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Fede e Opere

Cammino di spritualità 2012/2013 - Domenica 17 marzo

Giacomo 2, 1-13

Fratelli miei, non mescolate a favoritismi personali la vostra fede nel Signore nostro Gesù Cristo, Signore della gloria. Supponiamo che entri in una vostra adunanza qualcuno con un anello d'oro al dito, vestito splendidamente, ed entri anche un povero con un vestito logoro. Se voi guardate a colui che è vestito splendidamente e gli dite: "Tu siediti qui comodamente", e al povero dite: "Tu mettiti in piedi lì", oppure: "Siediti qui ai piedi del mio sgabello", non fate in voi stessi preferenze e non siete giudici dai giudizi perversi?
Ascoltate, fratelli miei carissimi: Dio non ha forse scelto i poveri nel mondo per farli ricchi con la fede ed eredi del regno che ha promesso a quelli che lo amano? Voi invece avete disprezzato il povero! Non sono forse i ricchi che vi tiranneggiano e vi trascinano davanti ai tribunali? Non sono essi che bestemmiano il bel nome che è stato invocato sopra di voi? Certo, se adempite il più importante dei comandamenti secondo la Scrittura: amerai il prossimo tuo come te stesso, fate bene; ma se fate distinzione di persone, commettete un peccato e siete accusati dalla legge come trasgressori. Poiché chiunque osservi tutta la legge, ma la trasgredisca anche in un punto solo, diventa colpevole di tutto; infatti colui che ha detto: Non commettere adulterio, ha detto anche: Non uccidere.
Ora se tu non commetti adulterio, ma uccidi, ti rendi trasgressore della legge. Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia; la misericordia invece ha sempre la meglio nel giudizio.



Dopo aver meditato con la lettera ai Galati il dono della libertà, con questa lettera di Giacomo abbiamo l’attuazione della legge della carità. Gli autori commentano questo capitolo come il pezzo più suggestivo ed originale.
Potremmo dire che la fede è messa alla prova dall’operosità della carità.
Traspare dalla lettera che i destinatari della memoria di Dio sono quelli che amano Dio e cioè (secondo il Deuteronomio) equivale a vivere nell’alleanza e osservare i comandamenti,tra cui la carità è il comandamento che riassume tutta la legge.
Il testo di oggi ha una struttura letteraria ben completa e omogenea. Il v1 e il v9 parlano del favoritismo da escludere e viene, in modo didattico,esemplificato come classico esempio di favoritismo nei  confronti di un potente a scapito di un povero (vv1-4),con l’invito a confrontarsi con l’azione di Dio verso i poveri denunciando il comportamento prepotente dei ricchi (vv5-7) e invitando ad attuare senza eccezioni la legge dell’amore, che è legge di libertà.
Tutti noi che meditiamo questi versetti iniziali siamo chiamati a prendere posizione senza mezzi termini e alibi.
Carlo Carretto, in occasione della Pasqua del 1969, tiene una conferenza che ritengo molto attuale per noi e per il momento storico di Chiesa Che stiamo vivendo: ”Bisogna che noi buttiamo all’aria tutto: non importa dare la minestra ai poveri,bisogna essere noi poveri che vanno a prendere la minestra. Ho capito che la povertà non era dare,ma che la povertà era essere povero. Ed è cambiato tutto…..Francesco non ha voluto risolvere il problema dei poveri,non è andato a cercare per dare,come i nostri santi avevano fatto. Francesco ha voluto lui essere il povero….Fratelli miei,l’uomo è povero oggi perché ha distaccato il cielo e la terra: è per quello che è tanto povero. Ecco perché in quell’ ascoltate, fratelli miei diletti” ritorna una domanda fatta a noi,alla nostra lettura che spesso facciamo di questo testo,come un invito a non fare favoritismi come azione verso.
Il Signore ci dice che per non fare favoritismi dobbiamo imitare Gesù ”che da ricco si fece povero”.

