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Casa della Carità
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In attesa di Pentecoste

Per nove giorni, dal 20 al 31 maggio, torna il diario di don Virginio

Sabato 30 maggio - Veglia di preghiera


Venerdì 29 maggio - Il dono dello Spirito santo

Ci stiamo preparando al dono dello Spirito santo. Vorrei usare questo linguaggio che la Bibbia usa per avvertirlo non come una cosa astratta e lontana, ma che ha bisogno di essere custodita nella preghiera, nel silenzio. Ne do solo alcuni riferimenti perché l’azione dello Spirito in ciascuno di noi viene riletto addirittura come partecipazione dell’uomo, di ciascuno di noi, alla vita di Dio. È una realtà che ci deve sorprendere: possiamo chiamare Dio come padre, padre nostro. E questo nostro è dilatato addirittura al mondo intero, germoglia nel mondo nel quale siamo perché chiede una nuova creazione. Si dice spesso lo Spirito santo genera figli, è un’azione quindi creazionale: genera l’uomo a figlio di Dio, lo Spirito santo è generatore di vita (Prima Giovanni 3-9). Chiedo di rileggere questi testi perché diventiamo figli adottivi, certamente l’espressione paolina è questa (Romani 8-9,4; Galati 4-5; Efesini 1-5).

Diventare figli di Dio non è una finzione giuridica, ma significa diventare nel modo più profondo rispetto alla stessa generazione fisica quella da carne e da sangue. È un evento di creazione, lo vorrei rivivere con voi dentro anche nel cammino che stiamo compiendo perché la veglia di Pentecoste che condivideremo insieme, anche se da lontano, come si dice perché il tempo della pandemia ci pone distanza fisica, deve essere questa invocazione profonda. Vorrei sottolineare che, in questa azione, nello Spiritio santo andrebbe colto maggiormente la sua qualità femminile, materna, perché egli agisce e si comporta come una madre. Non a caso i simboli che lo evocano, la colomba, l’acqua, sono materni; colti nella loro capacità di generare, generare dal Padre nello Spirito. Il cristiano, diceva Prima Pietro 2-2, è nutrito dal latte spirituale e con lo spirito si impara a chiamare Dio col nome di Abbà, di papà, in una famigliarità profonda che ci immette dentro in una energia straordinaria che non è nostra. Quando diciamo spiritualità non diciamo qualcosa di disincarnato, qualcosa di fabbricato da noi, qualche sentimento da new age. Noi professiamo qui una fede che ci dice che questo spirito ci crea una intimità con Dio, ci porta dentro la capacità di generare, di attraversare continuamente tutte le dinamiche complicate difficili, anche nel nostro operare, ma per inserire questo germe di vita nuova, questa capacità di rigenerare cieli nuovi e terra nuova, questa speranza, questa utopia che noi potremmo chiamare, invece si è accompagnati da questo dono.

Gli apostoli erano lì titubanti, paurosi nella stanza, come meditavamo. Poi scendono in piazza nella agorà e il loro parlare diventa un linguaggio compreso da tutti: è il linguaggio nuovo quello della carità, è la carità che sorprende e che dà il senso più profondo dell’essere capace di diventare tempio dello Spirito santo (Giovanni 14, 16-17). In questo tempio, che è il suo corpo, il cristiano è abilitato a essere sacerdote, vittima, sacrifico gradito a Dio. E qui allora l’amore diventa testimonianza. Dobbiamo rigenerarla così anche nel cammino nostro di Casa della carità in particolare perché l’abbiamo voluto così, allora rende il cristiano preghiera. È lo spirito che è in te che prega, in noi, possiamo chiedere allora l’impossibile perché è il Dio creatore che entra dentro di noi. Questa è la novità della fede che sembra una cosa astratta, forse, ma lo Spirito porta i suoi doni, i doni profondi, significativi, che chiedono di essere vissuti nella logica del dono, della gratuità. 

Sant'Agostino commentando questo episodio della Pentecoste ritorna e dice: «Se ami ciò che possiedi non è poca cosa; se tu ami l’unità, tutto ciò che è in essa è posseduto da qualcuno, è posseduto anche da te; bandisci l’invidia e sarà tuo ciò che è mio. E se io bandisco l’invidia sarà mio ciò che tu possiedi. L’invidia separa, la carità unisce». È il senso della comunione profonda, è il generare il cammino di Chiesa come comunità. Anche il nostro cammino, me lo lasciate dire, di Casa della carità o anche di quelli che accompagnano in termini diversi il nostro cammino. Riscoprire che vi è questa gioia immensa, che vi è questa impossibilità di essere persone travolte dalla tristezza, ma capaci di immettere dentro questo Spirito che genera, che ci fa sperare anche nel miracolo; non nel miracolo come lo vogliamo noi, ma nel miracolo di uno sguardo di un Dio che non ci abbandona. 

Davvero prepariamoci così a pregare nel silenzio perché arriviamo poi alla veglia del sabato e inviterò tutti a condividerlo da lontano, insieme, perché questo Spirito santo si riversi con abbondanza anche sul cammino di "Casa della comunità", sull’incontro con i poveri per diventare testimoni di un Dio che genera vita.

Grazie, grazie, grazie a voi che avete accompagnato con me questo cammino che non si conclude, ma ci genera una forza immensa.


