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Casa della Carità
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Don Virginio: vorrei comunicare con voi

Ogni giorno, dal 13 marzo al 4 maggio 2020, don Virginio ha tenuto un diario, per riflettere su questo tempo segnato dalla pandemia

Lunedì 4 maggio
Fase 2: il Diario è terminato, ma il dialogo continua

Rieccoci nuovamente insieme. Ieri, nel salutarvi comunicando la chiusura del Diario, vi avevo dato appuntamento a oggi perché con l'avvio della cosiddetta Fase 2 voglio intraprendere anch'io un nuovo percorso, fatto di aggiornamenti che non saranno più quotidiani, ma che continueranno a esprimere il desiderio di un dialogo intimo e di amicizia.

Cinquantadue giorni passati insieme sono stati la condivisione di pensieri che hanno voluto accompagnare i giorni difficili di una pandemia che ci ha imposto il distanziamento sociale, ci ha fatto piangere morti, ci ha procurato angosce e paure. Uno spazio virtuale diventato appuntamento quotidiano, che ha attraversato significativamente anche il tempo di Pasqua, dove la meditazione su quanto stava accadendo non ha mai smarrito la speranza per un futuro di cambiamento. Il tutto mettendo sempre in primo piano i più fragili, poveri ed emarginati, e i più sofferenti come anziani e disabili.

Proprio da qui vorrei ripartire oggi per continuare questo dialogo dove far abitare le fragilità e il senso di impotenza che tutti abbiamo vissuto, e viviamo, nell'affrontare la pandemia. Però essendo capaci di non rassegnarci, ma di attraversare e avvolgere di futuro queste fragilità e impotenze. 

Il primo segno di dialogo, che ho ritrovato come un dono, è l'intuizione che il Signore mi ha regalato, e permesso di condividere con altri, di costituire l'associazione SON, acronimo di Speranza Oltre Noi e che in inglese significa 'figlio'. SON non è altro che il desiderio di abitare il futuro, nel presente, con un villaggio dove possano vivere famiglie con il proprio figlio che chiede aiuto e sostegno. Con la serenità dei famigliari di veder sorgere un'amicizia comunitaria per poter sperimentare, nel "durante noi", un'attesa serena del "dopo di noi" per i propri figli. E anche io mi sono ritrovato con questo desiderio: SON per me è il segno di una profezia urgente, che ho sentito crescere anche nel vissuto di questi giorni di Diario quotidiano. Affido al Signore questo cammino condiviso con molte famiglie e con molti amici. E avverto, che in questo abitare, vi sarà il DNA di Casa della carità, dove viviamo tutta la spiritualità e la sapienza della carità.

SON sarà un villaggio che sento vicino anche alla Chiesa, non solo perché confiniamo con la parrocchia di Gesù a Nazareth, che è la parrocchia di riferimento anche per Casa della carità, ma soprattutto perché ci sentiamo immersi nella fede di una Chiesa povera, colma di prossimità coinvolgente, dove poter essere servizio, ascolto e sostegno per le tante famiglie che hanno un figlio disabile e sono preoccupate per il futuro. Per questo la follia, e uso proprio questo termine, follia, di avviare un cantiere la sento come una sollecitazione dove immettere e dare significato a questo rischio coraggioso.

SON dovrà diventare un "monastero dell'ospitalità", dove a proteggere questo cammino ci sarà il cardinal Martini, che negli ultimi anni della sua vita, insieme alla necessità di essere aiutato, ci ha consegnato e testimoniato un bisogno di tenerezza e dialogo. Anni importanti, che ha condiviso con un nostro amico, don Damiano Modena, il quale affiancherà anche lui questo mio e nostro progetto.

E ho anche la certezza, che mi emoziona molto, dell'accompagnamento nella preghiera di suor Antonia, che negli anni per me caldi di parroco alla Bovisa, mi è stata vicina in un modo per me importante, che poi ho ritrovato con la sua comunità, la Congregazione delle suore di Santa Marta di Roma, anche nel cammino di Casa della carità.

