiamo un forte sentimento, a volte, di non farcela. Di essere stanchi del continuo propagandare, del "ce la faremo", del "ritorneremo migliori di prima". Ci sentiamo appesantiti, poveri di futuro. Apparentemente.

Eppure Gesù piange. Freme dentro di lui l'amicizia attraverso il limite, attraverso la morte, addirittura. Sì, l'amore è più forte della morte. Non posso fermarmi a constatare soltanto, avverto un fremito che non mi fa dimenticare i legami che qui si vivono, si fondono e oltrepassano la morte. 

"Vado in un posto più bello e là vi aspetterò correndo", mi disse Sergio, giovane spastico, mentre lo accompagnavo negli ultimi istanti della sua vita. Sì, sento che vi è un'amicizia, un affetto che non finisce. Non ci si rassegna a pensare che ci siano solo le ceneri di corpi cremati a ricordo. Ecco perché la lacrima ha mosso Gesù e sorpreso chi gli era vicino. Quel "togliete la pietra" scuote anche la nostra rassegnazione, l'indifferenza. L'umanità intera, durante questa pandemia, sta riscoprendo il legame che la tiene insieme, un destino comune. Si è figli, amici, fratelli, sorelle.

"Sciogliete le bende". Quell'orrore e puzzo di chiusura e dimenticanza dei tanti innocenti, delle tante vittime, di cancellazione di diritti. I sepolcri che rinchiudono un futuro che palpita di fraternità, che allontana violenze e ingiustizie, non rinchiuda e cancelli le speranze. 

Gesù dice: "Lazzaro, vieni fuori!". Sì, si può credere, si deve credere che la resurrezione è possibile.

Il Vangelo di oggi parla di resurrezione che è fiducia nella vita, che non ci permette di dimenticare il coraggio della speranza. Infatti, coloro che erano vicini, dice il Vangelo, decidono di prepararsi ad uccidere Gesù, perché non potevano accettare un dono che liberasse una speranza di vita e un modo di vivere, che porta libertà, pienezza di futuro.

Questo Vangelo si chiude infatti con la decisione, di coloro che erano lì a condannare Gesù, di farlo morire. Ma Lazzaro, in quel tempo di vita che ha avuto ancora, diventa segno del cammino che tutti possiamo compiere per quel tempo che ci è dato di vivere, che deve essere colmo di resurrezione, di pienezza di vita, di segni.

Ho voluto raccontare così il mio ascolto e pregare il Vangelo di oggi. Mi ritrovo con il grande dono della testimonianza che Papa Francesco ci sta dando, per un cammino di Chiesa e di umanità che sanno essere colme di futuro. "Non lasciatevi rubare la speranza", disse lui e continua a dirlo a tutti noi.

"Più forte della morte è l'amore", dice il Cantico. Sì, non perdiamo la speranza che non è nostra, ma ci è regalata. Regaliamoci futuro. Viviamo l'amicizia come dono. Forse questo tempo, che ci consegna la solitudine, può far vivere in noi la bellezza dell'amicizia, del sentirci gioiosamente amati nella vita, nella gratuità, nella contemplazione di gioiosa speranza.

E forse sarà bello oggi poter guardare i volti di chi ci sta vicino, di una comunità di amici, quella che è raccontata nel Vangelo di oggi.

Buona domenica


alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di domenica 29 marzo 2020

Sabato 28 marzo - Siamo tutti sulla stessa barca

Abbiamo tutti nel cuore, negli occhi, la straordinaria testimonianza di fede, di umanità, dataci nel silenzio e nel vuoto, vuoto solo apparentemente, di piazza San Pietro con il Papa, che ha condiviso con tutta l'umanità un momento di riflessione alta di fronte alla croce.

Tra le tante parole, quelle che mi hanno colpito di più: "Siamo tutti sulla stessa barca".

Ci ha richiamato Papa Francesco: "Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato".

È una riflessione forte che ci interroga profondamente sull'oggi, su quella spiritualità che produce poi un cambiamento e incide sulla società complessivamente, è un po' il cammino che stiamo compiendo anche noi, nel nostro piccolo.

E abbiamo ascoltato anche l'appello di Antonio Guterres, che come segretario generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un messaggio forte per chiedere l'immediato cessate il fuoco in tutti gli angoli del mondo. Stiamo parlando di milioni di bambini, donne e uomini, sparsi in quasi 50 Paesi del mondo. La furia del virus rispecchia la follia della guerra. Per questo, dice Guterres: "È tempo di fermare i conflitti armati e di concentrarci sulla vera lotta da perseguire".

Questo appello chiede addirittura simbolicamente, come chiedono anche alcune associazioni, di esporre ancora la bandiera della pace, quella che ha caratterizzato spesso i movimenti di base. Ma c'è una connessione profonda con l'interrogativo forte che Papa Francesco ci ha posto. Bisogna allora riflettere, partendo ancora dalle sollecitazioni continue della Laudato Si', che ci ha detto di vivere una conversione ecologica.

È infatti emersa senza dubbio la stretta interdipendenza tra esseri umani ed ecosistemi, come fattore naturale e solo ora, forse, ci rendiamo conto che i nostri destini sono intrecciati, interconnessi. Siamo una rete fisica, materiale e il momento attuale ci rende l'occasione di comprendere che abbiamo dato troppa attenzione all'io e ben poco al noi. E ci accorgiamo che l'altro è fatto anche di te, che siamo parte di qualcosa che abbiamo ritenuto estranea a noi stessi. Siamo tutti sulla stessa barca, abbiamo sentito dire a Papa Francesco citando il Vangelo. Se vi saliamo nel momento della nascita non abbiamo più la possibilità di scendere; il più ricco come il più povero. 

Più distruggiamo gli ecosistemi, più consumiamo risorse in modo scellerato, più favoriamo i virus a espandersi fuori dal loro habitat naturale e venirci sempre più vicini. I giochi della finanza, della politica, dei mercati sono rimasti traumatizzati e il sistema nel quale viviamo, le sue misure di riassetto, i suoi programmi di austerità, gli infiniti sistemi di divisione, a cosa sono serviti?

Una strategia che ha diffuso i terribili virus dell'individualismo, dell'indifferenza, della violenza.

Certo, chi vive per strada, i senza fissa dimora, tutti quelli che sono costretti a non capire cosa significa "stare in casa" perché una casa non ce l'hanno, tutti coloro ai quali è impedito di recarsi in una mensa dove ricevere un po' di cibo, i "clandestini" di ogni storia e geografia, chi deve sopravvivere nell'inferno di qualche campo profughi rischia di più. Ma nessuno è immune, tutti siamo in pericolo. Certo, con più o meno possibilità di essere curati, ma non è una sicurezza sufficiente. 

Potremmo continuare. Queste riflessioni appartengono anche ad altre realtà con le quali le stiamo condividendo, come la Fondazione Piccini sul territorio bresciano e tante altre. Dobbiamo far crescere questo movimento dal basso, dalle piccole realtà, per arrivare a quella conversione ecologica che chiede di tradurre questo profondo cambiamento di cultura, di attenzione, di priorità.

Non si esce con aggiustamenti. Va cambiata un'epoca. Dobbiamo rinnovare profondamente il nostro pensiero. E per far questo, bisogna consegnare anche dentro di noi una riflessione forte, quella dimensione spirituale che ci fa essere non solo predicatori di orientamenti, ma portatori di una riflessione intima profonda.

Ecco allora, amici, che la grande scelta che dobbiamo fare per rifondare anche il nostro cammino, il quel "regaliamoci futuro" ha dentro una dimensione spirituale forte, una dimensione culturale del dialogo, una dimensione fortemente significativa di una Politica rinnovata dal basso. Ma tutte queste dimensioni devono portare a quella che Papa Francesco chiama "conversione ecologica", partendo anche dal cambiamento degli stili di vita.

Per far questo, dobbiamo immagazzinare coraggio, speranza, perché qui ci sta una domanda di felicità, che anche nelle tragedie che stiamo vivendo non può essere interrotta perché, certo, facciamo il cammino della croce, ma è un cammino che porta dentro di sé l'attesa di una resurrezione che scava dentro le nostre coscienze e ci dà un orizzonte di serenità.