28-5 - Salirono al piano superiore

Quest’oggi vorrei riprendere con voi, nell’approssimarsi il momento della Pentecoste, il testo di Atti 12, seguenti. "Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto Degli ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città salirono al piano superiore dove abitavano. C’erano Pietro, Giovanni, Giacomo, Andrea, Filippo, Tommaso, Bartolomeo, Matteo, Giacomo di Alfeo, Simone lo zelota e Giuda di Giacomo. Tutti questi erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui". Poi vi è questo richiamo forte che continua con la moltitudine dei credenti che erano un cuor solo, un animo solo. Questo riferimento alla comunità alternativa, questa comunità che poi ci ha tramandato questa fede in Gesù, di cui noi vogliamo essere discepoli inondati anche dalla ricchezza e dal dono dello spirito

Vorrei fermarmi però su un particolare, credo serva anche nel cammino nostro di attenzione, di rigenerazione del cammino della "Casa della comunità", come l’abbiamo chiamata: casa dell’ascolto, casa dove c'è la gratuità, dove c’è questo alimentare dell’incontro coi poveri. Vorrei proprio richiamare questo passaggio: "dal monte Degli ulivi i discepoli riprendono il loro cammino dopo l’ascensione del loro maestro e ritornano a Gerusalemme". Cammino breve, veloce, solo quanto è permesso nel giorno di Shabbat. Ma dentro questi pochi passi sta scritta tutta una vita, tutto un percorso di resurrezione, di rigenerazione

Vi è davvero questo richiamo, arrivare alla terra dell’incontro, della relazione, dove non siamo più né stranieri né ospiti, ma concittadini famigliari, efesi (lettera efesini 2, 19). Vi è questo richiamo forte, che però volevo far notare un particolare, credo che sia significativo nell’attenzione nostra in una "Casa della comunità" dove abbiamo il luogo della preghiera, luogo dove si riflette, che non è luogo dimenticato, abbandonato, ma dovrebbe diventare luogo che abbia senso di recupero del silenzio per chi non crede, ma luogo dove rigenerare continuamente anche la nostra fede.

E vi è un richiamo, allora, nel testo degli Atti degli apostoli che abbiamo posto a meditazione oggi dove si dice che "salirono alla stanza al piano superiore e qui rimangono". Questo è il luogo della preghiera, il santuario nuovo cui, come in un grembo, i discepoli del Signore vengono accolti, vengono nutriti, vengono generati, luogo che possiamo chiamare teologico, cioè di incontro con il Signore, fortissimo. La stanza al piano superiore è madre anche per noi se decidiamo di entrare, salire, stare, facendoci compagni di viaggio di questi primi discepoli, fratelli e sorelle di cuore e di anima una

Nella sacra scrittura, molte volte anche nell’antico testamento, si parla della stanza costruita nella parte alta della casa, luogo in cui ritirarsi a pregare, luogo in cui piangere, luogo in cui stare da soli. Tutto nell’antico testamento: il profeta Elia, nella stanza superiore, invoca il Signore e riporta la vita al figlio della vedova morta; Eliseo, chiusa la porta della sua camera alta, si piega in profonda preghiera e vi dona il figlio vivo di nuovo della Sunamita (2Re 4, 24). Allo stesso modo anche Pietro, chiamato dai discepoli già a passare al piano superiore, si inginocchia e prega accanto a "Gazzella", ormai morta pianta da tutti, le grida le parole della resurrezione «Tabità, alzati!» e la presenta viva ai fratelli. Questa stanza è il luogo dove si celebra la cena pasquale, la frazione del pane, il luogo dell'eucaristia. Gli Atti ci raccontano che a Efeso i discepoli erano riuniti nel primo giorno della settimana nella stanza al piano superiore nello spezzare il pane, ascoltare la parola insieme a Paolo. "Grande dunque questa stanza arredata" richiama il Vangelo di Marco: "Arredata coi tappeti, già pronta anche per noi", come disse Gesù, "lì preparate la cena".

Allora il richiamo alla stanza mi viene di coglierlo per come dare senso a questo luogo, che potremmo chiamare luogo di preghiera dove spezzare il pane dell’eucaristia per i credenti, luogo dove rigenerare il silenzio della preghiera. Ma è possibile, nella riorganizzazione della casa, dimenticare questo spazio riletto magari perché sia luogo di dialogo e di comunicazione? Ma credo che dobbiamo ripensarlo e porlo al centro anche di questo cammino. Lo affido al cammino che stiamo facendo nell’attesa del dono dello spirito che può rigenerare anche la nostra fede e il nostro cammino.


Mercoledì 27 maggio - Diventare discepoli di Gesù

Diventare discepoli di Gesù significa anche cogliere il suo testamento: «Amatevi come io vi ho amato, siate miei amici» e tutto questo tema che mette in moto i sentimenti, anche profondi. Allora mi pare interessante, significativo, cogliere ancora con il tema anche di seguire ed essere discepoli di Gesù, l'evangelista Giovanni, l'amico intimo di Gesù. Accanto a lui nell'ultima cena, è un rapporto tale da porgli la domanda più difficile, quella sull'identità del traditore, è così amico poi da non intervenire. Questo personaggio è così fedele da seguire Gesù in tutta la sua passione, è così intimo che a lui sarà affidata sua madre sotto la croce, un'immagine carica di una tenerezza immensa che ci riporta poi in quella sala dove i discepoli stanno attendendo, chiedendosi che cosa fare, dove sono presenti anche le donne che lo hanno seguito con Maria, la madre di Gesù, ci dicono gli Atti degli apostoli. 

