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Elezioni: Milano ha bisogno di politiche sociali coraggiose

Il documento della Casa della carità in vista delle prossime scadenze amministrative


La Casa della carità è luogo di ospitalità, di cura delle fragilità, di sostegno e di accompagnamento per chi vive momenti di difficoltà e vuole ritrovare speranza, recuperare diritti e responsabilità, ridiventare autonomo e ritornare a far parte di quella cittadinanza attiva che da sempre caratterizza Milano. La nostra è una casa che, partendo dalla concretezza dell'ospitalità, come ci ha insegnato Carlo Maria Martini, cerca di farsi proposta culturale e politica. Siamo una fondazione di diritto ecclesiastico, amministrata da un consiglio i cui membri sono indicati dalla Diocesi ma anche dall'amministrazione comunale, un’inedita forma di governo voluta proprio dal Cardinal Martini per mantenere un più coinvolgente rapporto con la città. Fin dalla sua nascita, quindi, la Casa ha voluto essere un'istituzione che lavora per il bene di Milano, mettendosi al servizio della cittadinanza con uno stile di gratuità. È per questo che, come è sempre stato in questi anni, non siamo indifferenti di fronte alle scelte che incideranno sul futuro dell’amministrazione della città metropolitana. Quando è onesto e leale, quando è basato su dati reali e seguito da proposte concrete, quando mette al centro i problemi e le soluzioni, il dibattito pubblico ci appassiona, perché lo riteniamo un modo per cercare il bene comune, una necessità che non nasce dall’opporsi a qualcuno, ma dall’ascoltare tutti, una sfida coraggiosa alla quale non vogliamo sottrarci.


Come Casa della carità, ci sentiamo in dovere di dare il nostro contributo al dibattito, promuovendo idee e sollevando tematiche figlie della vicinanza quotidiana con chi vive ai margini della città, in quelle periferie esistenziali spesso citate da Papa Francesco. Non si tratta di luoghi semplici e, allo stesso modo, le domande che vi nascono non sono facili da affrontare, non hanno risposte scontate e possono apparire inopportune o scomode. L’esperienza di confine che da anni viviamo ogni giorno, però, ci ha persuaso che sono questioni necessarie e ineludibili per il futuro dell’intera città, questioni che non possono essere taciute o messe da parte nel dibattito elettorale, magari per non inimicarsi possibili elettori. Crediamo che quanti si candidano a governare Milano debbano avere il coraggio di affrontare e indicare soluzioni anche alle questioni che qui vogliamo sottoporre loro.


La prima riguarda le persone in difficoltà, che non sono numeri ma individui con una loro storia e una loro soggettività. A Milano, la crisi ha lasciato in eredità una povertà strutturale e, in molti casi, cronica. Negli ultimi anni, per rispondere a una domanda d’aiuto crescente, si sono giustamente moltiplicate le iniziative di sostegno con il rischio, però, di far prevalere gli aspetti quantitativi su quelli qualitativi. Per far fronte alle conseguenze della crisi economica su tanti cittadini e al crescente afflusso di migranti, in particolare, sono state messe in campo politiche emergenziali che nel lungo periodo potrebbero trasformarsi in assistenzialismo. Riteniamo, a questo punto, necessario interrogarsi su come mettere sempre più al centro delle politiche contro la povertà la soggettività e cioè le specificità, le risorse e la biografia di ciascuna persona. Solo in questo modo gli interventi pubblici e quelli del terzo settore potranno aiutare il maggior numero di persone a lasciarsi alle spalle povertà ed esclusione sociale, recuperando quell’autonomia che li renda cittadini.  


La seconda questione è la valutazione degli interventi di politica sociale. Milano è uno dei Comuni con la più alta spesa sociale in Italia. È un dato di cui siamo orgogliosi e, soprattutto, è una scelta strategica che condividiamo e che ci auguriamo venga confermata in futuro. Per essere ancora più efficace, però, deve accompagnarsi a una valutazione rigorosa e costante: di ogni progetto, di ogni intervento, di ogni politica bisogna considerare gli effetti nel breve, ma anche nel lungo termine. Nell’immediato, l’obiettivo sacrosanto è che nessuno dorma senza un tetto sopra la testa, ma, in una prospettiva più ampia, bisogna pensare a come le persone in difficoltà possano lasciarsi la strada alle spalle, per non tornare ad avere bisogno di un nuovo aiuto in un brevissimo lasso di tempo. Sarebbe una doppia sofferenza per loro e una doppia spesa per la collettività. In un periodo in cui tutti i fenomeni, anche quelli ormai strutturali, sembrano emergenze che si susseguono senza sosta, quello della valutazione è un compito arduo ma necessario, da interpretare con precisione e innovazione. Un primo passo in questa direzione dovrebbe essere un’attenta valutazione di quanto fatto in materia di politiche sociali da questa amministrazione: un’analisi rigorosa per capire quali sono stati i progetti più efficaci, più partecipati, più riusciti e quali, invece, hanno bisogno di maggiori cambiamenti e revisioni. Un’operazione di questo tipo, da effettuare ad inizio della nuova legislatura, potrebbe essere la base di partenza, solida e argomentata, per pianificare gli interventi e i finanziamenti del prossimo quinquennio e diventare un modello per le future valutazioni.


