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Casa della Carità
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I "miei dieci anni" in via Brambilla

13 ottobre 2014

In occasione del nostro anniversario, un mosaico composto dai ricordi e dalle emozioni di chi alla Casa della carità ci vive e lavora

Roberto, l'ospite di lunga data:
Da ragazzo, sognavo di poter viaggiare e di visitare paesi lontani. Non l’ho potuto fare. Però tanti di quei paesi dove avrei voluto andare li ho scoperti qui alla Casa nei racconti dei tanti ospiti stranieri che ho conosciuto. Quanti paesi ho conosciuto grazie a queste persone, ai loro ricordi, alle loro emozioni? Tanti e tutti mi hanno lasciato qualcosa, mi hanno arricchito. In cambio, anche se non sempre riesco a farlo, qui in Casa cerco di vivere aiutando chi è più in difficoltà di me.

Paola, la fundraiser:
Confesso che è stata una bella fatica organizzare un’attività di raccolta fondi strutturata per la Casa della carità. A volte, di fronte a certe obiezioni e a certe resistenze, mi sono cascate le braccia. Ma poi… che soddisfazione quando ricevi una lettera o suona il telefono e ti senti ringraziare da un donatore per tutto quello che facciamo ogni giorno.

Marco, l'operatore delle docce:
Quanti sono passati a farsi una doccia in via Brambilla? Tre giorni alla settimana fanno un totale di cui ho perso il conto. Però molti di loro, dopo tanti anni, non sono più solo un numero da chiamare per il turno di doccia, sono diventati amici. Amici di cui ormai conosco a memoria il nome e che anche fuori dalla Casa, quando li incontro, mi salutano, qualche volta mi parlano di un loro problema, qualche volta tacciono per l’imbarazzo. Io do loro un numero per la doccia, loro mi fanno sentire importante.

Cecilia, la bibliotecaria:
Quando ho iniziato a fare la bibliotecaria in Casa della carità non immaginavo di dover fare l’esploratrice e di dovermi avventurare in mondi diversi con la valigia in mano e la disponibilità a cambiare ogni giorno prospettiva. Adesso, che un'idea più chiara me la sono fatta, il viaggio continua. Deve continuare, perchè di persone da ascoltare e di lingue nuove da scoprire, ce n’è un gran bisogno.

Davide, il receptionist:
Sono tanti i volti passati davanti al vetro della portineria di via Brambilla, alcuni li ho dimenticati, altri non li ho mai scordati. Come non ho mai dimenticato quei giorni d’estate trascorsi al mare di Pomaia con i bimbi rom con i quali, tutti in fila indiana, si andava a prendere il gelato e poi, la sera, stanchi ma felici, a mangiare seduti a quelle lunghe tavolate…

Cristina, la segretaria:
Se c’è un luogo dove io ho capito cos’è la Casa della carità è la mensa. Non per i suoi menù che sono quelli che tutti possono immaginare in una cucina che deve adeguarsi alle diverse abitudini alimentari di uomini e donne che vengono da ogni dove. Ma per l’umanità che ci passa. Nella mensa della Casa ci sono solo persone e non riesci a distinguere il volontario dall’operatore, il profugo di passaggio dall’ospite di lunga data. Non so come ma in mensa si è tutti uguali, tutti alla pari, come dovrebbe essere sempre.

 
 

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