Ecco, Giovanni ci fa intravedere che Gesù è portatore di un amore universale, però con sentimenti veri, possiamo dire carnali, perfino carico di aggressività. In Giovanni 2 lo vediamo aggirarsi con il mercante del tempio, prende addirittura delle cordicelle, le intreccia per farne una frusta con la quale colpisce non solo pecore e buoi, ma anche persone. A commento di questo fatto addirittura il narratore cerca di attutire questa immagine ponendo in bocca ai discepoli un salmo che parla dello zelo. Gesù si sente affaticato, realmente affaticato, è un Gesù che si indigna, possiamo dire anche che si adira, che si turba, che piange

La gente riconosce infatti il grande amore di Gesù per Lazzaro e dice: «Come? Se lui ti voleva così bene...». Ecco in Giovanni 13, 21, Gesù è sconvolto perché sta per annunciare il tradimento di Giuda. Commentatori ci richiamano a una realtà che è profonda anche per noi. I sentimenti di Gesù sono fondamentali, sono sentimenti che stanno dentro nella teologia dell'essere discepoli di Gesù. Dicono la sua fede, il suo desiderio di combattere contro la morte, di vincere grazie al fatto di aver vissuto queste dinamiche, puoi insegnare ai discepoli a non aver paura. È un Gesù veramente uomo. 

Pensiamo al gesto di grande affetto di Maria, sorella di Lazzaro, che così descrive Giovanni. Un gesto di grande, enorme, spesa: il salario di un intero anno sprecato in un istante, l'abbondanza dell'unguento come profumo. L'evangelista Giovanni per raccontare ha messo insieme due scene sinottiche: quella di Marco, che è il contesto pasquale, il fatto che questo gesto sia compiuto in vista del sepoltura; quello di Luca 7, la scena dell'adultera di asciugare i piedi con i capelli. In Luca 7 addirittura la donna, una peccatrice, bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime, essendo già con il volto accanto ai suoi piedi li asciuga con i capelli. Questo dettaglio viene chiaramente dalla scena della peccatrice che si sa perdonata, mossa dall'amore. Tra tutti questi gesti di grande affetto, Gesù stesso riconosce che lei l'ha molto amato. 

Gesù ha voluto riproporre qui una scrittura, questa dinamica affettuosa che attraversa anche il dialogo con la samaritana stessa e addirittura arriva in una realtà inedita, ma che credo sia significativa, quella frase che Giovanni dice: «Quando sarò innalzato attirerò tutto a me». Vi è un richiamo al Cantico dei cantici, in cantico 1, 4, vi è lo stesso verbo che compare in Giovanni 6, 44, dove colui che attrae è il padre stesso. Questa fiumana di sentimenti che ci fanno avvertire quanto deve entrare anche l'emozione nel nostro corpo: ci si innamora di Gesù, ci si innamora di essere discepoli di Gesù e questo sentimento forte che mette in gioco anche la trasparenza per sentire questo richiamo. «Voi siete miei amici» non questa parola contrabbandata nel virtuale nella esteriorità. Diventare amici di Gesù significa esserne appassionati continuamente, questo è il tragitto che ci deve accompagnare nella preparazione alla Pentecoste.


Martedì 26 maggio - Effonderò il mio spirito sopra ogni uomo

Oggi vi propongo, in questo cammino verso la Pentecoste, di tenere tra le mani, nel cuore anche, il testo di Gioele 3, 1-5: "Dopo questo io effonderò il mio spirito sopra ogni uomo, diverranno profeti i vostri figli e le vostre figlie. I vostri anziani faranno sogni, i vostri giovani avranno visioni. Anche sopra gli schiavi e sulle schiave in quei giorni effonderò il mio spirito».

Gioele viene chiamato profeta della Pentecoste.
Atti 2 riconosce nella profezia di Gioele le parole bibliche che permettono di descrivere la portata, la natura, dell’evento di Pentecoste. Siamo attorno alla prima metà del IV secolo avanti Cristo, Gioele fa riferimento al messaggio dei profeti che lo hanno preceduto. Sono una raccolta di oracoli annunciati oralmente e poi raccolti per iscritto quindi non è un testo concepito fin dall’inizio in termini organici, ma credo che sia un po’ quello che caratterizza il nostro prepararci alla Pentecoste, mettere in moto i sentimenti. 

Questo capitolo era preceduto da un richiamo continuamente penitenziale accompagnato anche al digiuno. E poi vi è questi versetti che irrompono all’interno dell’effusione dello spirito. "Egli spargerà", il verbo qui dice "versare un fluido come l’acqua". Lo spirito di Dio indica una potenza dinamica, esplosiva, che si impadronisce di uomini e per breve tempo lo mette in condizione di compiere atti particolari. C’è l’irruzione della novità che credo debba essere avvertita anche da noi nel tempo del cambiamento. "Non sarà più come prima" bisogna immettere però quella che io chiamo 'energia spirituale', che viene sollecitata per credenti, non credenti, da questo stare nella storia che stiamo vivendo come in Ezechiele 37, 14: la conseguenza del dono dello spirito può essere intesa come rinascita. 