Buona giornata.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di sabato 28 marzo 2020

Venerdì 27 marzo - Di fronte alla pandemia non siamo tutti uguali

Le misure che fronteggiano questa emergenza rischiano di provocare fratture inique nella società. Penso ai lavoratori italiani e stranieri, la cui funzione è essenziale eppure spesso rimane invisibile e non tutelata.

La pandemia non dà tregua. Nell'overdose di informazione si avverte ancor di più il senso di impotenza, di fragilità: rimane non come sensazione di fallimento, ma con la consapevolezza di poter intercedere con la preghiera, inginocchiati, come ci viene testimoniato da Papa Francesco, che affaticato e solo in piazza San Pietro a inginocchiarsi di fronte alla croce, oggi venerdì di quaresima, in questo deserto che coinvolge tutta l’umanità.

È un messaggio apparentemente senza efficacia di risultato, ma ci rende davvero poveri, aggrappati e fiduciosi a questo Gesù che si è portato sulle spalle una croce pesante per assumersi il dolore del mondo, delle vittime, vittima tra le vittime. È per questo mi son ritrovato in quel richiamo di vivere la povertà come consapevolezza che è quel luogo dove si incontra il volto del figlio dell'uomo che ha vinto la morte, come ci dice il Vangelo di Matteo.

Affermare la dignità dei poveri è condizione affinché si possa e si debba indignarsi di fronte alle dimenticanze, perché le sofferenze dei poveri diventino una priorità per tutta la società. È immettersi in una storia dove si avverta la grande diseguaglianza sociale, quell’economia dello scarto che produce resti di donne e uomini senza potere. E qui vi è il cantico delle Beatitudini.

Ho dato anche questo significato all’essere stato promotore, con moltissime altre persone, a un appello come Associazione Laudato Si’ perché la salute di chi è impegnato nella cura di chi è colpito dal virus, ma anche perché non vengano dimenticati tutti coloro che sono impegnati in questo servizio a tutti noi che siamo in casa senza uscire.

Nella lettera di appoggio a questo appello tra l'altro ho scritto:

Diciamolo francamente, di fronte alla pandemia non siamo tutti uguali, e le misure che fronteggiano questa emergenza rischiano di provocare fratture inique nella società. Mi riferisco ad esempio a tutto un mondo di lavoratori italiani e stranieri la cui funzione è essenziale eppure spesso rimane invisibile e non tutelata. Penso ai lavoratori saltuari, agli impiegati nei supermercati, agli operatori della grande distribuzione, agli operai, ai rider, ai fattorini, ai facchini, ai lavoratori nell'agricoltura, ai care giver, agli operatori nell’accoglienza. Insomma, tutte quelle persone che lavorano in condizioni vulnerabili, precarie e irregolari per i quali è difficile proteggersi e che hanno bisogno di essere consolidati nei diritti”.

Accanto vi è un forte dibattito su quali fossero i beni e i servizi essenziali per i quali continuare la produzione. Qui vi sta una provocazione laddove ad esempio venga considerato come essenziale il produrre armi o beni di consumo non essenziali.

Questo sguardo per me è motivato da questo costante riferimento al Vangelo delle Beatitudini e al Vangelo di Matteo 25, che Papa Francesco dice debbano essere le due pergamene da tenere nella bisaccia del pellegrino. Sì, anche in questo cammino di deserto. E certamente questo richiamo che Papa Francesco ha fatto con la Laudato Si’, con quel richiamo nel 4 capitolo dedicato alla cura della “casa comune” come lui chiama la terra:

«137. Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali».

Un grande abbraccio a quanti anche in Casa della carità operano nel rischio che vivono con grande umanità, intensità e competenza. Questa sera alle ore 21 mi unirò alla preghiera di fronte alla croce di Papa Francesco con un silenzio orante che dilati i nostri legami di fraternità a tutti, nessuno escluso, che ci dà la forza di sperare con il virus sconfitto.


Buon venerdì di Quaresima.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di venerdì 27 marzo 2020

Giovedì 26 marzo - La pandemia ci impone di dare senso al limite

Per me l'enciclica Laudato Si’ ha posto un segno forte per il cammino della Chiesa e dell'umanità, ponendo al centro non solo la lotta alla povertà, ma anche come evitare il pericoloso cambiamento climatico: etica della virtù e riforme sociali non si escludono a vicenda, anzi, si condizionano reciprocamente

La realtà che viviamo, di distanza sociale, non può ridurre il pensiero e il legame di prossimità. Lo interiorizza, ce lo rende patrimonio intimo. Per questo tutta la sofferenza, la compassione, il dolore, è penetrato in ciascuno di noi anche nel silenzio meditativo. Ritorna il perché, la grande domanda e interrogativo sulla sofferenza, sul male che sembra come un demonio impazzito e violento, penetrare senza difese. 

Il richiamo alla preghiera non è un appello moralistico, è un richiamo a radicalizzare in noi la sete di vita buona, una esigenza di prossimità, di gratuità, di vita piena. È un sentimento che ci riguarda tutti, credenti, di tante religioni plurali, pensanti. Il cardinal Martini ci ha regalato questa visione con la Cattedra dei non credenti, con una dimensione contemplativa legata a una parola che interroga, una carità che inquieta. 

Mi ricordo una sua affermazione: «Per credere bisogna far parlare il non credente che è in noi». Con Casa della carità, con la scelta voluta da lui di esprimere la radicalità della gratuità e di esprimere una ospitalità per gli sprovveduti, gli ultimi della fila posti al centro della cura, ci ha consegnato un mandato difficile, ma oggi più che mai da non dimenticare.

Rileggevo questa mattina una poesia di Bertolt Brecht:

Aspiro e richiedo il fine per cui
fin dal primo lume dell'intelligenza
il mondo ha iniziato a camminare
passo dopo passo nel lungo andare
fino a scoprire il sorgere del sole.

Abbiamo bisogno, di fronte al senso del limite, della non onnipotenza che ci consegna una pandemia che ha attraversato la globalizzazione e il villaggio globale, che ha dimenticato che ciascuno deve fare i conti con la sua soggettività, che non può essere resa una realtà poco rilevante, di una grande domanda di spiritualità, di senso del vivere che la necessità di essere anche emozione culturale. 

Ecco perché credo importante la centralità da dare all’enciclica Laudato Si’ e il perché l'abbiamo reso un riferimento importante per Casa della carità contribuendo al percorso dell’associazione Laudato Si’, che è aperta a tutti, ha sede in Casa della carità. Per me l'enciclica ha posto un segno forte anche per il cammino della Chiesa, dell'umanità, ponendo al centro non solo la lotta alla povertà, ma come evitare il pericoloso cambiamento climatico, il contrasto a una economia estrattivista. 

Insomma, etica della virtù e riforme sociali non si escludono a vicenda, anzi, si condizionano reciprocamente. La forte crescita di potere resa possibile dalla tecnologia necessita di una nuova coscienza e di una nuova responsabilità istituzionale. In queste macerie che ci lascia, quando sarà sconfitta e ridotta della sua potenza aggressiva, dovremo non solo dire “Non sarà come prima”, ma far sì che la cultura di pace, il sognare il rifiuto della guerra, una cura della salute non ridotta a mercato prestazionistico, ma per una migliore sanità pubblica, l'accesso a energie più pulite, la difesa dei beni comuni, l'accesso universale all’acqua, potremmo continuare, non solo sono utopie che scaldano i sentimenti e non incidono socialmente, ma punti di partenza vincolanti per una umanità che vuole ancora scoprire il sorgere del sole. 

La Laudato Si’ ci richiama alla conversione ecologica, che è avvertibile se si alimenta una spiritualità gioiosa capace di avvertire che è possibile vivere bene se si lascia fuori, lontano, quell’individualismo esasperato ed egoistico che al massimo si commuove e fa piccole beneficenze, ma ci lascia il libero mercato, il progredire e vivere sulle diseguaglianze, su quel realismo violento che permette di distruggere l'ecosistema. Bisogna allora che gli stili di vita diventino un riferimento coraggioso, che la povertà diventi una beatitudine che si esprime nel cuore. 

Laudato Si’ mette in moto questa speranza che dovrebbe arrivare a scuotere anche il mondo della borsa e della finanza, che neppure si è fermato un’ora in questo resistere alla pandemia. Francesco d’Assisi, il cantore della povertà, ci orienta a un’economia radicale del dono, lungi dalla meritocrazia del liberalismo moderno. 

