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Prima domenica dopo Dedicazione del Duomo

At 10,34-48; I Cor 1,17-24; Gv 24, 44-49

Domenica 23 ottobre 2011

La Parola di Dio oggi indica dove "tenere fisso lo sguardo", "dove far palpitare il cuore", dove inchinarsi per vivere la sapienza che è croce, è immedesimarsi nel dolore del mondo e "sapere innalzare lo sguardo", "andare oltre", riscoprire la pienezza di vita che sbaraglia la morte, la ridicolizza, perché la riempie di futuro. E' Gesù con la sua Pasqua che dobbiamo fissare, portare dentro di noi, partecipando alla sua passione, al suo amore infinito e senza barriere per questa umanità amata dal Padre che invoca con "Abbà".

E' una sapienza che sconvolge per la sua radicalità, per la sua universalità. Dio non fa preferenza di persone e per questo soffre, condivide, ci chiede di dilatare il cuore al mondo intero: è proprio questa passione di umanità che è dono, grazia e benedizione, se ci leghiamo a Gesù, a colui che si fa crocefiggere, fermandoci ai piedi della Croce, come Maria. Proprio in questo periodo di crisi profonda e globale, stando ad ascoltare e dando il ritmo della condivisione al nostro camminare quotidiano dobbiamo coltivare la speranza fiduciosa di una paternità e maternità che non ci dimentica: è il Padre nostro, che ci chiede di riconoscerlo così, perché ci riconosciamo tra di noi in un legame fraterno e sincero: "Di quello voi siete testimoni" dice il Vangelo. E' possibile se raccontiamo non a parole, ma con i fatti la gioia della fretarnità, di essere figli di un destino comune di legami che ci precede.

Dobbiamo testimoniare questo: ma come, se non vivendo la gioia del perdono, della riconciliazione, del perdonarci settanta volte sette, partendo da chi è in casa nostra, per essere ospitati e farsi ospitare da tutti. Il segno della fraternità, dell'opportunità e speranza di dire Padre Nostro, di pregare così sta nel ripartire sempre per ringraziare, per ricostruire legami, per farci educare  dall'incontro con l'altro. Oggi ci è chiesto, senza se e senza ma, di essere testimoni di un amore che coinvolge e esprime legami veri. Spesso abbiamo nel cuore orizzonti e sogni grandi che fraintendiamo perché non siamo in grado di esprimere prossimità con chi è con noi, che prega come noi, che ci chiama ad una comunione piena di sentimenti di riconciliazione.Paolo fa questo richiamo forte perché vede la sua comunità litigiosa, divisa in rivendicazioni di appartenenza e ripropone che uno solo è il riferimento: Gesù crocefisso, morto e risorto.

Questo richiede a noi di pregare  dicendo "rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori". In croce Gesù dice: "Padre perdona loro" e da lì la crezione si fa Alleanza  benedetta e ciascuno è figlio di questa famiglia: è questa la spiritualità che ci chiede di essere immersi, come possiamo, in questo flusso di ospitalità e condivisione, comunque e dovunque siamo. Non viviamo esperienze da raccontare o osservare, dobbiamo avvertire un'urgenza nuova, profonda che siamo tutti figli del medesimo Padre, proprio partendo da chi porta con sé segni di esclusione e di dolore. La beatitudine evangelica sta nel non smettere di annunciare e di avvertire questo misterioso disegno di Dio che vuole una comunità unita, salvata e redenta. Questa è la follia di Dio. Gesù è il testimone di quell'amore di Dio che ama e per questo inonda di libertà la vita dei suoi figli, aspettandoli sulla soglia come fa il Padre della parabola, che aspetta il figlio e fa festa, una festa che deve coinvolgere anche noi senza lamenti e pretese.

 

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