Addirittura in Ezechiele 36, 26-27 ci dà un’immagine bellissima: "Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò dal vostro corpo il cuore di pietra, vi darò un cuore di carne". Lo possiamo chiamare il trapianto di cuore, questo modo diverso di guardare la storia nella quale si vive per immettere questa energia delle relazioni, degli affetti, del custodire i sentimenti, che devono arrivare alla veglia di Pentecoste

Si noti che il dono dello spirito non è un evento puntuale episodico, ma esprime un po’ come la benedizione che rivolta a tutto il popolo che Dio rigenera, rimane promessa e dono e consegnato un po’ a tutti, viene universalizzato. Nel nostro caso, ogni carne significa indicare tutta l’umanità, la totalità del popolo; la menzione di anziani e giovani, mi pare carica di una efficacia straordinaria nell’oggi, fa intravedere la portata universale nel dono dello spirito senza distinzione di età e di censo; non solo profeti carismatici e re, ma soprattuto anche gli schiavi saranno investiti dal dono di Dio. È una pagina che ritradotta nel nostro linguaggio significa gli scarti, quelli che sono scartati, sono investiti dal dono di Dio. Vi è questo rovesciamento delle priorità, credo ci debba appartenere: cielo e terra, cioè la totalità dell’universo, si dice, sono coinvolti in questi prodigi operati da Dio. 

Vi è questa invasione che riguarda anche il Creato, tutta questa visione ecologica di conversione, di riguardare ai viventi a un modo nuovo nel quale liberare nel mondo questa energia di vita. Sarà poi interpretato così anche dall’evangelista Luca negli Atti degli apostoli, 2-18, dove negli Atti sempre a voler fornire un più forte aggancio nel parlare in lingua questa profezia di Gioele. Parlare in lingue non è dovuto a ubriachezza, ma è l’adempimento di questa profezia. 

Allora vi è un modo di dialogare, di rimettere dentro in noi questa straordinaria speranza. La Pentecoste è un evento della natura della portata di quella che era la promessa. È una promessa che diventa anche desiderio di vedere già i piccoli segnali che ci sono quando Dio sarà tutto in tutti. Gioele, per così dire, è già dietro di noi e ancora davanti. Una profezia da meditare, da far rivivere anche in noi.


Lunedì 25 maggio - La visione delle ossa aride

Vi propongo il testo di Ezechiele 37, 1-14. Possiamo chiamarlo: la visione delle ossa aride. Per gustare questo racconto bisogna fare insieme il cammino del profeta Ezechiele: sentire la forza della mano di Dio che conduce in un'ampia pianura, ripercorrere quella pianura tutto intorno, rimanere un po' confusi di fronte a questa distesa infinita di ossa secche. Ascoltare, rivolta a noi, una domanda forte che vorrei che sentissimo dentro di noi: potranno queste ossa rivivere? Di fronte al senso di impotenza che caratterizza anche noi, con quello che abbiamo vissuto, questa domanda ritorna celebrata dentro di noi: potranno queste ossa? 

È un'immagine, le nostra ossa, si dice al versetto 11, sono inaridite; la nostra speranza è svanita; siamo perduti. Sono tre elementi dunque in questa frase, una immagine, la valle piena di ossa aride, dovremmo riscopre anche quanto è contemporanea per noi questa riflessione. Un gesto: per noi è finita, la nostra speranza è perduta; la patria non esiste più, il tempio è in rovina, la gloria di Dio che abitava il santuario ha abbandonato Gerusalemme, Ezechiele lo sente questo. Dalle labbra degli esuli sono solo lamentazioni: quanta contemporaneità c’è in questa riflessione. La disperazione degli esuli viene tradotta nell’immagine eloquente delle ossa secche. Solo il riferimento alla morte può esprimere quello che gli esuli pensano di se stessi. 

E allora vi è, credo, una contemporaneità con quello che abbiamo vissuto continuamente. Si poteva - e qui è la novità della parola di Dio - cercare di consolare gli esuli in qualche parola di giustificazione. Dio sceglie un’altra strada. Prende il lamento come vero, ne esaspera il contenuto. Le nostra ossa sono inaridite, gli israeliti sono ossa secche, sembra che non ci sia giù speranza. C’è la dimensione della disperazione, si lascia il posto a un infinito silenzio, che però è un silenzio tombale, non ci sono corpi, non scheletri, solo ossa. Fossimo poeti dovremmo lamentare la fragilità della vita umana e la vittoria ultima della morte.

Qui scatta una domanda che è forte: potranno queste ossa rivivere? Dio parla al profeta, che comanda di parlare alle ossa. Ora le ossa devono diventare destinatarie della parola. È quello che dobbiamo avvertire anche dentro di noi: mettersi in ascolto di una parola che scuote la dimensione inaridita, il calvario della speranza. Non hanno forza alcuna, ma ecco la parola di Dio suscita in loro risposte. Sopra lo scheletro crescono, secondo l’immagine, successivamente i nervi, la carne, la pelle, insomma prende forma l’uomo, la dignità della persona umana in quel palpito di vita che c’è, che sa sgretolare la potenza drammatica delle ossa che sembrerebbero distruggere qualsiasi speranza. Vi prego di rileggerlo questo testo così. Vi è un intervento del profeta, questa volta rivoto allo spirito: deve venire dai quattro venti e ridare vita ai morti. Vi è questo arrivo del vento dello spirito. In fondo, è quello che stiamo attendendo anche noi. Dobbiamo immettere dentro nella apparente, o drammatica, disperazione la forza lievitante dello spirito che non è follia. È capacità di ridare senso ai sogni, alle utopie, ai corpi che prendono vita ancora. 

