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Un flipper per raccontare la Casa

 

9 marzo 2015

Una metafora per raccontare il lavoro della Fondazione con le persone in difficoltà di Milano

Per le persone in difficoltà la città è spesso un grande flipper: come palline, molte rimbalzano frenetiche, tra un servizio sociale e uno di cura, troppe scompaiono in fretta nella buca dell’esclusione, dell’invisibilità o della cronicità.

Per loro, la città-flipper non è un gioco divertente. Al contrario, è un luogo di sofferenza.

 

 

Pur suonando un poco eccentrica, quest’immagine accompagna da anni l’operato della Casa della carità. Per questo, abbiamo scelto la metafora del flipper per presentare ai visitatori di “Fa’ la cosa giusta”, ma non solo a loro, l’operato della nostra Fondazione, che spesso accoglie e accompagna persone segnate da problematiche molteplici, “i più sprovveduti”, come li definiva il Cardinal Martini 

In molti casi, si tratta di persone che cercano disperatamente il luogo giusto per ottenere delle risposte alle loro domande di socialità, salute e riconoscimento dei diritti. Sono individui molto fragili che, all’interno dei servizi per l’assistenza sociale e la cura, non vorrebbero dover trovare subito una categoria diagnostica per definirsi, ma che tentano di esprimere la profondità del loro star male con lingue, grammatiche e sintassi del tutto differenti 

Sono numerose le persone che hanno vissuto questa esperienza tra gli oltre 2.500 ospiti che la nostra Fondazione ha accolto dal 2004: famiglie senza casa, migranti in difficoltà, ex senza dimora, profughi fuggiti da guerre e dittature, mamme con bambini e persone con problemi di salute mentale.  

Ciascuno arriva in via Brambilla con il proprio volto, la propria storia e la propria sofferenza. E con ciascuno di loro lavoriamo giorno per giorno perché smetta di essere una pallina e torni a essere una persona.  

La sfida è aiutare queste persone a riconquistare diritti, cittadinanza e autonomia, a vivere la città, ma senza che questa sia più quel flipper all’interno del quale prima schizzavano. E soffrivano. L’obiettivo è accompagnare coloro che seguiamo ad uscire dal flipper, per decidere loro stessi, in prima persona, quale percorso vogliono intraprendere, ciascuno in base alla propria soggettività.
 

È un obiettivo ambizioso per il quale operiamo strettamente in rete con i servizi pubblici locali e le tante risorse del territorio. 

Lo facciamo conservando una forte passione per la ricerca, puntando sulla professionalità, ma al tempo stesso non abbandonando quelle benefiche incertezze che ci consentono di stare accanto a una persona senza l’obbligo di definirla. 

Lo facciamo stando sul confine, anche perché è proprio ai margini della città che ha sede la nostra Casa, alla periferia nord orientale di Milano. 
 

Siamo sul confine e sul concetto di confine ragioniamo. Da un lato, è indispensabile per far in modo che le identità siano individuabili e possano quindi mettersi in relazione tra loro. Dall’altro, deve essere flessibile perché l’incontro non sia scontro distruttivo, ma scambio che arricchisce.

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