Dio, ci dice Giacomo, ha scelto i poveri come destinatari del regno e per questo non è permesso il comportamento dei ricchi prepotenti che opprimono e perseguitano i fratelli poveri.
Ma la domanda che ci deve guidare è di non sentirci troppo retoricamente dalla parte dei poveri,ma di riflettere su come stare con i poveri che sono il ”sacramento” che rivela l’agire di Dio, il volto di Dio; in lui non ci sono preferenze.
Il comandamento dell’amore coniuga l’amore per Dio con l’amore per il prossimo.
L’amore contro ogni deriva privatistica va pensato come principio di vita personale, è generativo di un legame forte,capace di far unire anche le relazioni economiche.
Anche questi versetti ci ripropongono un radicale ripensamento del rapporto tra giustizia e carità.
La Caritas in veritatis (n34) dice: “L’unità del genere umano,una comunione fraterna oltre ogni divisione,nasce dalla convocazione della Parola di Dio- Amore”.
Non fare preferenza e favoritismi, come ci dice Giacomo,non è solo un sentimento accolto nel buon senso, è un invito ad accogliere il piano di Dio che è fraternità,senza esclusioni,perché tutti figli del medesimo Padre.
Ecco perché (vv8-9) si apre un confronto tra l’attuazione della legge regale della carità e la dimostrazione di favoritismo, condannata dalla legge. In questi versetti vi è una tensione escatologica perché vi è il riferimento a quel giudizio definitivo che ispira un agire misericordioso nei rapporti con gli altri.

E ritorna ancora il tema del favoritismo che si rivela non solo come un atteggiamento assurdo, ma contrario allo statuto dei credenti che sono giudicati secondo una legge di libertà che ha come contenuto essenziale l’amore verso il prossimo (v. 2,8).
Vi è un forte richiamo pedagogico per Giacomo che è rivolto a noi credenti.
Creare una coscienza nuova per realizzare rapporti fraterni giusti.
Charles de Foucalt diceva: “La mia vita consiste nell’essere il più possibile in rapporto con quelli che mi circondano e nel rendere tutti i servizi che posso ”.
E commentando Mt 25: “E’ la fede,assieme alla carità che Gesù ci ordina qui,ci ordina una fede che ci induce alla carità; questa fede consiste nel vedere lui stesso ogni essere umano; vuole che noi crediamo che egli è unito,con tenero amore,ad ogni essere umano così che ogni bene o ogni malefatto a uno di loro è sentito da lui come se fosse fatto a lui stesso, ci ordina di credere questo…Fermiamo questo pensiero costantemente davanti gli occhi ogni volta che siamo in presenza di un essere umano. Gesù ce lo ordina: è un dovere di fede avere questa convinzione una volta per tutte, è un dovere d’obbedienza,di giustizia e d’amore avere nella pratica questo nuovo modo di vedere,questo nuovo senso che ci fa vedere in ogni uomo Gesù…Questa fede è indispensabile e più sarà viva, più sarà luminosa,costante,senza debolezza,meglio adempirà i doveri d’amore che ne derivano, doveri che debbono interamente trasformare la mia vita”.
Questa lunga citazione è per evidenziare che l’impegno concreto,l’operosità non è acconto, ma esprime la fede,questa scelta di vita,questo orizzonte e sguardo che ci fa sentire davvero in un legame di fraternità.
 La Chiesa dovrebbe essere segno di questo, rivelazione che indica la salvezza che è Gesù. La fede cristiana non ammette favoritismi. La scelta dei e con i poveri è proprio per questa vocazione universalità e cattolicità.
Giacomo vuole dissuadere i cristiani dal lasciarsi affascinare da questo splendore dei potenti e signori del mondo.

