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Casa della Carità
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E contro la crisi tagliamo le armi

23 dicembre 2011

Una riflessione sul Natale pubblicata da Saturno, l'inserto culturale de Il Fatto Quotidiano.

Da quando ero bambino Natale è sempre stata una festa carica di sentimenti di amicizia, di gioia, di pace. Il Natale che viviamo quest'anno deve esserlo in modo particolare. In questo nostro mondo avvolto dalla crisi la festa deve raggiungere tutti, uomini, donne, credenti, non credenti, cristiani, persone di religioni diverse. Perché è un annuncio di gioia che deve arrivare a tutta l'umanità, la cui stragrande maggioranza porta dentro di sé il calvario dell'ingiustizia sociale e il morso della fame. Siamo pieni di vittime di guerra e di violenze inaudite, ma dobbiamo essere capaci di guardare anche quei luoghi apparentemente nascosti di periferia dove c'è una domanda di pace fraterna e condivisa. Uno di questi luoghi è la nostra Casa della carità dove viviamo con i tanti volti e con le tante storie di persone che racchiudono dentro sé la tragedia di una carretta del mare che li ha trasportati fino a Lampedusa. Scorgi nei loro occhi la paura per essere fuggiti da guerre che hanno attraversato e devastato le terre in cui erano radicati. Così come le famiglie che accogliamo dopo aver subito sgomberi nei campi nei quali vivevano ci danno il segnale delle tante favelas impiantate in ogni parte del mondo.

In ognuna di queste situazioni, piccole grandi che siano, dobbiamo recuperare la bellezza dell'amicizia, anche quando incontriamo realtà lacerate e frammentate dalle divisioni e dalle lontananze. Natale porta con sé il desiderio di legami e di umanità profonda, ci chiede una felicità che non è onnipotenza, ma è capacità di regalarci tra di noi i doni della vita che ciascuno riceve, è costruire e vivere le relazioni. Quella del Natale è una gioia profonda che dobbiamo cogliere perché in essa vi è tutta la gioia del gratuito e dell'inaspettato. Perciò dobbiamo saper attendere ed essere capaci di sognare un mondo senza barriere dove il tempo viene attraversato dalla domanda di futuro. Quel bimbo che contempliamo nel Natale è un bimbo che annuncia la pienezza della vita, una vita che sbaraglia il potere della morte. Ciò sarà possibile se finalmente lasciamo custodire anche il silenzio, se sappiamo rispettare lo sguardo e la relazione con l'altro, sapendo scrutare anche l'inatteso che l'altro porta con sé in modo consapevole o no. In fondo l'altro non è colui che scegliamo di invitare a casa nostra, ma spesso è colui che emerge non scelto, colui che giunge a noi portato dagli eventi che incontriamo. Ecco, questo è il nostro Natale in Casa della carità. Uguale a quello dei tanti luoghi o cosiddetti non luoghi dove si abita, si vive, si segna la storia nascosta di questa umanità, dove ci sono quelle vite definite di scarto, dove risiedono quelle persone che apparentemente non contano. Per noi il Natale porta con sé questa gioia che ritroviamo nella capanna di Betlemme. È l'annuncio che ha messo in moto i pastori, i primi ad arrivare, loro che erano ai margini della città, che erano guardati a vista, coloro che non avevano titolarità e potere. Eppure sono stati loro i primi a inginocchiarsi di fronte a questo presepe, simbolo di fragilità e debolezze e insieme di futuro.

Il Natale, anche per chi non crede, porta dentro di sé questo racconto, questa potenza immensa che è quella della semplicità. Irrompe per dirci che questo bimbo infreddolito e riscaldato nella mangiatoia, questo bimbo povero che piange, ha una madre, una donna che lo consola, lo nutre di latte materno. Per noi credenti questo bambino è Gesù, il figlio di Dio, per tutti è l'espressione di un mondo che ha sete di giustizia, la invoca come ha fatto Giuseppe, uomo giusto, che rispetta e si fa accompagnare da questo nuovo linguaggio di tenerezza e amore vissuto da Maria, donna che genera la pace con quel bimbo che nasce. In un mondo come quello che viviamo, attraversato da una crisi profonda, dove tutti coloro che lo governano indicando i problemi si ritrovano preoccupati, ansiosi, carichi spesso di sentimenti distruttivi, è possibile ricercare e indicare dove sta di casa la felicità, quella della pace che nasce ancora su sentieri impensabili. È qui dove sono quelli che incontriamo ogni giorno, nelle persone che bussano alla porta, nei minori stranieri che giungono in Italia avendo abbandonato la famiglia, nelle donne che portano dentro il proprio corpo la violenza subita. È anche nella storia delle persone che si impegnano con gratuità e riscoprono continuamente la bellezza dell'essere in relazione con gli altri.

Ricordo una frase di don Tonino Bello « La chiesa del grembiule si cinge di abiti del servizio e si pone a lavare i piedi al mondo ». Credo che come chiesa dobbiamo essere più audaci, propositivi, carichi di fantasia, dobbiamo avere il coraggio di dire con chiarezza il pensiero che nasce da questo Natale. Il Natale deve essere pieno di pace e di non violenza. Quel principio della non violenza che deve rimanere sempre attivo e che in un periodo di profonda crisi come questo deve portarci a porre una domanda drammatica. Ma perché vogliamo tagliare dovunque e non sugli arsenali? Continuiamo ad alimentare investimenti in armamenti fatti per una difesa che produce continuamente incapacità di guardare il mondo in un modo diverso. Perché non tagliamo anche qui? La pace e i poveri camminano insieme. L'augurio del Natale porta con sé questa semplice buona notizia. Tocca a noi viverla. Solo chi spera continua a camminare e costruisce futuro, lo stesso futuro che vive nel bimbo che nasce a Betlemme, in una terra ancora oggi martoriata e dove il grido di pace attraversa situazioni drammatiche. Eppure non dobbiamo mai perdere la speranza consegnata a questo bimbo, alle fragilità di questo mondo, alla vita che sboccia nonostante tutto, a uno sguardo finalmente felice capace di superare le inimicizie profonde e i sentimenti d'odio che hanno attraversato e lacerato anche il nostro paese come i recenti fatti di Torino e Firenze hanno dimostrato. Ecco, coi fratelli che vengono da tutte le parti del mondo, di tutte le religioni diverse, viviamo questo nuovo sguardo di umanità sapendo di essere ispirati da un'utopia che ha i piedi ben saldi per terra, è l'utopia della concretezza.

 
 
 

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