Il Diario, di cui vi è il progetto di rendere un e-book con la casa editrice il Saggiatore, è terminato. Ma come detto non voglio concludere il mio dialogo con tutti voi, che proseguirà con nuove forme. Continueremo a sentirci, uno o due volte alla settimana, per condividere riflessioni, citazioni, preghiere, poesie, suggerimenti, mantenendo sempre al centro i poveri e le fragilità, a partire da quelle degli anziani, e avendo sempre come riferimento il richiamo alla carità del cardinal Martini e quello alla conversione ecologica di Papa Francesco. 

Buona giornata.


Domenica 3 maggio
La profezia della povertà

Non si potrà più pensare in grande senza avere la consapevolezza che il nostro tempo deve essere ritmato dall'incontro con i poveri, con la nostra fragilità esistenziale

Eccoci all’ultima tappa di questo Diario vissuto per ricercare appassionatamente un significato da dare all'insorgere di una pandemia che ha cambiato tutto, a una quarantena vissuta nella distanza. Sono partito dal Vangelo di oggi dove si dice: «Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» e ho avvertito che Casa della carità non è semplicemente un'opera da impresa sociale. Essa ha sempre chiesto, e continua tuttora a chiedere, di mantenere la propria anomalia: essere nella quotidianità riferimento per i più deboli, gli ultimi, e da lì cogliere, proprio a partire da loro, tutta la carica spirituale, culturale, politica ed ecologica che è dentro la società nel suo complesso. È un po' il richiamo che anche il cardinal Martini voleva. Per questo Casa della carità deve impegnarsi nel dare risposte qualitativamente eccellenti non puntando alla quantità, ma valorizzando e avvertendo interiormente l'urgenza di imprimere al nostro operare una tensione spirituale laicamente intesa. 

Nel fare questo vanno lasciate tracce di urgenza per il cambiamento, nella consapevolezza che "Niente sarà più come prima" e intravedendo i bagliori, l'alba, di un'epoca nuova fondata sulla fraternità, sulla giustizia e sulla cura, che deve essere anche cura per il Creato. Non siamo più in una fase di aggiustamenti, non è più l'epoca dei cambiamenti, ma siamo dentro un cambiamento d'epoca. E allora diciamo che non si potrà più pensare in grande senza avere la consapevolezza che il nostro tempo deve essere ritmato dall'incontro con i poveri, con la nostra fragilità esistenziale, con lo sguardo e il cuore colmi di passione, di legami di fraternità con tutta l'umanità e con la creazione. È la spiritualità che il Vangelo ci indica e ci richiama come urgenza. E questo è anche il compito che dovrà far sì che, quello che Martini chiedeva con l'Accademia della carità, diventi davvero un laboratorio di innovazione politica, culturale e spirituale, per una vera conversione ecologica. 

Per continuare la sua missione Casa della carità, nel suo quotidiano organizzarsi, non potrà fare a meno dei propri volontari e della collaborazione dell'associazione Amici. Così come dovrà continuare a farsi raggiungere da quel laboratorio di umanità che sono le Reti della carità, un vero patrimonio di sapienza che ci è regalato dall'incontro con i poveri. Inoltre dovrà mantenere un legame operativo con il Ceas, grazie al quale si dovrà far appartenere al proprio orizzonte quelle voci che provengono dal mondo delle dipendenze, della sofferenza psichica, del dramma della violenza sulle donne. 

Casa della carità dovrà anche rimanere fortemente radicata nel proprio quartiere, continuando ad essere riferimento soprattutto per gli anziani, da custodire come valore prezioso nonostante una pandemia che ha ci consegnato il dramma di tanti morti che avevano un'età che non può essere destinata a essere problema mentre invece ci regala il senso della bellezza di questa fragilità. In gioco c'è il tema della vita, che ritorna come fondamentale, della cultura, della memoria, ma anche dell'investimento per una sanità che sia davvero promotrice di salute e di medicina sul territorio, con la capacità di mettere davanti "Prima la comunità" . Questo è l'orientamento forte che, con passione, dobbiamo imprimere, una specie di lascito della pandemia. 

Abbiamo la consapevolezza di essere una piccola realtà di fronte all'enormità dei problemi che abbiamo di fronte. Siamo quella che io chiamo una "Scuola popolare di alfabetizzazione dei problemi", che è piccola, ma è portatrice di un respiro che si esprime in capacità culturale e politica. Come ce lo stanno dicendo moltissime realtà legate a noi, con le quali siamo in contatto, in quel Paese che si muove, si dà da fare e che non può essere catalogato solo come terzo settore. 

