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Non chiamiamoli lavori socialmente utili

13 ottobre 2016

Una riflessione di don Colmegna su lavoro, volontariato, cittadinanza responsabile e accoglienza dei migranti

Le iniziative per promuoverli sono numerose e, di volta in volta, possono coinvolgere persone diverse, dai disoccupati ai richiedenti asilo. Sono i “lavori socialmente utili”, attività sicuramente positive che, però, accanto alle sperimentazioni, richiedono una riflessione approfondita e schietta. A cominciare dai termini che usiamo per definirle. Quando diciamo lavoro pensiamo a un concetto preciso, a uno dei valori fondativi della nostra Repubblica e a un ambito ben regolato. Non è questo il caso. Non chiamiamoli quindi “lavori socialmente utili” quanto piuttosto “attività volontarie di cittadinanza responsabile”. Non è solo una questione lessicale, ma di senso. Che si tratti di pulire il quartiere o di dare una mano a chi ha bisogno, le attività volontarie di cittadinanza responsabile hanno due caratteristiche imprescindibili: hanno come obiettivo il bene comune e vengono svolte a titolo volontario. 

La cultura dalla quale nascono è una cultura di responsabilità o, meglio, di cittadinanza responsabile. È una cultura che si oppone a quella individualista, secondo la quale, invece, a doversi occupare bel bene comune è un’istituzione altra, lontana, distante, con la quale non abbiamo nulla a che fare. L’idea di cittadinanza responsabile, al contrario, crede in un abitare fatto di prossimità, amicizia e condivisione. E, proprio per le sue caratteristiche, è un’idea che va diffusa tra i nuovi cittadini, tra i giovani come tra i migranti. Per questo, sono felice che l’ultima edizione di “Puliamo il mondo”, l’iniziativa di Legambiente tenutasi alcune settimane fa, abbia coinvolto anche centinaia di profughi accolti in città. È il segno positivo di una Milano che finalmente inizia a considerare normale proporre occasioni di impegno per il bene comune anche ai suoi nuovi cittadini. 

Attenzione, però, a non dimenticare che prima delle attività volontarie vengono i diritti di queste persone, innanzitutto quello di presentare domanda di protezione internazionale e di vederla esaminata correttamente in tempi certi. Il rischio da scongiurare è far passare l’idea che, con la loro partecipazione a questa o a quell’attività, i richiedenti asilo si ripaghino in qualche modo l’accoglienza. È un sillogismo pericoloso, che non si regge in piedi perché una vera cultura di cittadinanza responsabile è fatta di accoglienza, non di chiusura.

Le attività volontarie di cittadinanza responsabile, quindi, saranno davvero tali se, e solo se, non andranno a incidere sull’occupazione di altri lavoratori retribuiti, se non diventeranno un viatico per l’ottenimento della protezione internazionale (che, per legge, segue altri criteri) e se non si trasformeranno in una comoda scorciatoia per far fronte ai tagli del welfare. In un contesto di diffusa disoccupazione, è indispensabile tener ferme distinzioni importanti, evitare pericolose confusioni e chiedere a tutti i soggetti di non derogare da una necessaria contrattazione di responsabilità. 


Alle persone fragili, che siano giovani o anziani, italiani o stranieri, disoccupati di lungo corso o richiedenti asilo appena sbarcati, vanno proposti percorsi di cittadinanza. Il lavoro ne è una componente cruciale perché, quando viene trovato tramite un’adeguata formazione professionale, garantisce dignità e autonomia. Anche le attività volontarie per il bene comune sono sicuramente una componente importante. Queste proposte, come tante altre, dai tirocini, agli stage di inserimento, però, devono sempre servire a moltiplicare le possibilità di trovare un lavoro, non a sostituirlo.


Articolo pubblicato su La Repubblica Milano del 13 ottobre 2016

 

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