Ed è importante rivoltarsi a capire proprio la speranza che credo sia, col versetto 11, che riporta alla mente, si passa da un’immagine di un cimitero con tombe sigillate ("Così ha detto il mio signore"), a un respiro di vita piena che sente importante e significativo. Bisogna rileggerla questa realtà portando dentro la radicalità della riflessione. Ezechiele non è l’uomo delle sfumature, preferisce contrapporre gli estremi perché appaia in tutta la sua forza il messaggio di Dio. 

Qui non siamo di fronte a un popolo schiavo, minacciato. C’è dentro quel che Ezechiele voleva dire, lo fa comprendere con chiarezza. Siamo di fronte a qualcosa di impossibile, di radicalmente impossibile, qualcosa che solo la potenza di Dio, la forza dello spirito possono produrre. Gli esuli potranno tornare un giorno in patria, dice il testo di Ezechiele. Verrà un tempo in cui i morti torneranno in vita? Il ricordo della profezia non potrà non dirigere questa riflessione. Se c’è una parola di Dio, se lo spirito che attendiamo è fuso sull’uomo, allora la speranza di una vita nuova è presente e possibile. Dobbiamo essere quelli che Papa Francesco chiama coloro che hanno il diritto a una speranza che è capace di ridare, anche in una valle piena di ossa secche, il fermento di una vita che rimette insieme, che rimette in circolo la speranza. Attendiamo la Pentecoste come dono di speranza.


Domenica 24 maggio - Ascoltare

Vi propongo, in questo cammino verso la Pentecoste, di meditare oggi sulla dimensione dell'ascolto.

Abbiamo già richiamato la Casa come "Casa della comunità", che vive di gratuità e si mette a condividere, che si prende cura. Oggi, pensando all'ascolto, vi propongo di prendere in mano il Vangelo di Luca che è quello che sottolinea molto questa dimensione e addirittura fa iniziare la vita pubblica di Gesù nella sinagoga di Nazareth, dove si ascolta la parola di Dio; lui si alzò a leggere e trovò un passo del profeta Isaia, che inizia così: "Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l'unzione, mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri".

Egli ascolta intensamente quella parola della scrittura e riconosce lì la volontà del Padre che lo ha inviato. Perciò la sua risposta, frutto di un ascolto autentico, si esprime in un modo singolare, dicendo: "Oggi si è adempiuta questa scrittura che voi avete ascoltato".

La fede è un ascolto, è un mettersi in attenzione dei fragili, dei poveri. Luca sottolinea molto la parola "oggi" e ce n'è una serie di "oggi" a costellare il Vangelo di Luca; l'ultimo arriva per il malfattore che sulla croce si affida a Gesù e viene introdotto, dall'ascolto di quella parola, in paradiso. È il Vangelo della Misericordia.

Tutta la funzionalità dell'ascolto non è semplicemente dare un servizio, dare delle risposte; il primo atteggiamento per un autentico ascolto carico di questa spiritualità, è il lasciarsi convertire dalla Parola, interrogarsi.

Nella parabola del buon Samaritano si avverte - e noi la meditiamo tanto questa parabola, è un'icona del nostro cammino - che per Luca, ascoltare significa fermarsi, accostarsi, farsi carico. È un po' come la Parola ascoltata di Maria, che dopo il suo "", si mise in viaggio verso la montagna (Luca 1, 39). Chiunque fa questo ascoltando, fosse anche un eretico, chi passa oltre no, fosse anche un sacerdote. È la sfida che la parabola del Samaritano ci pone e qualche volta ci deve interrogare in profondità, gustando profondamente la ricchezza che Luca ci fa percepire.

Vi propongo di leggere con gioia anche tutte le "parabole della misericordia" che Luca ci racconta: la pecora, le dracme perdute, il padre misericordioso. Avere il cuore colmo di misericordia, per poter capire la bellezza dell'ascolto, e l'interrogativo e l'inquietudine, per arrivare fino al brano di Vangelo che vi chiedo di avvolgere di silenzio meditativo: la parabola dei due discepoli di Emmaus (Luca 24, 13 - 35), dove c'è quello "speravamo", questo senso della delusione, che spesso può appartenere anche a noi in questo periodo di fatica, di riorganizzazione della "Casa della comunità", dell'innestare continuamente questa dimensione spirituale con la complessità, con le difficoltà organizzative.

Ma guai se non ci fosse questa tensione profonda, che si possa vivere insieme, credenti e non credenti, arricchiti da questa Parola, a cui uno si accosta per sentirsi rinnovato, perché è la novità grande e, paradossalmente, bisogna tenere dentro il tema della sorpresa. Ogni ascolto è un'inquietudine, una sorpresa che entra dentro di noi, che va rivestita da questo linguaggio della speranza: è la poesia dell'ascolto, che non è una follia, non è una retorica. Se si perde questa umanità nell'ascolto, noi creeremmo dei servizi, non delle capacità di essere rinnovati.

E allora vorrei concludere questa sollecitazione, con l'invito a ritrovare il Cantico dei Cantici. Ve lo racconto così: 

Una voce! Il mio diletto!Eccolo, viene saltando per i monti, balzando per le colline.Somiglia il mio diletto a un capriolo o ad un cerbiatto.Eccolo, egli sta dietro il nostro muro; guarda dalla finestra, spia attraverso le inferriate.Ora parla il mio diletto e mi dice: "Alzati, amica mia, mia tutta bella, e vieni!"Perché, ecco, l'inverno è passato,
è cessata la pioggia, se n'è andata;
i fiori sono apparsi nei campi,
il tempo del canto è tornato
e la voce della tortora ancora si fa sentire
nella nostra campagna.