E allora anche il pregare, il commuoversi, il dar senso all’eroismo pagato con la vita di molti oggi, anche il bisogno di vivere una fede povera e umile che sa che la morte è già sconfitta ci pone alla sequela di Gesù, quella Chiesa ospedale da campo, in uscita, come ci chiede Papa Francesco e non una solitaria consolazione, ma è una indicazione possibile.

Mi è venuto in mente quel «I have a dream», io ho un sogno, di Martin Luther King. Sì, possiamo entusiasmarci ancora e dare un senso al cammino di Casa della carità e alla preghiera e a un amore giusto ai poveri. 

Buona giornata.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di giovedì 26 marzo 2020

Mercoledì 25 marzo - Il mondo nuovo da una donna povera e umile: è l'Annunciazione a Maria

Per la distanza dobbiamo meditare e riscoprire, rileggere i segni di futuro che sono già nel mondo che viviamo, sono tante annunciazioni non ascoltate, tanti sì rifiutati.

Nella preghiera mia mattutina, al sorgere dell'alba, ricordavo tutta la comunità di Tillanzia donne con i loro bimbi, donne sofferenti, ma anche capaci di ridisegnare la vita. E poi Casa Ruth al CeAS, che è abitata da donne che hanno subito violenza e ancora le donne del secondo piano, come diciamo noi di Casa della carità, che fanno fatica a capire perché non possono uscire e che hanno una coabitazione a volte faticosa come sanno Elisa e le operatrici straordinarie per dedizione e professionalità

Oggi pregavo per loro perché è la festa dell’Annunciazione a Maria, così come ci indica il Vangelo di Luca, è l’annuncio dell’angelo Gabriele che dallo stare sul tempio a custodire la preghiera solenne è andato in una piccola e povera casa dove una giovane donna in un periodo di crisi, di perdita di speranza sociale, era fedele, da povera e umile, giovane donna in attesa del messia. Lo attendeva. 

Quell’annuncio: «Gioisci piena di grazia, il Signore è con te» le ha portato la freschezza di un annuncio sorprendente. Lei si interroga sul come e, nella povertà fiduciosa, dice quel sì che feconda il suo grembo, che genera e si apre all’irruzione tenera e amorosa del mistero dell’incarnazione. 

Nove mesi di gravidanza, con quell’andare a trovare la cugina Elisabetta, anche lei attendeva un figlio che sarà chiamato Giovanni e che si mette a danzare nel grembo di Elisabetta che saluta Maria. Questo racconto, meditato tante volte, mi ha fatto sostare questa mattina su questi nove mesi dove Maria dialoga sola con il suo corpo e grembo, con il figlio che deve nascere. 

Vi è un po’ la nuova creazione, il mondo nuovo, ma questi nove mesi di preparazione vissuti nell'intimità da una donna povera e umile come Maria, che continua poi a meditare nel silenzio e che aveva già sentito la profezia del vecchio Simeone, è un po’ il riposo del settimo giorno che apre alla nuova creazione che nasce da questo parto verginale. 

Sì, in questi giorni dove il virus con la sua apparente potenza di male colpisce tra l'altro molti più uomini che donne ci costringe, esige, la solitudine con noi stessi. Per la distanza dobbiamo meditare e riscoprire, rileggere i segni di futuro che sono già nel mondo che viviamo, sono tante annunciazioni non ascoltate, tanti sì rifiutati

Quei nove mesi ci dicono che possiamo, dobbiamo, imparare a dare tempo per attendere la vita. E allora mi sono messo a ricordare quali doni mi ha fatto l'accoglienza di donne umili e povere che mi hanno dato la gioia della speranza. Mi sono ricordato ad esempio di Maria, trovata sulla strada, nuda, in mezzo al freddo, accolta e presa in cura tenera, soprattutto quando il tumore osseo ha segnato la sua vita. L'abbiamo accompagnata fino all'ultimo, Iole le ha preparato il vestito bello perché lei voleva incontrare il tempo che non finisce vestita bene, con i denti rinnovati per poter cantare il canto dell'amore. 
E ho ricordato, mi son messo a dire il Magnificat:

ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

E ho ricordato anche la preghiera, il Magnificat riletto da Alda Merini, dove tra l’altro dice: 

Se Gesù amò tanto la vita
fino a vestire la sua estrema carne,
fino a diventare bambino,
fino a diventare uomo,
uomo di una madre sconosciuta,
se Gesù diventò l'uomo per eccellenza,
come potete mangiare
anche la sua morte?
Egli la divorò a larghi sorsi,
egli prese le sue labbra,
egli le baciò senza timore,
egli fu il supremo amante
della morte.
Egli fu uomo profeta
che in vita conobbe
morte e resurrezione,
in un giubilo di Pasqua
che lo fece Re.
Ecco chi era mio figlio:
un duro grano di amore.

Mi sono aperta come un libro davanti a Te,
un libro pieno di misure terrestri,
un libro pieno dei fiori della giovinezza, Signore,
un libro pieno dei miei sospiri d'amore.
E ad un tratto Tu sei comparso,
per me, che ero velata d’azzurro,
per me, che godevo la tenerezza della mia adolescenza,
per me, che mi sentivo giovane
e pronta a tutte le battaglie della vita,
per me che avevo lo scudo della parola.

Buona giornata a tutti e possiamo ritrovarci stasera, come ci ha chiesto anche Papa Francesco, alle 21, a pregare il Rosario con su le labbra la gioia di Maria e il Cantico del Magnificat.

Buona giornata

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di mercoledì 25 marzo 2020

Martedì 24 marzo - Non dimentichiamo chi non ha avuto la consolazione della tenerezza 

Da questi giorni, da questa crisi, non usciremo con aggiustamenti, ma riconquistando la debolezza del sognare e credere possibile un mondo di pace, di cura, di prendersi cura, di valorizzare anche il tempo ultimo della vita come la gioia di un bimbo che nasce.

Tanti pensieri mi accompagnano oggi. Ho cercato di ritrovare le ragioni, le motivazioni, che mi fanno sentire vivo, non appesantito dagli anni, ma con un cuore colmo di speranza, di gioia e di desiderio di vita.  

Un amico vescovo, che vive nella piana di Sibari e che ho incontrato anni fa quando promosse con una lucida anticipazione un primo hospice per i malati di Aids nel territorio pugliese, mi ha inviato una poesia di Khalil Gibran che mi ha accompagnato nella mia giornata

In un campo ho veduto una ghianda:
sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda
mettere radici e innalzarsi,
giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire:
eppure questo miracolo si produce
mille migliaia di volte
nel sonno di ogni autunno
e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi
nel cuore dell'uomo?

Georges Bernanos scrive che: «la gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima». E ho avvertito che il rischio di avvolgere l’anzianità da una visione solo di peso o di irrilevanza è un pericolo da allontanare. Non è la cultura della tristezza e della rassegnazione, ma è quella di riscoprire che il tempo di vita è colmo di memorie che regalano futuro. 

In questi giorni di pandemia, di morti che non possono essere nemmeno avvolti di tenerezza e affetto dei cari, ci ritorna il dovere di dare senso a quelle vite, non di scarto ma di sentinelle di futuro, di segnale che così non può andare avanti, che si richiede una cultura, una spiritualità che riconosce parte della fragilità, dà limite a ciascuno di noi e, io stesso, devo ascoltare il limite, diventare assetato di senso. 

La riflessione sugli anziani è una riflessione ampia, ci indica e riguarda la società che vogliamo. Ad uno ad uno, i morti di questa pandemia ci impongono di non considerarli un resto inevitabile, ma dobbiamo partire da loro. Sono gli anziani, le loro vite, la loro memoria, i grandi portatori di futuro. Per Papa Francesco gli anziani danno memoria all'umanità. «È questo patrimonio che va custodito e messo in dialogo con le giovani generazioni», dice ancora Papa Francesco. 

Liliana Segre ha detto: «Bisogna essere forti, bisogna tramandare ai nostri nipoti una storia di forza, di speranza, mai di odio, mai di violenza. Bisogna dare loro una visione d’amore che noi proviamo per loro e che loro proveranno un giorno per i loro figli e nipoti». 