Questa crisi epocale ci fa avvertire il bisogno di un qualche segno profetico, di una scelta da cui si intraveda il nuovo, di una risposta alla domanda di vita che esprima segni di valenza pedagogica sui quali vale la pena di rischiare personalmente. In tutta la mia vita di prete ho capito che spesso sono stati gli incontri con la fragilità, con la disabilità, con il bisogno di comunità affettivamente paterne e materne, con il dare la voce ai poveri, a restituirmi la scoperta del legame con una spiritualità radicata nel Vangelo delle beatitudini, con la profezia della povertà e con, usando un'espressione impegnativa, i poveri come luogo teologico nel quale si incontra il volto di Cristo, come ci dice Matteo 25.

Allora si può davvero vivere e descrivere una gratuità del contemplare dove si avvertono, con la gioia del dialogo, i segnali di un nuovo linguaggio segnato dalla mitezza, dal confronto e dal valore della fraternità. Oggi si chiude questo diario, ma non questa esperienza di incontro. Il cammino continua e vorrei proseguirlo con tutti voi.

A domani.


Sabato 2 maggio
Lo scandalo della croce

Dobbiamo avvertire questo scandalo della croce, della povertà, come capacità di vivere le contraddizioni, come la speranza di un Vangelo che è gioia profonda. 

Siamo ormai giunti al penultimo giorno di una quarantena, che per me è diventata cammino quaresimale, un attraversamento del deserto che lascia però una grande traccia positiva. Sono giorni dove ho ritrovato le radici del mio impegno, radici spirituali che mi hanno immerso, e tuttora mi immergono, nella storia che viviamo segnati come siamo da una crisi inimmaginabile e che continuerà ancora per molto. Il continuo richiamo al tenere le distanze sociali ci fa avvertire il rischio oltre che di farci sentire più soli, ma al tempo stesso ci fa avvertire un grande bisogno di interiorità e di contemplazione. Ecco allora il ritrovarmi a sostare, a far vibrare in me la narrazione del Vangelo che dà senso, penso che debba dare senso anche a un cammino di carità che diventerà sempre più impegnativo e urgente

Mi sono ritrovato tra le mani il Vangelo di Marco 9, 2-10, quello della Trasfigurazione «Le sue vesti divennero bianchissime», quello che ci insegna lo stupore della dimensione del silenzio e ci ricorda che la superficialità nega drammaticamente la bellezza delle cose. Era circa il 70 dopo Cristo quando Marco scrisse questa pagina, che ha sempre avuto il compito di presentare come senso cristiano profondo lo scandalo della croce. Paolo dice che scandalo è sapienza, la sapienza della croce. Lo stupore dello scandalo è quello per una Chiesa povera tra i poveri, Chiesa ospedale da campo. È il Vangelo vissuto e testimoniato

In questi giorni di deserto ritorna dunque questa traccia di interiorità profonda, questa spiritualità richiesta che si avverte sempre più con il silenzio meditativo. La frase di Pietro «Facciamo qui tre tende» ci indica che questo spazio di stupore lo dobbiamo trattenere per immergerci nella storia che viviamo, che attende ancora futuro. La preghiera e la contemplazione sono fondamentali per immergerci nella condivisione, per l'attesa di un futuro che è già presente.

Quello che viviamo è un periodo colmo di grandi interrogativi, di conoscenze che fanno avvertire il dramma della croce. Allora non possiamo essere portatori di una fede superficiale, abitudinaria, ma dobbiamo avvertire questo scandalo della croce, della povertà, come capacità di vivere le contraddizioni, come la speranza di un Vangelo che è gioia profonda

In questi giorni ho ritrovato davvero dei tesori nascosti, delle memorie di vita, di persone incontrate, di amicizie donate. A volte, passiamo oltre. Invece la riconoscenza chiede di vivere anche la spiritualità del gratuito, la memoria che tracima verso un futuro che possiamo già intravedere come possibile. È quell'Immaginiamoci futuro che regalo alla Casa della carità come cammino che ci riguarda. 