La terza questione chiama in causa il ruolo che ha avuto, in questi anni, il terzo settore nell’attuazione delle politiche sociali. Il composito e ricco privato sociale ambrosiano, come da tradizione, ha avuto un peso importante nei diversi ambiti di intervento, in stretta collaborazione con l’amministrazione comunale. Anche per il grande apporto del volontariato, il terzo settore è stato lo strumento grazie al quale la città è riuscita a far fronte a fenomeni importanti come il crescente flusso di migranti, profughi e richiedenti asilo che ha toccato Milano. Per archiviare, come noi auspichiamo, ogni gestione emergenziale è necessario interrogarsi sulle forme di collaborazione tra pubblico e privato, scegliendo quelle modalità che maggiormente premiano una reale qualità degli interventi, verificata e non solo dichiarata. Siamo consapevoli di quanto sia vitale per un’amministrazione contenere i costi, ma non sempre a una minor spesa iniziale corrisponde un guadagno per la collettività sul lungo periodo. La logica dell’offerta economica più vantaggiosa, ma è solo uno degli esempi possibili, è a prima vista assolutamente comprensibile dal punto di vista economico, ma si è più volte rivelata inefficace sotto molti altri aspetti. Per questo, bisogna sperimentare formule nuove, come per esempio la co-progettazione, che mettano sullo stesso piano le esigenze di bilancio, di trasparenza e di qualità. Noi pensiamo che la sussidiarietà non possa essere una scelta dettata solamente dai risparmi che può generare. Per questo è indispensabile ribadire, come quarta questione, che la sussidiarietà ha bisogno di una regia pubblica e che la governance e gli indirizzi strategici spettano all’amministrazione comunale. Ciò non significa estromettere dalle decisioni il privato sociale, ma instaurare con esso un dialogo costante e proficuo che coinvolga anche il territorio, soprattutto in vista dei cambiamenti che renderanno municipi le attuali zone. 

Una sussidiarietà positiva non può prescindere da un ulteriore concetto chiave, il quinto punto su cui vogliamo porre attenzione: verificare gli interventi significa essere consapevoli che la qualità costa. O meglio, significa capire che stanziare più fondi per interventi più qualificati non è un mancato risparmio, ma un investimento lungimirante che eviterà ulteriori e più elevati stanziamenti in futuro. Il rischio, altrimenti, è che il terzo settore, seguendo l’onda corta delle emergenze e quindi non potendo pianificare sul lungo periodo, diventi una fabbrica di precariato, in cui non contano la qualità dei servizi offerti o le competenze degli addetti, ma solo il contenimento dei costi, a discapito dei lavoratori e, soprattutto, delle persone che dovrebbero beneficiare dei suoi interventi. Il privato sociale, invece, rappresenta una ricchezza, anche economica, imprescindibile per la nostra città, un patrimonio da custodire e valorizzare, un settore che crea valore aggiunto e dovrebbe essere messo nelle condizioni di svilupparsi al meglio. 


Porre tra le priorità di governo di Milano, nell’ottica anche della più ampia città metropolitana, la lotta alle disuguaglianze e la promozione dei diritti significa avere il coraggio di rivendicare scelte precise, di spiegare alla cittadinanza che ciò che molti criticano come “costi” inaccettabili, in realtà sono l’unico antidoto contro i pericoli di drammatiche contrapposizioni sociali, l’unica cura capace di produrre benefici in termini di miglior convivenza, maggior attenzione al bene comune, più sicurezza e più alta qualità della vita. 


Crediamo che la pratica di aiuto quotidiano non possa essere disgiunta da un’impostazione culturale che collochi la lotta alla povertà all’interno di una cultura di inclusione e apertura. E non viceversa. 


Tanto è stato fatto in questi cinque anni di governo della città di Milano. Ma tanto c’è ancora da fare.

Ci sono ambiti in cui bisogna continuare i percorsi positivi intrapresi e altri in cui vanno messi in campo interventi più urgenti: dalla casa al lavoro, dall’accoglienza dei migranti alla cura delle persone con problemi di salute mentale, dal sostegno agli anziani al recupero delle aree dimesse e delle favelas urbane, dal contrasto al gioco d’azzardo patologico alla lotta per la legalità. Come Casa della carità, sono campi dove siamo impegnati quotidianamente e sono sfide che ci appassionano, convinti che la nostra città abbia le risorse e le capacità per vincerle. 



Milano, 1 febbraio 2016

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[Immagine in apertura: foto di Lorenzoclick via Flickr in cc]

 

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