Ecco, vi è questa dimensione che non va persa, questa spiritualità dell'incanto, lo stupore.

Buona giornata, perché così ci prepariamo a condividere il cammino e l'accoglienza dello Spirito, che è spirito di novità.


Sabato 23 maggio - Prendersi cura

Continuiamo, come abbiano fatto anche ieri, a meditare e a leggere il Vangelo riferito poi anche al nostro cammino che abbiamo in "Casa della comunità" come abbiamo richiamato ieri, che è anche una comunità dove ci si prende cura. Il tema della cura, della guarigione, dello stare bene, diventa fondamentale anche nel nostro cammino e il Vangelo è pieno di questi incontri di Gesù con i malati, non con la malattia. Il verbo curare ricorre nei vangeli ben 36 volte mentre il verbo guarire si trova 19 volte. 

E scoprirete, se meditate un po’, se scorrete il Vangelo e meditate su questo, che curare, secondo proprio il Vangelo significa servire, onorare una persona, averne sollecitudine, prendersene cura. Questo è un atteggiamento importante perché prendersi cura significa vivere la prossimità, incontrare la persona, non la malattia. Ciò che conta è la persona malata non la sua malattia. Incontrando i malati, Gesù non predica mai rassegnazione, non afferma mai che la sofferenza avvicina maggiormente a Dio, non chiede di offrire la sofferenza a Dio, non nutre atteggiamenti quasi di compiacenza e di dare un significato al dolore. Lo vuole superare, sa che non la sofferenza, ma l’amore salva. 

Questa è una dinamica fondamentale per il nostro sguardo, per la nostra professionalità, per il nostro impegno. E addirittura sfonda anche tutte le resistenze anche culturali che ci sono, fa saltare anche tutte le precauzioni cosiddette igieniche, timori di contagio, le convenzioni religiose, che suggerirebbero di porre una distanza come nel caso dei lebbrosi. E Gesù non solo li incontra, ma addirittura li tocca quasi a dire che vuole rompere il senso di emarginazione, di abbandono

Tra l’altro, l’altra sera, Luigino Bruni in un incontro richiamava una realtà importante: nella basilica di Assisi dove ci sono i grandi dipinti di Giotto che racconta tutta la vita di san Francesco non c’è quello dell’incontro coi lebbrosi; chi finanziava tutto il grande investimento pittorico di Giotto non voleva che si dipingesse questa scena perché aveva la preoccupazione che poi non si riusciva a esprimere solidarietà sul territorio, avrebbe creato disorientamento. 

Gesù rompe gli schemi, ma poi porta questa comunità della cura come una comunità che incontra le persone, che ricrea sentimenti di appartenenza, di uguaglianza. Il vivere la comunità significa poi prendersi cura. Allora vi è tutto questo impegno che stiamo ponendo sul futuro di Casa della carità come "Casa della comunità", della cura. Gesù coinvolge profondamente la situazione personale dei malati. Meditavamo ieri il tema dell’attenzione della commozione dei sentimenti, anche di gratuità. Qui ci sta tutto il sentimento profondo della compassione, del patire con. Gesù non solo incontra, strappandole dall’isolamento e dalla solitudine, le persone. Gesù non guarisce senza condividere. Questo tema della condivisione ritorna allora come altra parola chiave nella nostra meditazione di oggi. 

Vi chiedo poi di fermarvi oggi a meditare su marco 5, 1-20. Questo testo conosciutissimo, abbiamo avuto la meditazione di Martini in quel convegno su "La cittadinanza terapeutica" è il brano che ci fa intravedere il fondamento anche dell’attenzione terapeutica che dobbiamo avere. Ecco, vi invito a rileggerlo, accoglierlo, meditarlo, e di portare dentro così questa dimensione di preghiera perché non va letto soltanto, va meditato, la debolezza umana in cui agisce la potenza divina, Gesù guarisce grazie a una morte e a una resurrezione, ogni guarigione rinvia all’unico vero miracolo che è la resurrezione. È il mistero della Pasqua, quello che ci sta meritando lo spirito che noi attendiamo.


Venerdì 22 maggio - Allora ritornarono a Gerusalemme 

«Allora ritornarono a Gerusalemme dal monte detto degli Ulivi, che è vicino a Gerusalemme quanto il cammino permesso in un sabato. Entrati in città, salirono al piano superiore dove abitavano. Tutti erano assidui e concordi nella preghiera insieme con alcune donne e con Maria, la madre di Gesù e con i fratelli di lui». 

Si tratta allora di custodire anche in noi, con la narrazione del Vangelo, quanto va custodito nel cuore per coltivare sentimenti e affetti da veri discepoli di Gesù. Allora è quel Vangelo che va letto, riletto, come ci insegna Papa Francesco, per poi ritrovare l'entusiasmo, l'attesa dello spirito che deve far vivere in noi la gioia di essere discepoli. È una narrazione, quella evangelica, che ci indica - se l'approfondiamo - come custodire i sentimenti di prossimità e di cura. 