Per questo vedo così importante anche il cammino dell'Associazione Amici Casa della carità. In questi giorni ho ascoltato le riflessioni dei tanti che animano questa associazione, che vivono il Vangelo della povertà e il senso di una Chiesa povera. Così come ho avvertito l'importanza delle tante esperienze che, su tutto il territorio nazionale, fanno parte del cammino di Reti della carità. Per me sono indicatori di una spiritualità contemplativa che sta nella quotidianità, che è colma di fatica, che può attraversare anche dolore e sofferenza, ma è pur sempre un cuore pulsante del cammino di una Chiesa che annuncia la bellezza del Vangelo.

Tra tutte, mi piace ricordare la realtà della "Fraternità della visitazione" di Pian di Scò, in Toscana. Sono suore che mi testimoniano e mi restituiscono lo stupore della carità ospitale con le mamme e i bambini accolti. Sono per me un dono. Così come il cammino della parrocchia del Giglio, a Montevarchi, sempre in Toscana, che don Mauro ha reso una casa ospitale che accoglie davvero i più sprovveduti. Potrei continuare, ma il senso è che Reti della carità sembra delinearsi sempre più come l'ambito dove cercare di trattenere il dono che ci fa il cammino della comunità ospitale

Sento davvero come il dono di un'intuizione feconda l'aver fatto sorgere e avvolgere Casa della carità da questo percorso, che mi permette di accogliere quel particolare richiamo di Papa Francesco sulla Chiesa che non è una ONG. Tutto ciò è ancora più significativo nel periodo che stiamo vivendo, dove c'è la tentazione di rendere il cristianesimo ridotto a religione civile, una buona protezione civile. Questo cammino fatto con le Reti della carità, grazie anche all'impegno di molte donne, a cominciare da Maria Grazia che ha aperto questa traiettoria e continua ad accompagnarla, credo che sia estremamente importante proprio per il grande dono che ci lascia. 

Da qui si spiega anche perché è nata, dall'associazione Amici Casa della carità, l'intuizione di SON, Speranza Oltre Noi, questa realtà di famiglie unite dalla preoccupazione del "Dopo di noi" per figli portatori di fragilità. È questa la meta che io vedo importante per me, l'approdo dove far riposare tutto il patrimonio di questi anni di vita di comunità, ascoltando quel Vangelo che dice: «Se vuoi venire dietro a me, prendi la tua croce e seguimi», sapendo che si può avvertire l'intensità dei doni ricevuti anche attraverso la contemplazione. Sono grato e cercherò di portare in SON tutto il cammino fatto, che per me è punto di arrivo, ma anche di partenza. Si riapre, infatti, ancora un percorso che accoglie il senso di una fragilità vissuta che si fa progetto, comunità, villaggio. Luogo dove si respira la spiritualità della fragilità.

Buona giornata.


Venerdì 1 maggio
«La carità senza giustizia è una truffa»

Lo diceva don Milani. La Chiesa sembra, soprattutto in questo periodo, una realtà che aiuta molto, che fa beneficenza, che sostiene i poveri. Invece deve anche essere capace di portar dentro un elemento di protesta per affermare i diritti e l’uguaglianza. 

Oggi è la festa del lavoro, la festa dei lavoratori. Una ricorrenza che ha radici storiche molto precise. Era il primo maggio 1886 quando, a Chicago, una manifestazione operaia che chiedeva la giornata lavorativa di 8 ore venne repressa nel sangue e passò alla storia come la Rivolta di Haymarket. Tre anni dopo, a Parigi, il Congresso Internazionale stabilì che il primo maggio sarebbe stato il giorno della festa del lavoro.

Nel ripensare a questa ricorrenza e ai temi della solidarietà, della giustizia e dei diritti ho ripreso in mano il Vangelo di Marco, 10, 7-31, dove c’è un ‘giovane ricco’ che dice: «Maestro buono, cosa devo fare per avere la vita eterna?». È un episodio che ritorna anche nei vangeli di Matteo e di Luca. Vi è una persona che conosce e pratica i comandamenti, potremmo dire una buona persona, che però ha molti beni. E qui c’è lo sconvolgimento fondamentale di Gesù che gli dice: «Una sola cosa ti manca: va’, vendi, dà, vieni, seguimi». Cinque verbi che scuotono la coscienza.