La vivacità del piccolo quadro di vita comunitaria dove è presente un caso di favoritismo clamoroso è un racconto con uno stile retorico per indicare comportamenti etici da evitare. L’accento è posto sulla loro appartenenza sociale. Al signore ben vestito è offerto subito un posto a sedere, per il povero con la veste sporca e sgualcita non vi è nessuna accoglienza cortese. Deve stare in piedi o sedersi per terra.
E’ un grande interrogativo che ritorna anche a noi,come credenti e come Chiesa.
E’ un “giudicare discriminando”. Si noti che gli esegeti spiegano che i due personaggi, povero e ricco,sono dei cristiani appartenenti alla comunità,discriminati sulla base del loro ceto sociale. Ma si noti che Giacomo vuole soprattutto e più radicalmente affermare che il favoritismo non è soltanto uno stato d’animo ma un modo di agire contrario alla fede che si palesa nei rapporti sbagliati verso le persone socialmente diverse.
E’ richiamato qui l’esempio di Dio che difende i poveri senza fanatismi,diventando modello per l’agire umano (Dt 10,17; Sir v 5,13).
Nei vv 5-7 dobbiamo (lasciatemelo dire) intravvedere la spiritualità biblica,evangelica che fa dei poveri i destinatari dell’intervento efficace e salvifico di Dio.
Coloro che sono poveri,privi di interesse e prestigio, sono scelti da Dio in modo gratuito e libero. Qui l’appartenenza socio-economica assume un risvolto umano.
Non si dice che la povertà è un titolo o una condizione per l’elezione divina, ma si descrive lo stile di Dio,diametralmente opposto a quello del mondo. Non la povertà in se stessa è una situazione salvifica, ma l’elezione dalla parola di Dio e la sua fedeltà alla promessa.

A questo agire gratuito di Dio, che sceglie i poveri, si contrappone il comportamento pratico dei destinatari della lettera (2,6 a ):I ricchi sono oppressori che vanno contro i poveri e li perseguitano per la loro appartenenza religiosa. Vi è anche (“bestemmiano”), il riferimento all’oppressione religiosa.
Non è un pauperismo idealizzato ma un forte radicamento alla tradizione profetica,alla tradizione evangelica. Il linguaggio delle beatitudini qui illumina il nostro ascolto.
Insomma il compito dei cristiani è attuare la legge regale della carità (2,8-13).
Il riferimento è al Levitico I(19,18): ”Amerai il prossimo tuo come te stesso”(cfr Mt 25,34). E’ per questo chiamato ”regale” perché lì è condensata l’esigenza suprema e unica in base alla quale si attua il giudizio:la carità.
La preoccupazione di Giacomo (che è rivolta anche a noi) è di far vedere la conseguenza operativa della fede cristiana. E’ escluso ogni favoritismo e ciò è affermato in un tono chiaramente giudiziale. Si indica che qui si inserisce il principio della totalità che è espressione dell’ambiente giudaico.
La trasparenza di un precetto comporta la trasgressione di tutti i precetti. E tutto questo (unità e globalità della legge) deriva dalla sua origine divina.
Secondo la parola di Giacomo, l’attuazione della fede nella prassi sociale, per non creare una nuova e sottile alienazione e schiavitù, deve essere realizzata attraverso l’amore attivo, che nasce e matura nella libertà e rimane aperta all’azione gratuita di Dio.

E concludo ancora con C. Carretto: ”L’amore che unisce a Dio ci deve obbligare ad accettare che siamo senza più far polemiche con noi stessi e gli altri. Amare significa  questa pacificazione della cosa più dura da accettare che siamo noi stessi con i nostri difetti, con i nostri peccati: non importa, Cristo ci libererà . Ma questo amore che va a Dio e che va al prossimo, a tutti i nostri fratelli, a tutta la comunità, a tutti gli uomini.
E insieme possiamo davvero in questa Pasqua fare questa promessa: che quando ci ritroveremo a pregare nella Chiesa con Cristo presente sotto il mistero del pane, noi sentiremo di amare tutti gli uomini perché amiamo Cristo e perché Cristo ci ha parlato del Padre, E questa pienezza di amore ci condurrà a capire tutto il mistero di Dio e ci condurrà a spiegarci certe pagine oscure che la fede ci insegna,come quello dello scandalo del dolore,lo scandalo delle cose che non comprendiamo. Ma è proprio della fede accettare per dare un atto di omaggio a quel Dio che un giorno ci spiegherà tutto”.

don Virginio Colmegna

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