Casa della carità deve essere una "Casa della comunità", che si prende cura, lo diciamo, e lo vorremmo. E allora bisogna far sedimentare anche in noi la grazia dell'ascolto della parola, il miracolo del Vangelo. Vi propongo di andare con me a scorrere il Vangelo, quello di Giovanni dove si indicano gli atteggiamenti di cura. Vangelo concreto, ricco di affetti. Sì, dobbiamo emozionarci, non utilizzare il Vangelo in fretta per fare qualcosa, ma lasciare che prenda spazio in noi, in quella che Martini chiama la dimensione contemplativa, la centralità della parola, ascoltata, custodita. 

Il Vangelo di Giovanni è pieno di gesti, possiamo chiamarli esagerati. Partiamo dalle nozze di Cana, capitolo 2, dove trasforma l'acqua in vino in modo spropositato, sei anfore per un totale di seicento ettolitri. È vino di qualità, è l'ebbrezza della gioia, della festa. Dovremmo cavare da lì il sentimento profondo che Gesù ci invita a riscoprire: la festa, la gioia. In Giovanni 6, con la moltiplicazione dei cinque pani e due pesci, si sfamano cinque mila persone, ma anche qui in modo sovrabbondante, avanzano dodici canestri di pane. 

Il fidarsi, il mettere a disposizione il piccolo che si ha e poi assumersi anche l'impegno di non sciupare quanto ci è stato regalato. Il privilegio per noi di non essere persone affamate che hanno bisogno di sopravvivere accanto a tanti, che sono la stragrande maggioranza del mondo, ci chiede una responsabilità, di assumersi una responsabilità nel piccolo, di promuovere giustizia sociale

È Gesù, questo che ci descrive il Vangelo di Giovanni, che per amicizia riesce a resuscitare Lazzaro senza neanche formulare una preghiera particolare. Ringrazia subito il Padre che ascolta e dà la vita se il figlio si commuove per un amico. Possiamo chiamarla la commozione dell'amicizia, da custodire profondamente con quel sentimento di gratuità che ci deve accompagnare. Questo Gesù è colui che allo storpio (Giovanni 5) o al cieco nato (Giovanni 9) chiede gesti concreti, che vanno anche a violare il risposo del sabato. La cura, la guarigione, sconvolgono la normalità dei riti, sfondano, è quella eccedenza che Martini ci indica. Gesù chiede allora allo storpio di prendere sulle spalle la barella e di camminare: è il contrasto alla passività con la riconoscenza che chiede responsabilità, non regalare e stare passivi. È un Gesù che fa opere di cura, prende fango, sputa per terra e poi invita ad andare alla fontana di Siloe. 

Qualche volta arrivano richieste sulle quali neanche interviene se non da lontano. Si richiama solo a un'ora precisa perché il figlio del funzionario è guarito e scopre chi è stato. (Giovanni 4, 52). E il funzionario capisce che la salvezza è proprio venuta da Gesù. Ancora è questa sovrabbondanza che ci deve far riflettere. In Giovanni 21, con la pesca miracolosa, pesca ben 153 grossi pesci, tanti che Pietro con la forza di uno dotato di grande energia tira a terra questa pesca sovrabbondante. Potremmo andare avanti a riflettere. Domani lo faremo su altri Vangeli. Teniamo il Vangelo di Giovanni da custodire, da rileggere, per liberare dentro di noi la logica del dono del gratuito. 

Gesù con competenza e amore invoca, prega coi salmi, ringrazia continuamente il Padre. A noi tocca essere colmati da questo sentimento di gratuità e insieme lasciarci attrarre, emozionare, insisto ancora, di un Gesù che è il cardine, il fondamento della nostra fede. Domani continueremo con gli altri Vangeli, ma lasciamoci attrarre dal silenzio contemplativo. Jacques Dupont dice che la Chiesa deve andare ai poveri per assomigliare a Cristo che si è presentato al mondo come il messia dei poveri.


Giovedì 21 maggio - Uomini di Galilea perché state a guardare il cielo?

«Questo Gesù che è stato tra di voi, assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo con cui l’avete visto andare in cielo». È un richiamo a ciascuno di noi, che si sta preparando alla Pentecoste, a riscoprire continuamente anche il senso dell’attenzione ai poveri, che caratterizza anche il nostro cammino di Casa della carità o nei luoghi dove viviamo e pratichiamo ospitalità. Avvertire davvero che non è un impegno di carattere principalmente sociale, ha dei riflessi sul sociale, ma ha a che fare con l’interrogativo profondo della nostra fede e dell’essere innamorati di questo Gesù che ci invita continuamente a narrare nella nostra vita, nel mondo che incontriamo, l’amore di Dio, l’amore misericordioso. 

Papa Francesco ci richiama quello che possiamo chiamare un nuovo umanesimo, in ascolto del grido dei poveri e del grido della terra. È quello che dobbiamo condividere prendendo in mano ancora la Laudato Si', ma soprattutto questo Vangelo che ci riporta a dare senso anche al cammino di Casa della carità caratterizzato soprattutto dall’ascolto, se deve diventare, come vuole essere, una "Casa della comunità" deve essere popolata dall’ascolto dei poveri, dei deboli, dei fragili. 

Nei contesti plurali carichi di fragilità e colmi di quella cultura del consumismo, della competitività, dello scarto, la forza è la testimonianza che possiamo portare e deve risiedere anche nel testimoniare la bellezza, la gioia del Vangelo assumendo i sentimenti segnati di Cristo del Vangelo, del suo stile di vita che deve testimoniare e sorprendere anche nel modo con cui noi costruiremo questa organizzazione, se si vuole, di "Casa della comunità". 