Si dice ancora nel Vangelo che questo giovane si fece triste perché aveva molti beni. Solitudine e tristezza sono due elementi che interpellano e chiedono un cambiamento del cuore. È un richiamo fatto anche alla Chiesa, nel suo complesso. È il cuore della vocazione cristiana. Non è semplicemente un qualcosa in più, di aggiuntivo. Richiede un cambiamento del cuore con delle verifiche anche personali. Poi chiede alla Chiesa, come comunità di viventi che celebrano l’eucaristia, di testimoniare non la concessione di aiuto a qualcuno, ma un richiamo fondato sulla dignità di ogni persona, sulla solidarietà ridistribuiva. 

«La carità senza giustizia è una truffa», diceva don Milani. La Chiesa sembra, soprattutto in questo periodo, una realtà che aiuta molto, che fa beneficenza, che sostiene i poveri. Invece deve anche essere capace di portar dentro un elemento di protesta per affermare i diritti e l’uguaglianza. San Basilio, nel commentare il testo del ‘giovane ricco’ addirittura sconvolge. Dice: «Se fosse vero quello che hai affermato, cioè di avere osservato sin da ragazzo il comandamento della carità, come potresti avere ora tante ricchezze? Le tue ricchezze sono attaccate a te come le stesse membra del tuo corpo, soffri al pensiero di privartene come se ti dovessero amputare qualche arto». Frasi che richiamano anche il cammino di una Chiesa che si fa povera, con i poveri. Questo cammino della gratuità cui ci appelliamo è uno svuotarsi continuamente, un sentire l’ebbrezza di un Vangelo che sa sa vivere questa radicalità. 

Cito alcuni passaggi di una preghiera di don Tonino Bello, che mi è stata suggerita da un mio amico, monsignor Francesco Savino: 
«Una Chiesa povera, semplice, mite. Che sperimenta il travaglio umanissimo della perplessità. Che condivide con i comuni mortali la più lancinante delle loro sofferenze: quella della insicurezza. Una Chiesa sicura solo del suo Signore, una Chiesa disarmata, che si fa "compagna" del mondo. Che nella piazza del mondo non chiede spazi propri per potersi collocare. Ma una Chiesa che condivide la storia del mondo. Che sa convivere con la complessità. Che lava i piedi al mondo senza chiedergli nulla in contraccambio, neppure il prezzo di credere in Dio, o il pedaggio di andare alla messa la domenica, o la quota, da pagare senza sconti e senza rateazioni, di una vita morale meno indegna e più in linea con il vangelo».

Credo davvero che sia importante questo superamento superficiale di una carità passeggera che non si impianta nel cuore della Chiesa e nel cuore di ciascuno. Christiane Singer diceva: «Sapete che cosa è il peggio? È aver trascorso la vita senza naufragi, è esser sempre rimasti alla superficie delle cose, di aver danzato al ballo delle ombre, persi nella evanescenza, nell’inconsistenza, di avere sguazzato nelle paludi dei “si dice”, delle apparenze, dei luoghi comuni, di non essere mai precipitato, andato a fondo in una dimensione altra e profonda di sé e delle relazioni». 

In questo periodo di forte richiamo all’interiorità, nella crisi della pandemia che stiamo vivendo, questo brano di Vangelo deve essere capace di scuoterci e farci condividere una fame di diritti, una fame di giustizia.


Giovedì 30 aprile
Una nuova domanda di spiritualità

C’è bisogno di una nuova spiritualità che faccia perno davvero sul Vangelo, che avverta lo scandalo di una onnipotenza crocifissa, consegnata nelle mani di un potere che schiaccia, carico di inimicizia. 

Tra qualche giorno inizia la cosiddetta "Fase 2". Pensavo così mentre avverto che questa voglia di ripresa si esprime molto con la volontà di viverla come la fase precedente, cioè come incidente di percorso, che ci lascia distanze sociali, mascherine... Anche la Chiesa stessa parrebbe rivendicare di poter finalmente riprendere la sua azione pastorale forse non esprimendo con compiutezza che, anche questo periodo, è stato azione pastorale, di scoperta del valore della spiritualità, della bellezza del Vangelo, accogliendo interrogativi profondi che questa crisi pandemica ci lascia. 

