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Quinta domenica di Avvento

Is 11,1-10; Eb 7,14-17; Gv 1,19-28

Domenica 11 dicembre 2011

In questa parola che abbiamo ascoltato risuona la profezia che irradia un linguaggio nuovo, una poesia di vita e di futuro di pace. Questa speranza creativa riposa  su un germoglio che spunterà dal tronco di Iesse, cioè un bimbo su cui riposerà lo spirito del Signore, spirito di sapienza e intelligenza, consiglio e fortezza, conoscenza e timore. E' uno sguardo liberato dalle tenebre che oscurano e non permettono di vedere. E' questa la novità che irrompe nella storia umana che ha un primogenito, sacerdote della nuova alleanza, Gesù, come ci dice l'autore della lettera agli Ebrei. E' vivo per intercedere per noi: ecco perché noi stiamo attendendo il salvatore, colui che ci consegnerà una memoria di vita eterna, una nuova visione del mondo pacificato e sorprendentemente e felicemente amico. Ecco perché dobbiamo continuare ad attendere e ammirare, come il Battista, il precursore che vive di penitenza e in modo sobrio per sentirsi totalmente e gioiosamente consegnato a questo annuncio, cioè che verrà colui a cui neppure il Battista è degno di slegare i lacci del sandalo.

Fermandoci a riflettere sulla testimonianza del Battista che ci indica il compito del credente in Gesù, della comunità dei discepoli , della  Chiesa che oggi, come ieri, è chiamata a indicare  in modo credibile che il Signore viene, che il mondo sarà inondato di pace e che questa speranza entra già nella nostra carne, nella nostra vita, nel nostro vivere il Vangelo della fraternità. Il Signore ci dice di non lasciarci distrarre, di vedere che vi è una sorgente di vita che scorre già oggi, che raccoglie e redime, salva, attraversa  e libera. E' la solidità della speranza che è fondata sulla fiducia della parola, nel Battista che pratica un battesimo di penitenza dicendo che verrà chi battezzerà con l'acqua e il fuoco dello Spirito. Si tratta di fidarsi di questa parola, di vivere la sobrietà dell'attesa, di non farci smarrire dal timore e dalla paura che rinchiude nel proprio recinto. Liberare la speranza con l'eccedenza dell'amore gratuito.

La Chiesa è questo mistero  che rivela anche quando sembra costruito dagli uomini, fragile quando si fa struttura che rivendica per sé. Chiesa è mistero che rivela e indica come il Battista si consegnò a questa debolezza dell'indicare il Messia, ecco perché è chiesa che deve predicare la penitenza, uno stile di vita povero, sgombro da sicurezze false, ricchezze sperperate. Il Battista ci indica questo itinerario: amare il cammino ecclesiale di annuncio significa vivere partendo dall'Eucarestia che è memoria pasquale, è legame di condivisione, è corpo donato e sangue versato. Noi diventiamo e siamo chiesa perché la Parola ci chiama e perché siamo e viviamo l'Eucarestia. Annunciare al mondo che il Signore viene  non è un annuncio di nostre parole, non è un indicare che l'unico modo possibile è quello di amare  e d annunciare la gioia e la scoperta di essere amati, chiamati per nome.

Ci si chiede di avvertire questa chiamata. E' l'esperienza spirituale , è la preghiera che ci mette in moto  come credenti , la preghiera che si immerge nel quotidiano, che respira nel gratuito, che condivide il cammino dell'umanità vivendo la prossimità soprattutto con chi è debole.  E' una vicenda di comunione quella a cui siamo chiamati . Mi viene da sorridere quando si sente il linguaggio economico che sta descrivendo la crisi nella quale siamo immersi, che ripete come slogan:"Ci si salva insieme  e non da soli"; questa semplicissima realtà per essere costruita nel concreto, per non essere appello moralistico, chiede di testimoniare  questo insieme, condividendo la reciprocità del gratuito come stile di vita. E' il moltiplicarsi di esperienze di comunione che ridanno solidità al sentimento e alla fraternità. Per questo ci è chiesto di vivere il coraggio della sobrietà, della penitenza che si fa largo nella vita se sappiamo ascoltare e contemplare, lasciarci incantare ancora dalla pagina del profeta Isaia, stare di fronte alla sua Parola, al suo tabernacolo che si fa presenza sovrannaturale e raccontare  la nostra fragilità, ma anche il nostro stare in cammino col pellegrino in questo deserto dove il lupo non sta con l'agnello.

Mi sovviene quanto diceva in una lettera don Mazzolari: "Attraversare la speranza in un mondo rapace, pieno di violenza". Noi lo intravvediamo anche qui, dentro di noi quando non sciogliamo le nostre durezze. Per testimoniare, sentendone tutta l'urgenza dell'oggi, bisogna alzare lo sguardo, la qualità del nostro vivere, del nostro stare come chiesa in questo mondo, Dobbiamo davvero sentire la radicalità della chiamata: "Vai vendi tutto quello che hai e seguimi", così Gesù aveva detto al ricco che si fece triste perché aveva molti beni. Tocca a noi risentire la freschezza liberante di questo annuncio e farsi conquistare dalla felicità del gratuito, pregando e custodendo una sobrietà del vivere.
Che il Signore ci aiuti.

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