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Casa della Carità
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La Casa rilegge Martini: "Farsi prossimo"

30 giugno 2014

Per il decennale della fondazione, operatori e volontari hanno riletto insieme a padre Giacomo Costa la lettera pastorale scritta dal Cardinale Carlo Maria Martini e il 4 luglio ripropongono le loro riflessioni in un incontro pubblico

Ripartire dalle origini per trovare nuovo slancio. È quello che ha deciso di fare la Casa della carità in vista del suo decennale, rileggendo la lettera pastorale "Farsi Prossimo" scritta dal Cardinal Martini per l'anno pastorale 1985/86 e citata nello statuto della nostra Fondazione.

Il percorso di riflessione sul testo, pensato in vista del decimo anniversario della Casa in programma il 24 novembre prossimo, si è composto di due incontri guidati da padre Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti sociali, presidente della Fondazione Culturale San Fedele e vicepresidente proprio della Fondazione dedicata all'ex Arcivescovo di Milano.

Nel corso di questi due momenti, cui hanno partecipato operatori e volontari della Casa della carità, l'estrema attualità delle parole del Cardinal Martini ha colpito tutti ancora una volta e, anche per questa ragione, si è deciso di organizzare un momento pubblico per restituire riflessioni e spunti a tutte le persone interessate, a cominciare da tutti coloro che si sentono più vicini alla Casa.

L'appuntamento è per venerdì 4 luglio, alle ore 18.30, alla Casa della carità. Anche questo incontro sarà guidato da padre Giacomo Costa, insieme a don Virginio Colmegna, presidente della Casa.

[nella foto sopra, il Cardinal Martini in visita al carcere di San Vittore parla con i detenuti]


"Farsi prossimo" oggi

Una riflessione di don Virginio Colmegna

Da fine giugno Casa della carità dà avvio a un percorso di riflessione sui 10 anni di accoglienza ed ospitalità trascorsi da quel 24 novembre 2004, giorno dell’inaugurazione ufficiale. Il nostro obbiettivo non vuole essere né l’autocompiacimento  su quanto abbiamo fatto in questi nostri dieci anni né l’autoflagellazione per quanto non siamo riusciti a fare: siamo convinti d’aver fatto il possibile per eseguire il mandato ricevuto dal Cardinal Carlo Maria Martini, l’uomo che ha pensato e voluto la Casa della carità.

Martini non era una visionario, era un pastore che viveva il suo presente con i piedi ben piantati per terra. La sua dolcezza, il suo carisma, la sua grande conoscenza delle Sacre Scritture, la sua capacità di raccontare con parole semplici la complessità della vita, la sua attenzione per gli ultimi, il suo abbraccio alle altre religioni e ai non credenti, il suo sguardo aperto sulla città e il valore che assegnava al dubbio hanno prodotto, tra l’altro, quella mirabile lettera pastorale del 1985-86, “Farsi prossimo”, che da allora è stata un punto di riferimento costante, al di là delle proprie convinzioni e del proprio credo, per me e per tanti, dentro e fuori la Chiesa.

Ebbene, uno dei modi per celebrare questo primo decennale della Casa della carità è quello di andare alle radici e al senso profondo della sua missione, così come ce l’ha chiesta il cardinale Martini, recuperando le indicazioni, le sollecitazioni e gli ammonimenti contenuti nella “Farsi prossimo” che è esplicitamente richiamata nello Statuto della nostra Fondazione.

Dal 1985 sono passati quasi trent’anni. Sei lustri che hanno visto cambiare il mondo, la politica, l’economia, la cultura, la società. Per questo, insieme a padre Giacomo Costa, direttore di Aggiornamenti sociali, presidente della Fondazione Culturale San Fedele e vicepresidente della Fondazione dedicata a Martini, e insieme a molti nostri operatori e volontari abbiamo voluto rileggere la “Farsi prossimo” per cercarne il messaggio più profondo in un contesto tanto diverso, come quello della Milano di oggi, dell’Italia di oggi, del mondo di oggi, scoprendo quanto il messaggio martiniano sia in realtà anticipatore e profetico persino nelle pagine, per fare un esempio concreto, dedicate alla testimonianza dell'impegno politico. Dove si legge: “Il buon andamento della vita sociale dipende molto dalla vivacità, dalla efficienza, dalla correttezza del sistema politico. Il realismo tenace, con cui la carità cerca il bene di ogni uomo, la impegna anche nel campo delle scelte politiche”.
 