È una domanda di spiritualità che emerge profondamente con la radicalità delle domande che la pandemia ci consegna
, senza possibilità di evasioni tranne il negare la realtà e un rifugiarsi nel consumo di evasione, che ci lascia come eredità il troppo virtuale vissuto, la troppa retorica buonista che ci ha accompagnato, il troppo diluvio di informazioni da talk show che ci lascia tutti ansiosi di consumare come prima, per entrare nella società dei consumi come prima. 

Eppure in questi 40 giorni in casa, che non mi lasciano come prima, ho visto il dolore come dramma sul volto delle persone, la paura che ci ha attraversati. Soprattutto il senso di impotenza, l’esplodere delle contraddizioni istituzionali sulla salute, l’epidemiologia senza comunità che ci ha insegnato con insistenza che si è assaliti da un virus che non conosciamo, che però ora dobbiamo combatterlo con la distanza sociale, norme igieniche, lavarsi le mani... Tutto questo però ci lascia un vuoto che non è colmabile senza interiorizzare le domande radicali che oggi chiedono, visto che siamo nel tunnel, un camminare quasi a tentoni

È il senso di fragilità che ci accompagna: i sentimenti come lettura dell’esistenza di ognuno con la fame di prossimità, di abbracci, che non possiamo vivere in questo periodo, e forse per molto; quella comprensione, avvertenza, che la globalizzazione nella quale siamo immersi ci rende tutti interconnessi, ci chiede di vivere nella complessità contrastando la banalizzazione che cerca di semplificare ciò che non è possibile. C’è un lavoro culturale enorme da fare. Questa pandemia chiede davvero una nuova spiritualità perché c'è da dare senso a un morire e a una cronicizzazione fino all’irrilevanza del valore della vita, soprattutto quando non è più autosufficiente, a un sistema educativo che non può essere senza interdisciplinarità, a una medicina senza territorio, tutta ospedalizzata, che invoca una polidisciplinarietà. 

Sono tutte domande che abbiamo scoperto emergere nel periodo che abbiamo vissuto. Ma tutto questo è possibile se l'individuo solo, abbarbicato sul suo egoismo, si converte e cambia stile. Mi viene in mente un'immagine: si chiede una uscita di sicurezza dal tunnel perché quella luce è troppo debole e lontana, ma quest'uscita non è ritornare come prima con l'individualismo, con quel paradigma tecnocratico che è la falsa onnipotenza che non vuole attraversare il senso del morire, che è il grande rimosso della nostra civiltà e lascia tracce di solitudine rifiutata. 

Forse per riprendere la pienezza della vita bisogna riappropriarsi del morire, diceva un educatore molto importante come l’amico Ceruti. Il cardinal Martini diceva che non aveva paura della morte, ma dell’atto del morire senza nessuno a tendergli la mano. È il vuoto della solitudine che ci ha accompagnato, è la cura dei sentimenti di compassione che ha bisogno di vicinanza, di uno sguardo anche contemplativo, di fraternità avvertita senza chiusure in una logica di uno svuotamento del potere, per non essere chiusi in se stessi con lo sperpero di cura, di linguaggi e fabbriche di morte. 

C’è bisogno di una nuova spiritualità che faccia perno davvero sul Vangelo, che avverta lo scandalo di una onnipotenza crocifissa, consegnata nelle mani di un potere che schiaccia, carico di inimicizia. Credo che l’immagine che rimarrà, e rimane anche in noi, è San Pietro vuota col Papa inginocchiato di fronte al crocifisso con una Pasqua vissuta come momento dove la vita è capace di aprire fessure nel dolore, nella morte. 

Questi 40 giorni sono stati anche per me molto significativi con una esperienza anche di Vangelo vissuto. Credo sia paradossalmente un dono che chiede che l’impegno culturale di evangelizzazione, di approfondimento, di meditazione, di incontro con altre culture, che in questi 40 giorni ho cercato anche di avvertire scrivendo il diario, debba continuare in termini diversi, ma certamente non possa mancare. Ringrazio tutti coloro che hanno accompagnato questo mio cammino sapendo che mi ritroverò a riflettere ancora, che avremo ancora un legame, ma dico un grazie a tutti voi che mi avete accompagnato in questo momento complesso e difficile.