E questo futuro è immaginato lottando contro l'invasione del male, è suggerito dal dare senso a ogni vita, reagendo a quella «Banalità del male», che è la “parola incandescente” di Hannah Arendt. La nostra spiritualità è una ricerca appassionata e confidente che non è indifferenza. 

Da questi giorni, da questa crisi, non usciremo con aggiustamenti, ma riconquistando la debolezza del sognare e credere possibile un mondo di pace, di cura, di prendersi cura, di valorizzare anche il tempo ultimo della vita come la gioia di un bimbo che nasce. 

In Casa della carità stiamo sognando una “città amica degli anziani”, così come anche l'Organizzazione mondiale della sanità proclama e chiede, ma che abbia questa apertura a una valorizzazione del tempo ascoltato e vissuto da ciascuno. Questo tempo di distanza sociale, come dicono, è tempo forse per rientrare nel profondo della nostra intimità, riscoprire che si è amati e destinati a un futuro che è già l'aurora. 

La fede, la laicità della speranza, ci mette nudi e senza appigli se non il lasciarsi condurre dalla vita come dono e da quel “Prima le persone” nel nuovo orizzonte che è la fraternità umana di noi tutti, senza esclusione di quel dialogo sul senso della vita che in me chiede di riposarsi nella parola di Dio. Ma che mi fa ricordare quanto gli anziani che vengono in Casa della carità ci hanno regalato. 

Gli operatori Doudou e Vanessa hanno accompagnato tanti anziani in Casa della carità e molti ci hanno lasciato. Un proverbio senegalese dice: «Quando un anziano muore è una biblioteca che brucia». in quella biblioteca io ci metto il vangelo, Doudou forse il Corano, altri la loro poesia di vita, ma non rendiamo irrilevante e dimenticata la vita di questi anziani, quelli che in questi giorni non hanno potuto avere la consolazione di una tenerezza quando ci stavano lasciando.

Buona giornata.

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Lunedì 23 marzo - Restituiscici la gioia di incontrarti e abbracciarti

Ieri sono partito da commozione e stordimento per il dolore della perdita, mi son ritrovato con tanto dolore, ma con una parola scavata in me di fiducia.

Ieri è stato un giorno nel quale ho provato dolore misto a sentimenti di fragilità e inquietudine. Sento spesso ormai l’elenco di numeri di deceduti, ma avere notizia che due grandi amici preti ci hanno lasciato mi ha fatto piombare in una commozione intensa. Con don Giancarlo ho vissuto da direttore Caritas i tempi di dialogo e ascolto degli immigrati, sotto la spinta anticipatrice di Martini. Con don Franco il legame con l'Azione cattolica, che mi ha accolto da giovane prete e rigenerato di entusiasmo sacerdotale, guidati da Maria Dutto che ci ha lasciati nelle scorse settimane.

Ecco, sentire che Giancarlo e Franco non ci sono più, aggrediti da questo maledetto virus mi ha scosso. Mi sono messo a pregare, a ricercare parole, a chiedere a Dio perché. E poi ricercare di respirare nel silenzio, con la parola di Dio, il Vangelo di Matteo che dice pregando: «Non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». 

Soren Kierkegaard dice: «La preghiera è vera non quando è Dio che sta ad ascoltare ciò che gli domandiamo, ma quando l'orante persevera ad orare fino a quando si mette lui ad ascoltare, e ascolta quello che Dio vuole». Il vero orante sta puramente in ascolto, la preghiera si pone nell'ordine dell'amore, dell'accoglienza della gratuità. 

Ho avvertito allora che il richiamo di Papa Francesco a pregare, a dire insieme a tutte le confessioni cristiane il Padre nostro, a richiamarci tutti alla povertà della preghiera, significa non farci perdere la fiducia che siamo presi per mano da colui che ci ha promesso la sua fedeltà. Solo con questa apertura al silenzio ci fa non solo accettare, ma ringraziare per il dono di avere avuto amici come Giancarlo e Franco. 

Teresa d'Avila dice che «La preghiera è un intimo rapporto di amicizia, di frequente intrattenimento da solo, o con colui da cui sappiamo di essere amati». È quello che Charles de Foucauld diceva: «Io guardo Dio, amandolo; Dio guarda me, amandomi». Mi son ritrovato allora a ringraziare anche per il coraggio che hanno in Casa della carità coloro che stanno preoccupandosi di non abbandonare nessuno. Io li seguo e sento tutta la loro preoccupazione, ma anche la competente professionalità che va oltre il possibile. Non è normale la dedizione, spesso a costo di rischi, perché le persone non sono numeri. Che lo sappiano o no, chiedono di non essere abbandonate. 

Mi rivolgo anche a quelli che dicono di non avere il dono della fede, che consegnano a me un entusiasmo che è segno di un cammino comune, di tempo dato a farci accogliere e capire di essere amati. È quella preghiera che Martini diceva essere aperta a tutti coloro che si ritengono pensanti. Quella preghiera del Padre nostro che Papa Francesco ci ha invitati a dire insieme, perché si è legati da un vincolo di fraternità. Non è il mio Dio, ma il Dio nostro. È l'ingenuità della fede, che non è fuga, ma è coraggiosa follia d’amore, è quella gratuità che Martini volle come direzione del nostro cammino.
 
Ieri sono partito da commozione e stordimento per il dolore della perdita, mi son ritrovato con tanto dolore, ma con una parola scavata in me di fiducia. In una bellissima poesia Ungaretti intreccia silenzio e parola:

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.

Ho detto spesso che da questa crisi si esce con una spiritualità nuova. Sì, anche con la povertà gratuita del fidarsi di un Dio che non ci abbandona con la sua provvidenza, anzi ci chiede di non chiuderci in un cupo sentimento di impotenza, ma di riscoprire una energia appassionata. E con questi sentimenti, pregando, ho dato senso anche alle mie lacrime per la scomparsa di due amici, come di quanti in questi giorni stanno diventando solo numeri, ma che invece sono ancora protagonisti di una storia di umanità che non finisce perché il tempo è colmo di eternità. 

Giobbe, dice la Bibbia, è stato guarito dalle piaghe e morì sazio di giorni. Signore, dona, ti supplichiamo, all'umanità e alla Chiesa questa sazietà. Con la preghiera vorremmo continuare a chiederti di non far uscire questa umanità da questa pandemia in ritardo, ma di farla uscire al più presto per restituirci la gioia di incontrarti per le strade e di abbracciarti.

Buona giornata.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di lunedì 23 marzo 2020

Domenica 22 marzo - Ho pensato di consegnarmi, nell'intimità del silenzio, la speranza

Certamente è appesantito il mio pensiero in questa domenica. 

La liturgia ambrosiana ci regala il Vangelo del cieco nato e poi guarito, per dare una speranza di luce a chi era rinchiuso nella sua paura indifferente, come i genitori del cieco, che si sono scansati di fronte al miracolo, perché avevano paura. Eppure la luce è stata data a questo cieco che chiedeva l'elemosina alle porte del tempio. 

La nostra umanità è trafitta, è nel buio. La strage di vite umane non è solo cronaca; essa penetra in noi. Trascina paure e senso di abbandono, di rassegnazione.

Ero così, nel silenzio di meditazione, e tra i libri che tengo sulla scrivania, ho trovato quanto scritto da Bonhoeffer in "Resistenza e resa", le lettere scritte dal carcere. È un indicibile coraggio, una luminosa speranza, dove si domanda "chi sono io?" e conclude: 
"Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione.
Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!"

E ho ritrovato l'invito di Leopardi nello Zibaldone"Non bisogna estinguer la passione colla ragione, ma convertir la ragione in passione". Che la virtù sia passione, dunque.

Per questo ho pensato di consegnarmi, nell'intimità del silenzio, la speranza. Quanto stiamo vivendo è tragicamente capace di portare sgomento, si è senza parole, ci si consola sulla testimonianza di un'umanità di cura, di bandi affollati di medici e personale sanitario.

Vi è ansia e preoccupazione anche per una realtà come la nostra, dove il personale non è al fronte ma nelle retrovie. Noi ospitiamo e condividiamo con più di 200 donne, uomini e bambini, che alla Casa della carità e a Tillanzia soffrono, vivono di solitudine amara.