Allora ci vuole un sentimento che sia carico di grande commozione, di grandi sentimenti di umanità. Questa è una dimensione che non possiamo dimenticare. Io, in questo cammino che facciamo verso la Pentecoste, vorrei richiamare sostanzialmente alcuni brani, alcune letture, che aiutino la meditazione di ciascuno per arrivare a quella veglia di Pentecoste nella quale chiederemo anche come comunità, come casa da condividere. E allora lascio a ciascuno di voi, ricordando la Beatitudine di Matteo di coloro che piangono, quell’omelia fatta a Lampedusa da Papa Francesco, che risento ancora, e vorrei ci accompagnasse nella riflessione di oggi e nello sguardo che ciascuno deve dare per far sì che questo incontro e ascolto coi poveri sia capace davvero di una "Casa della comunità" abitata, frequentata, da persone che sanno commuoversi.

Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere! Nel Vangelo abbiamo ascoltato il grido, il pianto, il grande lamento: «Rachele piange i suoi figli… perché non sono più». Erode ha seminato morte per difendere il proprio benessere, la propria bolla di sapone. E questo continua a ripetersi… Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?

Oggi condividiamo questo sguardo che dobbiamo portare al cammino dei poveri che accompagnano il nostro cammino di "Casa della comunità" custodendo dentro sentimenti che ci possono creare delle emozioni che portano anche al pianto, alla condivisione, al commuoversi. Un sentimento che deve appartenere all'esperienza di fragilità e di debolezza che stiamo condividendo insieme.


Mercoledì 20 maggio - A nove giorni da Pentecoste

Riprendo per nove giorni il mio diario, che vorrei condividere con voi che avete accompagnato le meditazioni nei cinquanta giorni di distanza fisica, come l'abbiamo chiamata. Siamo riusciti a raccogliere con un e-book quanto cercato di condividere, vi verrà inviato per poter continuare un dialogo spirituale con voi. Ecco perché ho pensato di vivere con tanta intensità spirituale i giorni che, dalla festa liturgica dell'Ascensione che è domani, fino alla Pentecoste di domenica 31 maggio, ci mettono a prepararci ad accogliere quell'energia spirituale che può dare luce ed entusiasmo al cammino di testimonianza per i credenti cristiani.

Pentecoste è la festa per eccellenza, è il dono dello spirito meritato dalla Pasqua che porta un nuovo linguaggio che affratella e unisce in un legame di comunità di Chiesa. Ma è una festa che raggiunge l'umanità intera, il nuovo sguardo creatore che attraversa il mondo intero: si tratta di rivivere insieme questa attesa operosa di una forza interiore che rende possibile l'impossibile.

Riportiamo in questa attesa tutte le intuizioni e le proposte che devono dare concretezza a quella che abbiamo chiamato "Immaginiamoci futuro". In questi nove giorni di preparazione alla veglia di Pentecoste, tutte le intuizioni, le innovazioni, che abbiamo avvertito come dono in quel tempo che abbiamo chiamato di pandemia e di distanza fisica che avverto come si vorrebbe cancellarlo in fretta, riprendere come se niente fosse. Non può essere così.

Quel richiamo alla conversione ecologica, a quella connessione profonda tra giustizia sociale e ambientale che è espressa nella Laudato si' non va disattesa. Allora ecco perché, in questo primo passaggio prendo quello che Papa Francesco ci dice: «Chiamo i poveri la carne di Cristo per indicare che l'opzione per i poveri è implicita nella fede in Gesù, in quel Dio che si è fatto povero per noi, per arricchirci mediante la sua povertà».

Nell'Evangelii Gaudium, al paragrafo 198, ci dice che la povertà è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica. Ecco perché dobbiamo prepararci ad accogliere il dono, la forza delle spirito che è consolatore, è avvocato che ci chiede di essere difensori della dignità di ogni vivente. È questa energia capace di farsi dialogo con tutti, anche chi come noi sta avvertendo la gravità della situazione che viviamo, il peso delle disuguaglianze, della povertà che si estende, che sta esplodendo, caricando anche di dolore e angoscia, ci è chiesto di avvertire interiormente questa sollecitazione, questo richiamo che significa per me anche preghiera, comunicazione forte.

Nella Evangelii Gaudium 209-214 vi è un elenco di attenzioni che non è solo formale, ci interpella: i senzatetto, i tossicodipendenti i rifugiati, i popoli indigeni, gli anziani, i migranti, coloro che sono oggetto delle diverse forme di tratta delle persone, quelle che stai uccidendo ogni giorno nella piccola fabbrica clandestina, nella rete della prostituzione, nei bambini che utilizzi per l'accattonaggio, quello che deve lavorare di nascosto perché non è stato regolarizzato. Son tutti richiami che Papa Francesco fa, le donne che soffrono situazioni di esclusione e maltrammento, violenza, i bambini nascituri che sono i più indifesi e innocenti di tutti ai quali oggi si vuole negare la dignità al fine di poterne fare quello che si vuole.

Queste e altre realtà che per noi sono volti, storie, questi sono alcune delle persone povere e fragili che Papa Francesco ha posto al cuore della riforma pastorale e missionaria della Chiesa e ad essa va aggiunta anche la creazione nella mercé degli interessi economici e di uso indiscriminato (Evangelici Gaudium 2015-2016). Ecco perché questa è la premessa di una riflessione che vorrei condividere con voi in questi nove giorni che ci preparano alla Pentecoste. 


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