Mercoledì 29 aprille
Cittadino volontario

Il compito del volontariato va ripensato in grande: non è solo protezione civile, beneficenza, piccoli gesti, ma deve essere anticipatore profetico di servizi e politiche sociali

Sono più di quaranta giorni che ormai siamo in casa. Sono emersi in questo periodo tanti sentimenti di inquietudine, di dolore, ma anche tanti sentimenti di gioia, di amicizia, sentimenti dove anche io mi sono sentito volontario in pensione in un luogo dove ho avuto più tempo per pregare, cercare di contribuire da lontano. E ho ripensato anche al cammino di Casa della carità, il suo futuro. Ci eravamo lasciati con "Regaliamoci futuro", adesso dico "Immaginiamoci futuro". 

Ho sentito vibrare in me il tema del volontariato pensando anche agli altri volontari che sono in panchina come me
. Casa della carità si dice che abbia bisogno di ripartire dopo quello che sta succedendo. Dobbiamo ripensare profondamente a strutture organizzative con compiti precisi. In questa ripartenza generale non c'è solo la questione produttiva, ma anche quella di dar vita e di rendere significativi i cambiamenti, nella gravità dei problemi che incontreremo, valorizzando l’apporto anche ideale, etico, cultuale, operativo che il volontariato ha. Esso non è solo una protezione civile, non è solo un volontariato dei piccoli gesti, bisogna ripensare in grande anche il compito del volontariato. 

Allora mi è venuto in mente quando ero ancora a Sesto San Giovanni e, con don Luigi Ciotti, nell'ambito del Coordinamento nazionale delle comunità di accoglienza (Cnca) promuovemmo un convegno sul volontariato dal titolo "Cittadino volontario" proprio per evidenziare la richiesta di un volontariato non solo che aiutasse, non solo che facesse della beneficenza, ma un volontariato come partecipazione e anticipatore di processi sociali, di politiche di welfare

Il volontariato non può essere solo una componente organizzativa dell'impresa sociale, ma deve qualificarsi nella gratuità, non accanto o supplente dei servizi, ma anticipatore profetico dei servizi stessi. In fondo tutta la politica sulle dipendenze è nata da questa immissione di energia del volontariato; così come tutto il tema della pace, della non violenza, del servizio civile o nell’impegno nelle carceri e in tutti i luoghi di chiusura e contenimento: tutte realtà che ci hanno mobilitato in termini anche culturali e politici. 

Mai come in questo periodo quello stesso approccio diventa straordinariamente importante, decisivo direi. Perché avremo bisogno di affrontare la quotidianità della condivisione con la povertà, coi poveri che aumenteranno ovunque per una crisi che sarà traumatica soprattutto per le fasce più deboli della popolazione. Povertà che dunque si allargherà e incrocerà il bisogno di diverse politiche sulla casa, per un abitare anche diverso. Non ci saranno più i dormitori così come li abbiamo pensati, ci sarà bisogno di stare sulla strada a incontrare persone in difficoltà. Potremmo elencare tutte le crisi di carattere economico per evidenziare poi il bisogno che vinca questo sentimento di coesione sociale, di capitale sociale che il volontariato dà, che crea legami sociali. Quindi questo tema del volontariato non può essere assorbito in un'ottica di accompagnamento di servizi di gestione, ma deve recuperare la sua capacità innovativa insieme a tutto il patrimonio che produce. 