C'è paura anche in quella anzianità a rischio, che vede abbassarsi l'età di pericolo: catacombe di vecchi, per i quali la cura ha avuto il limite di scontrarsi con le patologie di vecchiaia. È una drammatica, o rischia di esserlo, rupe tarpea virtuale. 

E sembra inafferrabile questo virus, che gli epidemiologi ormai conoscono e descrivono, ma non sanno debellare se non chiedendo, e giustamente come dovere civico, per sottrarsi al suo contagio, di chiuderci a casa. 

Certamente la domanda radicale di cambiamento, debellato o neutralizzato questo virus, ritornerà e sarà un cambiamento d'epoca per raccogliere già da ora, questa è la speranza, l'invito della Laudato si'. "Tutto l'universo materiale è un linguaggio dell'amore di Dio. Tutta la natura, oltre a manifestar Dio, è luogo della sua presenza", dice la Laudato si'.

Anche per i credenti, coloro che si dicono ammaestrati dal Vangelo, dovrà rinascere un nuovo cammino nella storia umana, una nuova economia, un nuovo modo di produrre e di consumare, di custodire la bellezza. "Il mondo - dice ancora la Laudato si' - è molto di più di un problema da risolvere. È un mistero gaudioso".

Sì, quel cieco che accetta di andare alla piscina di Siloe, siamo noi, Cristo sparpagliato per tutta la Terra. "Il tuo nome è colui che fiorisce sotto il sole", dice Turoldo. Sperare contro ogni speranza in un mondo così sconfitto, che ci sta consegnando la sua fragilità, il suo limite, la sua non onnipotenza, il suo essere basato sulla disuguaglianza, sulla devastazione della Terra, sulla privatizzazione dell'acqua (oggi è la Giornata mondiale dell'acqua). Ma non solo.
Sa ritrovare il coraggio di oltrepassare la paura, di sperare, iniziando a intrattenere un mondo nuovo. Basta accettare di andare, da ciechi, alla piscina di Siloe.

E allora, augurando una buona domenica, feconda e fecondata dalla Parola e dalla preghiera, lascio un frammento di Diario di Etti Hillesum:

“Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, espande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino e sono veramente tanti”.

Nella follia da innamorati del Vangelo, proviamo a cantare e a disegnare i colori dell'arcobaleno.

Buona domenica

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di domenica 22 marzo 2020

Sabato 21 marzo - Malgrado tutto, oggi inizia primavera. 

Confesso che ieri, nella mia preghiera serale, ho spinto un po' in là l'orologio, vivendo una veglia di tante ore notturne, di un inizio di primavera.

Avevo bisogno di rileggere la pesantezza del dolore, della drammatica mortalità, con la speranza che si ricava dalla giornata dedicata alle vittime di mafia, che ci vede coinvolti a ridisegnare e tracciare solchi di futuro.

Anche alla Casa della carità ci eravamo preparati. Con Serena, gli ospiti del laboratorio di arte-terapia avevano realizzato un lenzuolo, con il nome di Pompeo Panaro, una delle vittime di mafia da ricordare, come hanno fatto tantissimi, che avrebbero dovuto essere a Palermo nella manifestazione programmata da Libera.

Vivremo però comunque sui social questa manifestazione, che ci consegna la speranza che è possibile vincere anche quel virus criminale, che da più di 100 anni produce morte e penetra nei gangli di tutta la società, al Sud, al Nord, nel sistema del Paese.

È un no a questa rassegnazione, dire un sì con tanti giovani con terreni e case sottratte alla mafia, dove nascono esperienze di socialità, con tanti che hanno dato la vita. 

Ho trattenuto in me nella preghiera i segnali di forti legami e riconoscenza, che con ad esempio con Luigi di Giacomo che a Lamezia è un riferimento che chiede una visione della cura della salute diversa, con monsignor Savino, un amico che sta dando una testimonianza di vescovo nel territorio della piana di Sibari. Ho rivisto tanta solidarietà che mi dà sempre, anche a Milano, l'entusiasmo di Lucilla. Tanta energia di vita, che ritrovo anche nell'enorme generosità professionale che hanno medici e operatori sanitari e anche coloro che sono sul campo dell'ospitalità, qui, tra di noi, nella nostra Casa.

Ho sentito di dire un grazie anche alla testimonianza che danno gli ospiti; ho nominato uno ad uno operatori e amici. 

C'è una motivazione profonda, che è quella spiritualità che ha le sue radici nello scegliere la povertà, la condivisione con i poveri, punto di partenza per un futuro regalatoci da questa fraternità, che sa aprire breccia anche nella potenza violenta della morte.

Papa Francesco ci sta consegnando questa testimonianza di una preghiera avvolta di silenzio. Ogni mattina ci consegna questa spiritualità che entra in noi, entra in me. E ormai trascinato da questi pensieri apparentemente slegati, ho ricordato San Francesco che ha vissuto la sua esperienza nell'incontro con i lebbrosi, mettendosi anche nudo, per esprimere un distacco dall'illusione mercantile dal vivere il dolore crocefisso con le stigmate, dal dare a noi, a me, la testimonianza che con i poveri si fa breccia nel futuro, si fa palpitare di Vangelo il cammino di un'umanità fraterna, di donne e uomini di buona volontà. 

Ho capito cosa vuol dire avvertire l'importanza della Laudato si', che ci chiede di partire dagli stili di vita, non ritenerli soltanto una conseguenza. Dalla denuncia vissuta delle disuguaglianze, della povertà, per ridare una prospettiva nuova a una nuova epoca che sta per nascere e deve essere ridisegnata con radicalità nuova.

E ho risentito la freschezza del linguaggio delle beatitudini, con quella follia della carità fuori dagli schemi, che sa intravedere la capacità di amare, la capacità di cogliere energie di vita. 

Negli ultimi momenti di vita, san Francesco volle fosse letto il Salmo 141, Salmo di Passione, e che gli fosse cantato anche il Cantico delle creature, cui volle aggiungere la lode per la morte, voluta come sorella che conduce a Dio. E qualche giorno prima di morire, volle che fosse mandato a una sua amica romana, donna Giacoma, una lettera: "Sappi, carissima, che la fine della mia vita è vicina. Porta con te un panno scuro, su cui possa avvolgere il mio corpo, e i ceri per la sepoltura. Ti prego di portarmi anche quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo malato a Roma".

Quella tenerezza, che sa anche non farsi travolgere dall'evidenza forte della violenza del virus, ma che sente un soffio, che è anche capace di preparare un abitare futuro diverso.

Sì, malgrado tutto, oggi inizia primavera. 

Noi, come indica Libera, stasera alle 20 vivremo un minuto di preghiera o di silenzio, per ritrovare e fare memoria delle vittime di mafia, risentire un po' il profumo della pienezza della vita e il coraggio di respingere quel male che sembra dilagare; farsi trascinare da quella follia liberante, che è partire da quelli che riteniamo socialmente scarti, per ricostruire un futuro dove si respiri giustizia, si avverta che si può vivere quella che Francesco chiama nella Laudato si' "conversione ecologica".

Pensieri tumultuosi, quelli di questa veglia, ma che mi fanno dire a tutti in modo colmo di amicizia, in modo non paradossale, buon inizio di primavera.

Sì, regaliamoci futuro.
 

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di sabato 21 marzo 2020

Venerdì 20 marzo - Un venerdì di passione

È questo cuore che palpita, è questo mio essere con chi è sul campo, con coloro che raggiungo telefonicamente, con coloro con cui ieri ho parlato della Laudato Si’, con il cuore carico delle emergenze che sento: un consentire nel deserto il profumo e il profilo del vento. 

È davvero un venerdì di passione. I numeri drammatici dei morti avvinti nella solitudine, quella fila di automezzi militari che portano le bare in un luogo anonimo, sono immagini che entrano nel cuore. È una Via crucis fatta di cadute, volto asciugato con la compassione di donne, ferite laceranti e corpo piagato che finisce per riposare sulla croce. Dove si abbatte anche l’ironia pesante dei passanti: «Se è davvero il re dei giudei, salvi se stesso e scenda dalla croce». 

