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Domenica che precede il Martirio di san Giovanni il precursore

2Mac 7,1-2.20-41; 2Cor 4,7-14; Mt 10,28-42

23 agosto 2015


Sono pagine sconvolgenti anche per la loro drammatica contemporaneità: il martirio di innocenti uccisi per la loro professione di fede è una realtà che rischia di essere accolta con rassegnazione. La grandezza della madre, come racconta il libro dei Maccabei e dei suoi figli (in particolare il minore), dà il valore della tradizione, della fede che è dono della vita e che non si rinnega. Il martirio è proprio un donare la vita, il contrario della pseudo-cultura del terrorismo che insanguina la nostra storia di oggi; anzi pone in radice il senso profondo dell’abbandono fiducioso a lui che ci dice che perfino i capelli del nostro capo sono contati. Noi siamo discepoli del Cristo che si è fatto vittima e si è sacrificato perché il grido degli innocenti, delle tante vittime, regalasse salvezza e speranza per tutti. E’quanto indica Paolo scrivendo ai Corinzi: “Sempre noi che siamo vivi, veniamo consegnati alla morte a causa di Gesù perché anche la vita di Gesù si manifesti nella nostra carne mortale”. Sì la morte è mistero di condivisione con Gesù, perché la sua vittoria sulla morte ci dona la speranza della Risurrezione.

“Chi avrà perduto la propria vita per causa mia la troverà”, dice il Vangelo. “Non abbiate dunque paura”; è questo confidare in Gesù, figlio di Dio vincitore della morte che è dono della vita. La fede ha dunque questa radicalità, scorre nelle vicende umane come forza e anche rottura di qualsiasi addomesticamento della fede. Non è un atteggiamento proprietario, di tranquillità che ci separa dallo sguardo sull’umanità, sulle sue lacerazioni. In quei giorni sentiamo spesso che si utilizza la dichiarata appartenenza a un credo religioso come opportunità di indifferenza e di rifiuto egoistico sulla sorte di tanti fratelli e sorelle. Si dice “la religione deve badare alle anime e ai corpi ci pensiamo noi”. E si giunge a chiamare mestiere il credo religioso, quasi che si possa diventare estranei alla sorte delle vittime, dei poveri, delle nostre fragilità. Il Vangelo di oggi ci scuote interiormente. La Pagina dei Maccabei ci indica che la vita, i nostri corpi sono perché si testimoni la nostra fiducia e consegna al Dio creatore, che ci ha mandato suo Figlio perché la storia umana accogliesse il grido di riconciliazione e pace. Siamo travolti dal diffondersi di violenza e uccisioni, da deliri folli che pongono la vita degli altri come esterna alla propria. La fede in Gesù, invece, pone in radice la scelta radicale di pagare di persona, nella gioia e nella speranza vera che il giorno della misericordia ci restituisce la pienezza della vita.
Il martirio dei Maccabei è pagina che ci dona speranza e il dono della fede è patrimonio di speranza, come dice Paolo .E allora non possiamo fare altro che dare ”corpo” alla nostra fede sentendoci chiamati a rompere il circuito dell’ indifferenza, della chiusura egoistica, della paura utilizzata per negare l’incontro con l’altro, con il nemico che si fa prossimo. Il dono della vita è alla radice della nostra fede. La carità non è un vago sentimento di compassione e bontà, è dono, è consegna della vita per il bene di tutti, nessuno escluso, è rifiuto dell’utilizzo del potere. Potremmo continuare ma emerge forte l’urgenza del farci sorprendere e raggiungerci dall’amore di Dio. E questa follia dell’amore che segna e dà senso al nostro dirci discepoli di Gesù, non abbandonati alla tristezza e paura.

La preghiera è questo incontro con una vita, con una Parola che si è fatta carne, Eucaristia. Ecco perché siamo segnati da questa vicinanza e prossimità con ogni vivente, perché siamo tutti figli amati e non possiamo fare altro che lasciarci raggiungere dal silenzio che contempla e invoca. E’ il Signore che ci trascina verso questa apertura del cuore, che si può avere se il nostro quotidiano, il nostro sentire è pieno di condivisione, di prossimità, di fraternità. Nel silenzio di preghiera ho ripensato alle tante sollecitazioni che il Signore ci dà, alle tante vittime uccise, ai tanti morti in quel cimitero che è il Mediterraneo, ai tanti poveri anonimi e sconosciuti che fanno la storia della salvezza, quella amata dallo sguardo creatore e amico di Dio. E’ il suo Spirito che ci da’ forza. E’ il palpitare della preghiera fatta con il nostro corpo, con il nostro cuore non rinchiuso e impaurito che ci pone di fronte a questa pagina del Vangelo con un sentimento di commozione, di un sì detto in modo fiducioso come è stato il sì di Maria. Dio provvede, si cura di noi, non ci abbandona. Non dimentichiamolo. Oggi si può assistere a un parlare di Dio vuoto e capace di essere arrogante, di proclamare e di utilizzare un Dio a nostra misura, ma assolutamente estraneo a noi stessi. 
Non può essere così e per questo la preghiera è alimentata da questa condivisione, tenerezza delicata che il libro dei Maccabei ci ha consegnato e che questo Vangelo letto e riletto ci indica. Anche un solo bicchiere d’acqua dato perché è fratello o sorella, e quindi discepolo, è ricompensato, ha valore e senso. Davvero oggi davvero non riuscivo a staccarmi da questa pagina del Vangelo che entra nella nostra vita. E’ davvero Parola di Dio che entra come spada a due tagli, come dice la lettera agli Ebrei. E’  la straordinaria potenza che appartiene a Dio e non a noi. Noi abbiamo il tesoro in vasi di creta affinché sappiamo che questa straordinaria potenza appartiene a Dio e non viene da noi.                                              

 

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