Questi e altri accenni ci invitano ovviamente ad educarci all’ascolto, a vivere una dimensione spirituale che ha come riferimento la parabola del Buon Samaritano. Alla Casa della carità stiamo ripensando in profondità il senso profondo di essere un laboratorio di spiritualità, di impegno e di ricerca anche culturale partendo dalla quotidianità vissuta. Vorremmo cercare di fare quello che fa il locandiere nella parabola del samaritano e cioè, non solo non guardare altrove e fermarsi a dare aiuto a chi ne ha bisogno, ma anche prendersi cura di chi viene accompagnato nella nostra “locanda”.  Anche la nostra idea di condivisione viene sollecitata dalle parole di questo testo illuminante dove, in un altro passo, il Cardinal Martini scrive: “Un dovere grave della carità cristiana in campo politico è la denuncia dei sistemi generali e delle singole leggi che ledono la libertà e la dignità dell'uomo”.  E siamo arrivati a una prima conclusione:  non dobbiamo mai smettere di accogliere il messaggio che viene dalle persone che ospitiamo ma anche da quelle che, purtroppo più spesso di quanto vorremmo, non riusciamo ad ospitare per mancanza di disponibilità, dobbiamo ascoltare e portare in noi l’inquietudine per quei ”non possiamo accoglierti”.

Esiste poi una dimensione personale della Farsi prossimo che interroga ciascuno di noi, anche oggi, anche nel contesto culturale nel quale viviamo, quando Martini accennando alla dimensione personale della carità dice: ”Dobbiamo riscoprire il valore dell'elemosina, dell'intervento immediato, che non pretendere di risolvere tutto, ma fa quello che è possibile al momento. Può essere un gesto ambiguo. Può incoraggiare la pigrizia e la menzogna in chi lo riceve, mentre in chi lo compie può far nascere l'idea di sentirsi a posto, senza andare alla radice dei problemi. Per fare l'elemosina quindi è necessario un grande realismo e soprattutto bisogna evitare che essa diventi il surrogato di altri interventi più completi ed efficaci. Pur con questi rischi, l'elemosina contiene molti valori. Addirittura può essere un gesto profetico ed educativo”.

Con gli anni ho capito il significato di questo invito di Martini che, confesso, allora mi aveva visto titubante. Ho capito che per me, e credo che questo valga per tanti e non solo tra chi ha fatto esperienza alla Casa della carità, elemosina è anche la paziente disponibilità quotidiana a costruire per quanto possibile un atteggiamento di cura delle persone. Questo, sono convinto, è il grande regalo che viene a chi vive questa esperienza di umanità condivisa. Lasciatemelo dire nei giorni in cui ricorrono i miei 45 anni di sacerdozio, per me è stato e continua ad essere un grande dono poter vivere ogni giorno il mio ministero di prete vicino a quelli che chiamiamo poveri, deboli, fragili.

Dieci anni di cammino ci hanno fatto riscoprire la bellezza del Vangelo, di un messaggio di vita e di misericordia. Lo dico come credente ma è un invito anche ai non credenti:  abbiamo tutti bisogno di tornare a queste radici per non diventare solo gestori di risposte ma persone capaci di trasformare, attraverso un'operatività intelligente, le nostre rigidità per riscoprire il coraggio della speranza. Avvertire l’attualità di questo messaggio di Martini, constatarne la sintonia profonda con il magistero e le esortazioni di Papa Francesco,  è una grande gioia che ci permette di vivere questo decennio nel solco del cammino della Chiesa ambrosiana, guardando sempre avanti con l’impegno di farci prossimo sempre, ovunque sia possibile. E di questo non ringrazierò mai abbastanza il Cardinale Martini cui chiedo di continuare a proteggerci.

 

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