È la Via crucis di questo pellegrino che è Gesù, che pure nella vita aveva guarito. Ieri ho tenuto tra le mani il Vangelo, ho ricercato i racconti delle guarigioni: ben 53 miracoli ci sono nel vangelo e 19 episodi di guarigione. Ho letto i vangeli non per la statistica, come ormai siamo abituati nella programmata ora della conferenza stampa della Protezione civile dove si danno i numeri dei contagiati, dei guariti e dei morti, ma perché sono colmo di interrogativi e inquietudine.
“Dio dove sei?”, è la domanda che ho ritrovato nel diario di Etty Hillesum:

«E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che riservo a un uomo». 

Ecco, Etty mi ha dato una lezione, che ha fatto vibrare il mio cuore. «E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita». 

Dolore e fede pensando alle ingiustizie sociali. Ecco, oggi mi metterò in ginocchio a pregare. Non è certamente una risposta, ma è un accompagnare il dolore non smarrendo la speranza. Un proverbio cinese afferma: «Se vuoi tracciare diritto il tuo solco punta l’aratro verso una stella». È questo cuore che palpita, è questo mio essere con chi è sul campo, con coloro che raggiungo telefonicamente, con coloro con cui ieri ho parlato della Laudato Si’, con il cuore carico delle emergenze che sento: un consentire nel deserto il profumo e il profilo del vento. 

Ostinatamente sento che il silenzio della condivisione mi fa ritrovare musica e poesia. Alda Merini diceva: 

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti.
Di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori, detti pensieri,
di rose, dette presenze,
(…)
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia
le pesantezza delle parole

Son corso anche a sentire Guccini, grande poeta e musico che ha una densità alta, vero cantore del quotidiano con la malinconia che pervade i suoi testi, malinconia non drammatica, ma evocativa di una nostalgia del futuro. Sì, questi pensieri vogliono dialogare con tutti noi, operatori, volontari, credenti, non credenti, perché dobbiamo riscoprire un linguaggio comune, una spiritualità che nasce da questa Via crucis che viviamo. 

Se riuscissimo, come ieri ho fatto, a convocarci alle 21 per la recita del rosario e a dirci che viviamo un silenzio di intercessione per sentire insieme nel deserto il profumo del vento? Quindici minuti di silenzio, che dite?

Buona giornata

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di venerdì 20 marzo 2020

Giovedì 19 marzo -Dobbiamo poter avvertire l’irruzione della felicità

La preghiera è il Cantico delle creature di Francesco, per non solo resistere, ma ritrovare già oggi in questa clausura imposta che ci lascia sentimenti e consapevolezza di impotente fragilità, la gioia che ha il sapore dell’eternità. 

Si avvicina la primavera, il tempo bello ci inviterebbe a uscire, cantare, correre. Ieri ho ripreso a leggere il Cantico dei cantici, assetato come sono di amicizia, incontri, profumi, poesia. «Più forte della morte è l’amore», si dice nel cantico. E attorno è primavera, è il Dio della tenerezza. 

Nella profezia di Osea si parla di un Dio che dice: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia». Ho avvertito quanto sia importante rivivere in noi l’innocenza dei bimbi, per non dimenticare i sogni, la gioia, il gioco: «Se non diventerete come bambini», ci richiama il Vangelo. E Shakespeare afferma che «la speranza è la materia di cui sono fatti i sogni».

Sì, in questi giorni che si protrarranno con drammi vissuti  e ascoltati, con il cuore colmo di dolore e dove la paura penetra in noi, dobbiamo poter avvertire l’irruzione della felicità, del canto, per poter riaprire dialoghi di intimità, di gioia. Lo dico proprio quando stiamo vivendo l'esplosione della mortalità e ci ha colpito la morte di Maria, la presidente dei volontari del Centro Ambrosiano di Solidarietà, che ha dato tutto a questa associazione con la quale aveva condiviso il cammino del proprio figlio. 

Eppure ho ritrovato in me una preghiera che è diventata un far affiorare sulle labbra, carichi dell’interrogativo radicale «Dio dove sei?», il Cantico delle creature di Francesco, per non solo resistere, ma ritrovare già oggi in questa clausura imposta che ci lascia sentimenti e consapevolezza di impotente fragilità, la gioia che ha il sapore dell’eternità. 

Sì, ho ritrovato in me quella gioia che è intima, che attraversa e condivide il dolore come ci insegna Papa Francesco, che dice: «Vivere fino in fondo ciò che è umano e poi introdursi come fermento nel cuore delle sfide di qualsiasi società migliora il cristianesimo e feconda la città. È l’arte di contemplare, commuoversi e fermarsi di fronte all'altro tutte le volte che sia necessario. 

La mia fede è interrogata, è nuda di fronte a questa tragedia, ma dobbiamo mantenere i sentimenti umani, l'amore colmo di orizzonti di speranza. La preghiera è quella che Francesco, con il Cantico, ci ha insegnato e non dimentichiamo che lui lo ha cantato negli ultimi giorni della sua esistenza quando il dolore alla sua vista era colmo di sofferenza, era malato e chiamava sorella anche la morte. 

E mi sento di dire un grazie, soprattutto, a operatori e volontari che siete, come si dice, in trincea che con la vostra professionalità, dedizione di cura, motivazioni, mi regalate insieme a tanti altri che stanno vivendo questa realtà di sofferenza la possibilità di sognare: regaliamoci futuro.

È tempo di camminare verso la Pasqua anche come Chiesa comunità che sa, e sono parole di Dietrich Bonhoeffer, che la ripresa della Chiesa viene sicuramente da una specie di nuovo monachesimo, che abbia in comune con l'antico solo l'assenza di compromessi di una vita secondo il Discorso della montagna.

E vorrei, in questa strana Quaresima dove la Via crucis e il dolore sono già assettati di resurrezione che quasi la vorrebbe affrettare, lasciare a voi quell’inno di Pasqua di David Maria Turoldo, tratto dalla sua poesia ‘Io voglio sapere’: 

Io voglio sapere
se Cristo è veramente risorto
se la Chiesa ha mai creduto
che sia veramente risorto.
Perché allora è una potenza,
schiava come ogni potenza?
Perché non battere le strade
come una follia di sole,
a dire “Cristo è risorto, è risorto”!
Perché non si libera della ragione
non rinuncia alle ricchezze
per questa sola ricchezza di gioia?
Perché non dà fuoco alle cattedrali,
non abbraccia ogni uomo sulla strada
chiunque egli sia,
per dire solo: “È risorto”!E piangere insieme,
piangere di gioia?Perché non fa solo questo
dire che tutto il resto è vano?
Ma dirlo con la vita con mani candide
occhi di fanciulli.
Come l'angelo del sepolcro vuoto
con la veste bianca di neve nel sole,
a dire: “Non cercate tra i morti
colui che vive”!
Mia Chiesa amata e infedele,
mia amarezza di ogni domenica,Chiesa che vorrei impazzita di gioia
perché è veramente risorto.
E noi grondare di luce
perché vive di noi:
noi questa sola umanità bianca
a ogni festa
in questo mondo del nulla e della morte.
Amen

Buona giornata

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Mercoledì 18 marzo - Nella notte più oscura sorgono i grandi profeti e i santi

Condividere è legame, è farsi interrogare dai poveri, dal loro vivere

Sicuramente gli avvenimenti decisivi della Storia del mondo sono stati influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di Storia”. È una frase di Papa Francesco nella “Gaudete ed exultate”, che è l’esortazione alla chiamata alla santità.

E mi ha fatto pensare al mio piccolo, alla mia storia che sto vivendo con voi, a quanto sto imparando dai più piccoli, da quelli che non ce la fanno e in questi giorni soffrono, perché la loro solitudine significa star male, sentirsi senza appoggi, pieni di paura.

Ho cercato di assumermi questo compito di telefonare a persone che conosciamo, che sono state ospiti da noi o che abitano negli appartamenti che la Casa della carità gestisce sul territorio di Milano. È un modo, pensavo, di continuare ad aiutare. Mi sono ritrovato, invece, un grande dono. Ho scoperto quanto loro ci tengono all’amicizia, quanto mi regalano amicizia. Beppe, ad esempio, mi ha detto: “Tengo via una bottiglia di vino buono per condividerla insieme”. 

Condividere è legame, è farsi interrogare dai poveri, dal loro vivere. Ritornerà un’esigenza di stili di vita differenti e questi potranno stare se il linguaggio delle beatitudini saprà essere motore di una nuova condivisione.

