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Prima domenica di Avvento

Is 24,16b-23; I Cor 15, 22-28; Mc 13,1-27

Domenica 13 novembre 2011

Avvento significa attesa, vigilanza: la parola di Dio di oggi ci invita a scrutare e a rileggere in profondità la storia che viviamo, con le sue tragedie, crisi drammatiche, violenze inaudite, terremoti, distruzioni, sino a giungere al dramma della morte, come maledizione, destino comune dei mortali. Ci invita a non farci attrarre dalle sirene piacevoli che vorrebbero dare segni effimeri di protezione e sicurezza. Per attendere la salvezza, ci dice la Parola di oggi, dobbiamo far entrare in noi la consapevolezza della tragedia che viviamo, del male che ci riguarda. Ogni piccolo che muore ingiustamente, ad esempio, entra in noi come inquietudine.

Dobbiamo farci assorbire da questo "Guai a me" del profeta, "A pezzi andrà la terra" dice il profeta: certo è un genere letterario, ma lascia in noi tracce di condivisione al dolore, ci chiede uno sguardo che si fermi anche sulla sofferenza del mondo, che è nostra. Sino al dramma della morte, che è per tutti, è la nostra condizione la mortalità. Eppure la speranza si scava e traspare, apre delle brecce, perché abbiamo come primogenitore Gesù, il Figlio dell'uomo, Colui che attendiamo, che rivelerà il disegno di Dio, perché "Dio sia tutto in tutti". Anche la morte sarà vinta, ma per questo Avvento non ci  attende un Dio che ci aspetta fuori dalla storia che viviamo, ma è un Dio che entra nella storia distrutta dell'umanità, che è avvolta dalla pesantezza e dal potere della morte e, proprio lì, attende che si dissolva il potere della morte. "Vedranno il Figlio dell'uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria...ricondurrà gli eletti dai quattro venti, dall'estremità della terra fino all'estremità del cielo". Cielo e terra, morte e vita si legano profondamente e la morte sarà sconfitta in Gesù.

Per questo, credere significa accogliere questa speranza, che scorre giù nella storia  che viviamo. La chiesa è questa umanità che immette nella storia questa attesa, che ci fa guardare in modo quasi distaccato  quanto viviamo e che ci invita a dare un senso relativo al nostro impegno, che a volte vuole essere onnipotente, possessore di certezze, ansioso se tutto non va come noi desideriamo. E' importante, invece, innestare nel nostro stare nel mondo questo sentimento si attesa: pregare, perdonare e farsi perdonare. Il sacramento a cui ci dobbiamo preparare è proprio quello della penitenza, dove consegniamo tutto  lui, anche la nostra debolezza, insincerità, rancore, indifferenza, perché è proprio da lì si avverta il riscatto della pace, del perdono che è sguardo amorevole di Dio su di noi .Avvento è tempo forte, è cammino autenticamente di ricerca, offrendo la nostra debolezza e precarietà, guardando anche ai buoni sentimenti che possono albergare in noi, che il Signore raccoglie e cura, quasi a nostra insaputa.

E' pesante e drammatico il Vangelo di oggi, come anche in noi sentiamo questa pesantezza, un sentimento che ci lascia a volte senza fiato, sul punto di consegnarci alla disperazione. Ma il Signore ci scuote e ci invita ad entrare in Avvento, a dire davvero Padre nostro. Vegliare, vigilare, invocare, digiunare anche con la serenità che nasce dal condividere e sentire nostro il dolore del mondo, partendo da chi ci è vicino. Chiedere perdono e perdonare con la tenerezza e la mitezza  di Maria. Possiamo incamminarci così a vivere questo periodo di Avvento?

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