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Casa della Carità
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Dedicazione del Duomo

Baruc 3,24-38; 2 Tim 2,19-22; Gv 10,22-30

Domenica 16 ottobre 2011

"Cerca la giustizia , le fede, la carità, la pace insieme a quelli che invocano il Signore con cuore puro". Oggi è la festa della dedicazione della Cattedra del Duomo. La liturgia riporta, al centro del nostro sguardo contemplativo, la casa e il fatto di essere chiamati a una comunione ecclesiale per avvertire che il cammino non è solo nostro, di persone isolate e frammentate, ma è di tutti insieme. La casa di Dio, quel tempio che fa dire al profeta Baruc  "è grande e non ha fine, è alto e non ha misura". E', dice ancora il profeta, il luogo del suo dominio, ma questa è la novità evengelica, della rivelazione dell'amore di Dio che è il mistero dell'incarnazione. Gesù ci rivela che il dominio di Dio è il dono della Croce, del servire, del curare e custodire come un pastore. E' la casa, è il cuore degli uomini, è quello sguardo nuovo di fraternità e ospitalità che cambia il modo di rileggere la vita, la storia in cui siamo immersi.

La Chiesa è una casa e ci richiama la nostra casa, la casa che manca, la sofferenza dell'abitare, la gioia di quando si entra in una casa tanto attesa, la casa ci richiama lo stare, la convivialità. E' un mondo questo dove troppi non hanno casa, dove il cammino di tanti è segnato dall'essere senza dimora. E' il volto dei migranti, della storia dei tanti che hanno segnato anche il nostro essere Casa della carità. Eppure qui si svela l'urgenza di cercare una casa interiore dove abitare e custodire la speranza sincera, l'amore genuino, quella carità e pace che richiede un cuore puro. Il tempio è e sono le strade dove camminiamo. Le immagini di Roma dell'altro giorno  ci fanno intravedere l'esasperazione, il contrasto tra sogni invocati e la follia devastante  della violenza. Non si cerca casa, ma si distrugge la casa. Eppure  lì, in quel stare in mezzo,  in quei volti smarriti cresce la domanda su come indicare un cammino diverso, una casa comune senza barriere, aperta e conviviale; non vi è percorso possibile se non cresce nei cuori, nelle coscienze di ciascuno. Bisogna condividere questa esigenza di sostare e invocare, di porre luoghi esteriori e interiori dove accogliere l'altro, anche l'oltre che è il Signore, che sta alla porta e bussa. 

Essere Chiesa significa disseminare il mondo della novità della Pasqua, della memoria eucaristica del pane spezzato e condiviso. Chiesa che convoca e si convoca  sulle strade, nei luoghi della sofferenza e del perdono. Il tempio a cui è dedicata la liturgia di oggi ci richiama che quel Duomo è il segno di un legame di comunione. Viviamo spesso l'essere accanto, ma noi siamo al contrario parte di quella avventura  di Dio nell'umanità che si fa carne e sangue, annuncio di salvezza per tutti. Chiesa, la nostra Chiesa ambrosiana, quella che segna anche il nostro cammino di ospitalità. Non è più il tempo di soste e lamentele piccole. Il tempio è consacrato proprio per indicare che ciascuno di noi vive una consacrazione non da solo, ma insieme ad altri. 

Anche oggi dobbiamo avvertire la serenità del Vangelo  "nessuno andrà perduto". In quel Duomo con le sue guglie ci sta la storia anche di tanti uomini e donne semplici che hanno contribuito a costruire il tempio. Sono il loro silenzio e sofferenza che guidano il nostro sguardo sull'umanità. E' il grido di chi non ha casa, che l'ha persa. Milano piange questa sofferenza e chiede questo impegno, questa attenzione, pur in un momento difficile come questo, dove vi è la tentazione del non farcela a continuare.

E' un impegno doveroso, profondamente vissuto  insieme, anche se con modalità diverse e plurali; la comunione non è tra chi si sceglie soltanto, la comunione vera è di cuori che sanno liberarsi da chiusure, piccole invidie. L'abbraccio di pace è un gesto fraterno che richiama ed indica che così si diventa segno, sacramento di fraternità. Ed allora per questo bisogna invocare, farsi raggiungere dalla sua domanda di consacrazione. La Dedicazione del tempio ci chiede di dedicarci a Lui, il Padre buono a tempo pieno.  Nel salmo abbiamo detto che il Signore ha ascoltato il gemito del prigioniero. Invochiamo il Signore portando il gemito e l'invocazione che incontriamo ogni giorno, direttamente o indirettamente. Signore aiutaci.

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