Il Mahatma Gandhi affermava: “Smetteremo di pensare a prendere tutto ciò che possiamo, anzi: rifiuteremo di ricevere quello che non tutti possono avere”.

Un teologo a me molto caro, Raimon Panikkar, parla di una nuova innocenza. Dopo millenni di cultura della forza e della guerra, l’unica alternativa è una cultura della solidarietà e della pace.

Ripensavo a questo, proprio con il cuore colmo di inquietudine e di dolore. Penso a coloro che sono morti nella solitudine, diventati numero, dove si cerca solo di sapere se avessero patologie pregresse, quale la loro età, per dare sicurezza a noi che siamo ancora qui, anche anziani. Ma ci sta il dolore dei familiari, che non possono piangere con loro, dare una carezza, una tenerezza. È un dramma.

Lo sentivo anche in me mentre, nel pomeriggio, dicevo il rosario, come mi ha insegnato a fare mia mamma, che lo recitava mentre alla sera mi preparava il letto nella cucina che diventava stanza. La fede popolare, colma di sentimenti veri, dove bisognerà ritrovare quel capitolo di senso che la tecnocrazia e il cosiddetto progresso hanno smarrito. 

Madre Teresa diceva: "Noi accogliamo i fratelli morenti, ben sapendo di non essere in grado di evitare loro la morte. Ma ciò che dobbiamo fare è che nessuno muoia senza essere stato amato”.

È la forza dell’amore, che è anche amicizia, quella che ho con voi, invitandovi in questi tempi bui a trovare la spiga buona. Un’unica spiga nel campo conta di più di tutte le erbacce del campo. Ce lo ha insegnato Martini, Dio è eccedente, cioè la carità è eccedente. 

L’apostolo Paolo diceva: “Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Per noi è questo virus. Ormai non pungi più, perché Cristo ha vinto la morte.

Un augurio a tutti noi.
Buona giornata

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di mercoledì 18 marzo 2020

Martedì 17 marzo - La pesantezza sofferta di chi è sul campo

Crescono le difficoltà di famiglie con figli disabili o con anziani e delle realtà comunitarie come la nostra. Accompagno queste resistenze con una preghiera amica. Sentiamoci davvero insieme, non isolati. 

Ieri ho avvertito la pesantezza sofferta di chi è sul campo, ad uno ad uno ricordato nella preghiera, nei sentimenti di amicizia. Gli operatori della Casa della carità che si ritrovano ad avere una funzione “custodialistica” nel cercare di non far uscire le persone ospiti, perché il ritorno sarebbe stato impossibile. Si son dovuti fare interventi anche di emergenza, ma insieme si è inventato il possibile perché si condividesse tra tutti questi fatica, questo tempo di imposta clausura. 

Stanno crescendo nel paese, nelle realtà che anche conosciamo, appelli di famigliari che hanno figli disabili sofferenti, realtà di famiglie che hanno gli anziani in casa, realtà comunitarie come la nostra che non ce la fanno a contenere le persone. Ieri mi sono messo a telefonare a Osvaldo, Tito, Angiolina, Marco, Loredana. La vicinanza di Angiolina è stata importante, ha più di 90 anni e quando le ho chiesto cosa le mancasse, mi ha risposto: «Mi manca la messa». È una donna straordinaria. Potrei continuare, nella parola non consumata dalla retorica. La mia preghiera è stata avvolta da questa fatica, il mio grazie a chi è sul campo. Sentiamoci davvero insieme, non isolati.

Certamente vi è un inno di incoraggiamento a chi lavora negli ospedali, medici, infermieri, persone che operano nella logistica. Ma con loro, ci sono anche persone che sul territorio sono in relazione di condivisione, non solo per dare un aiuto di cibo, ma di residenza, di "stare con". Pensate cosa significa per alcune realtà ospitare donne e uomini che hanno una qualche forma di dipendenza, il fatto di non uscire. Non ci sono risposte. 

C'è bisogno di un investimento di solidarietà istituzionale che non può essere solo un riconoscimento di buon volontariato. Per noi, vi è una scelta professionale - che è quella che intravedo - che fa scattare quella energia culturale, politica e, soprattutto in questa fase, spirituale. Scelta che è nel cammino di Casa della carità che stiamo cercando di compiere. Si chiede una resistenza che è accompagnata, almeno da parte mia, da una preghiera amica. 
Vorrei chiudere con una frase tratta dal Diario di Etty Hillesum:

«A ciascun giorno basta la sua pena. Si devono fare le cose che vanno fatte e per il resto non ci si deve lasciare contagiare dalle innumerevoli paure e preoccupazioni meschine, che sono altrettanti motivi di sfiducia nei confronti di Dio. In fondo il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggiore tranquillità, fintanto che si è in grado di irraggiarla anche sugli altri e più pace c'è sulle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato».

Davvero buona giornata, sentiamoci vicini.

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Lunedì 16 marzo - «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio»

Numeri, numeri, quantità senza volto, senza nome. Eppure palpiterà ancora il nostro cuore, il nostro stringere una mano, accarezzare una speranza, sentire un pianto, vedere un sorriso. 


Inizia una nuova settimana, pare in attesa del picco. Cresce un senso di impotenza. Perché succede? è la domanda che ci stiamo facendo e che ci deve accompagnare. Un po’ tutti diciamo che non sarà più come prima. Certamente vi sono riferimenti più ampi e di riflessione che dovremmo riprendere in mano, a partire dalla Laudato si’ con il suo richiamo a un cambiamento di visione. Ci sarà tempo per farlo, ma certamente la fede che mi anima è interrogata.

Aumentano gli appelli alla preghiera, e mi ha interrogato molto Papa Francesco che cammina solitario nelle strade di Roma e va a inginocchiarsi al crocifisso. Rileggo in questi giorni il diario di Etty Hillesum, uccisa a 29 anni, ad Auschwitz, il 30 novembre 1943. In un passaggio dice: «Negli anni a venire sarà il vostro orgoglio e la nostra vittoria il fatto che ogni colpo distruttivo che hanno cercato di infliggerci si sia trasformato nel suo contrario, facendo avanzare soltanto la nostra forza e nostra crescita».

Sì, voglio inviti non generici o retorici, la spinta che ci accompagna deve essere radicale. La sofferenza che hai di fronte può essere riassorbita, ma deve trovare uno spazio dentro di noi, impedendo che ci travolga e si sostituisca all’amore. 

Il poeta Miklós Radnóti diceva: «Ora la morte è un fiore di pazienza».

Continuo a cercare di ritrovare un senso a quanto succede al mio stare accanto a voi, che siete sul campo; a chi raggiungiamo con parole, telefonando, sentendoci vicini; a chi ci lascia e non ritorna. Questo silenzio diventa ascolto, il come farcela rimane uno spazio che va coltivato nel profondo di noi stessi

Etty Hillesum diceva ancora: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». Sì, la preghiera è questa ostinata pazienza dedicata alla vita, è una preghiera che è anche poesia. Ho pregiato e vissuto così anche la mia preghiera. Numeri, numeri, quantità senza volto, senza nome. Eppure palpiterà ancora il nostro cuore, il nostro stringere una mano, accarezzare una speranza, sentire un pianto, vedere un sorriso. E capire che quei numeri non sono numeri, sono dolore e gemito.

Buona giornata.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di lunedì 16 marzo 2020

Domenica 15 marzo - Non disperdiamo la domanda di umanità

Oggi vivrò questo silenzio tra i muri del mio studio, e celebrerò l'Eucarestia, come faccio ormai da giorni, in privato.


Oggi è domenica, ma i giorni del contagio parrebbero ripetersi con una ritualità feriale. Eppure abbiamo mantenuto il valore del tempo, che va colmato di attesa, di futuro.

Sto ripensando a come stiamo subendo, senza indicare responsabilità, la pesantezza dell'essere anziani e per di più, come si dice, con patologie pregresse. 

Accanto a questa conferenza stampa diffusa, che si fa notizia diffusa, ci stanno la quotidianità e il valore di ogni vita umana, dell'affetto che attornia e sostiene. Io ho sentito il dolore di una donna amica, che non può andare in ospedale a trovare il marito colpito dal virus. Si diventa persone drammaticamente sole, affidate alla macchine della terapia intensiva.

Penso a tutta questa vicinanza spezzata. 

Stare in casa è un dovere civico, si dice; e lo è davvero, per salvare un futuro possibile. Si comincia ad avvertire che non basterà più dire noi e non io, ma dovremo dire fratelli e sorelle. Dovremo sapere far crescere un sentimento di amicizia. Una vita che è capace di custodire memoria di umanità.

E forse l'essere anziani è un patrimonio importante. Dobbiamo non disperdere la domanda di umanità, che può nascere anche dai balconi dove si canta, ma che sta soprattutto nel profondo di ciascuno, il quel monastero di silenzio che può essere anche spazio contemplativo. 

La domenica era, per me, un tempo in cui, preparandomi all'Eucarestia domenicale, vivevo la mia ora di adorazione inginocchiato davanti al crocefisso che abbiamo nella nostra cappella di Casa della carità. Oggi vivrò invece questo silenzio tra i muri del mio studio, e celebrerò l'Eucarestia, come faccio ormai da giorni, in privato. 

Ho ritrovato un libretto di Arturo Paoli, "Prendete e mangiate". Dice:

L'Eucarestia non deve consolare, ma trasformare la storia umana, con una dinamica di amore e liberazione.

Ricorderò in modo intenso, uno a uno, chi sta operando alla Casa della carità e gli ospiti, soprattutto. Coloro che non ce la fanno a stare in casa e stanno male. E penso a tutte le mamme, e a una in particolare, che ha il figlio all'ex ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere: non può incontrarlo e non può neppure telefonargli.

Chiudo con una poesia di Dietrich Bonhoeffer, "Cristiani e pagani". Dice così:

Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l'anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.

Buona domenica

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Sabato 14 marzo - Lacrime 

Ricerco le ragioni di una speranza che sta ricostruendosi attorno alla sofferenza


Oggi, sabato 14 marzo, debbo continuare a ritrovare la bussola che orienti il cammino di questi giorni bui, dove la paura prende corpo, si fa corpo. Ieri ho cercato di consegnarmi il valore del silenzio, oggi invece continuo a pensare in un modo non soltanto astratto. Ricerco le ragioni di una speranza che sta ricostruendosi attorno alla sofferenza, all’umano soffrire. È il linguaggio delle lacrime, quelle che non possono essere condivise se non in privato. Non sono possibili i funerali, ad esempio, eppure ci sono. Gregorio di Nazianzo parla delle lacrime come di un quinto battesimo.

C'è un modo per non disperdere questo patrimonio di umanità e di dedizione che ci stanno offrendo, non solo come testimonianza, coloro che curano. Tra questi metto e sento i nostri operatori della Casa della carità, rimasti  a trattenere ospiti che fanno fatica a capire. A loro va un grazie sincero, una vicinanza profonda. Spiegare a Rinaldo che deve stare in casa è impossibile. Lui ieri ha detto: «Io devo andare a lavorare», laddove il suo lavoro è cercare tra gli avanzi per bere e sorseggiare alcol. Eppure non può mancare il sentirlo parte del nostro sentimento di fraternità. Non so se tornerà, ma noi non lo dimentichiamo. 

Rileggevo una frase che è della saggezza dell’induismo: «L’uomo virtuoso deve imitare l’albero di sandalo, che quando lo si abbatte profuma la scure che lo colpisce». Dobbiamo recuperare la sapienza, che ormai è alla radice e ci coinvolge.

Mi sono sentito di rileggere la profezia di Gioele:

Dopo questo, 
io effonderò il mio spirito
sopra ogni uomo
e diverranno profeti
i vostri figli e le vostre figlie;
i vostri anziani faranno sogni,
i vostri giovani avranno visioni.

Anche sopra gli schiavi e sulle schiave
in quei giorni effonderò il mio spirito.

(Libro del Profeta Gioele, capitolo 3, versetti 1-2)

Buona giornata.

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Venerdì 13 marzo - Silenzio 

Riscopriamo la fecondità del silenzio, quello che sta davanti al dolore impietrito, pazienza che disarma la violenza, l'assurdità del dolore. 


Oggi mi ritrovo senza parole, quasi affaticato dalla tempesta di frasi fatte che invoca un silenzio carico di intimità e di un ascolto che converte davvero la nostra superficialità. Mi sono messo allora a prendere in mano il libro di Giobbe, non per imparare dai finti saggi che sapevano tutto, ma dal dolore paziente di Giobbe, che sa protestare portando su di sé il dolore del silenzio. 

Ho nel cuore il dramma dei parenti che neanche hanno potuto accompagnare alla sepoltura il proprio caro. Avverto il dolore di non aver potuto accompagnare alla sepoltura l’amica Maria Rosa, che in obitorio attende ancora il funerale. Ho riletto Giobbe 2 11-13, dove al termine, dei tre saggi si dice che, di fronte a Giobbe: “nessuno gli rivolse una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore”.

Allora dobbiamo ascoltare il silenzio, cercando di trattenere il gusto del silenzio, attraverso l'arte, la poesia, la musica, la pittura. Ho letto la preghiera di un vescovo dell'America latina che dice così: 

Disseminando parole
dai miei silenzi vengo
e nei miei silenzi vado
e nei tuoi silenzi 
coltivi il grido che trattengo
e il silenzio che sono

Nella mia ricerca di riflessioni, mi sono ritrovato tra le mani una poesia bellissima di Pablo Neruda, intitolata proprio ‘Silenzio’.

Io che crebbi dentro un albero
avrei molte cose da dire,
ma appresi tanto silenzio
che ho molto da tacere:
questo si conosce crescendo
senz'altro godimento che crescere,
senz’altra passione che la sostanza,
senz’altra azione che l’innocenza,
e dentro il tempo dorato,
finché l'altezza lo chiama
per convertirlo in arancia

Ecco, riscopriamo la fecondità del silenzio, quello che sta davanti al dolore impietrito, pazienza che disarma la violenza, l'assurdità del dolore. Condividiamo insieme questo anche da persone che sentono il dramma. Aumentano le regole che impongono lo stare in casa, i segnali di speranza diventano invocazioni, accolte da tutti, travolti dalla paura del contagio. È un virus che colpisce il contatto fisico, la distanza cancellata. Gli anziani più fragili mostrano e ci lasciano la domanda sul senso del vivere abitando il tempo. Io sono qui a casa, pregando, riflettendo, leggendo, affrontando grandi interrogativi e inquietudini. L'invocazione e la preghiera rituale sento che non bastano, ci è chiesto di scavare in profondità, lasciarsi afferrare dal limite, dalla precarietà e dalla fragilità.

La mia, e per molti la nostra, fede si affida a un Gesù che ha avuto la vita distrutta da giovane, 33 anni appena, con un corpo martoriato, una sconfitta educativa forte, visto che i discepoli lo  hanno abbandonato, un gemito finale che è un invito alla logica del perdono e della rinascita. La vittoria sulla morte, un paradiso che è cieli nuovi e terra nuova. Sì, ripensavo che abbiamo bisogno di una nuova spiritualità, scavata nel silenzio della condivisione e delle fragilità, una fede non onnipotente, svuotata, scandalosa. 

Gesù stesso ha tremato di fronte a questa follia della rassegnazione, del potere, della violenza, del tradimento: «Padre allontana da me questo calice, non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Ecco, ritorna questo fidarsi, abbandonarsi, vivere questo innamoramento di Dio per la vita di ognuno, per quel paradiso che non sappiamo, che abbiamo perduto, ma che ci sarà. Anzi è proprio lì che ci attende se sappiamo non farci trascinare dal desiderio di onnipotenza. Quell’albero della vita va rispettato, tocca a noi attendere nella fragilità e nel limite. Ecco perché la profezia della vita è crocifissa, ma è in noi oggi, in me, si dilatano l’attesa e la speranza. Davvero è il linguaggio nuovo della condivisione e della povertà, dei volti dei poveri, della nostra povertà, della nostra fragilità.

Buona giornata.

alt: Scarica e ascolta l'audio del diario di venerdì 13 marzo 2020


 

Fondazione Casa della carità "Angelo Abriani" - via Francesco Brambilla 10 - 20128 Milano - C.F. 97316770151 - Credits

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