Bisognerà anticipare le politiche di welfare, che incrociano il tema della salute, che è fondamentale e che non può essere dimenticata perché la crisi che è venuta fuori fa intravedere la carenza di medicina del territorio e la carenza di una mobilitazione sociale sul territorio, nelle istituzioni locali. Il volontariato deve riprendere questa dinamica culturale. Anche l'Associazione volontari della Casa della carità, che è straordinaria, con tutti i suoi compiti, penso alle docce, all’ascolto, al guardaroba, alle cene, al corso di italiano, alla biblioteca, alla comunità Sostare, alla logistica, potremmo andare avanti e continuare, è portatrice di un tutto un patrimonio che va riletto come esperienza e immesso dentro nelle nuove realtà che avremo di fronte. Mantenendo in primo piano la funzione innovativa del volontariato, non quella riparativa. Dovremo individuare alcuni  settori più di altri dove esserci con quello spirito che ha voluto il cardinal Martini, che ci ha consegnato una mission molto impegnativa, quella di partire dagli "scarti", gli ultimi della fila con competenza.

Dovremo ridare senso anche a una dimensione di spiritualità, al dialogo laico con i non credenti, facendo però un cammino fortemente segnato dalla domanda di senso. E dovremo immetterlo nella attività di volontariato per rispondere a questa domanda forte di comunione e di cittadinanza attiva. I diritti si sostengono se c’è una passione, tocca immettere passione solidale.


Martedì 28 aprile
La follia della carità

Se si abita la prossimità, se si fa comunità con questi volti, queste storie di vita, si avverte che non sono proprietà nostra, ma ci chiedono di entrare nel loro cammino sociale, nella loro storia. Perché non ci si addormenti sul privilegio del vivere aiutando.

Casa della carità, ma penso tutti quanti, siamo interrogati dal richiamo esigente di Papa Francesco alla cultura dello scarto, ad accogliere la sfida che credo sia davvero epocale. Infatti non si tratta soltanto di osservare, fotografare, la realtà nella quale viviamo, ma di immettere impegno per il cambiamento, che deve partire dalla realtà che si vive, da noi stessi. Una conversione ecologica, che va anche vissuta, testimoniata culturalmente, politicamente. Per noi significa davvero partire da quelli che chiamiamo gli ultimi della fila. non solo con un generico e importante aiuto di assistenza, ma come assumersi la condizione di vita che si ascolta come appartenenti alla nostra responsabilità. 

Casa della carità è sfidata dal richiamo alla gratuità che il cardinal Martini volle come linea strategica. Gratuità non solo come etica e stile di impegno, ma come rischio non calcolato perché non si nasce dalla contabilità dei risultati, ma dal dono senza contraccambio. Non è, ci disse Martini, un’azione fatta per dar merito alla Chiesa o a qualsiasi altra realtà: è un condividere perché è giusto che sia così, anche se non ritorna consenso. Anzi, ci indica che dire ultimi della fila vuol dire, questo sì, dare voce a chi non ha voce e non ha potere. 

Pensavo così, ieri, dove avevo davanti il Monitoraggio della società civile per capire come vivono le persone rom, sinti e caminanti in Europa, una ricerca coordinata da Casa della carità. Tante riflessioni possono e devono farsi, ma certamente mi è servito per pensare a quanto Casa della carità deve all’impegno della prima ora investendo molto nell’intervento con i rom portandoli con le brande in auditorium, impegnandosi nei tanti sgomberi, programmando insieme l’uscita da Triboniano, nel fare la scelta di villaggio solidale, promuovendo l’orchestra. E difendendo cause perse in partenza, per lo meno in consenso, acquistando però un grande coraggio che danno le cause perse, che non ti rendono istituzione perché ti attraversano nel cuore delle scelte, ti chiedono di ritrovare un perché, "Chi ce lo fa fare?", che è il terreno nel quale si avvalora la gratuità. Quel report, è anche detto, che è fatto per rivendicare meriti? No. È solo attenzione umanitaria? No. È per riaffermare la logica dei diritti della cittadinanza. I rom, sinti e caminanti non sono ancora riconosciuti, ad esempio, come minoranza e la stragrande maggioranza di loro vive come cittadini nelle case, abitano, arricchiscono culturalmente, economicamente, artisticamente, il paese. 

Ho rivisto anche l’impegno della prima ora per i senza dimora, un impegno a conquistare giuridicamente la cosiddetta residenza fittizia. E da lì è nato tutto l’impegno ad accogliere. E mi ritorna il pensiero di chi non abbiamo più notizie, Cantalamessa in primis. Mi è venuto in mente il perché abbiamo scelto di ospitare quelli che nessuno accoglie per prendersi cura, con tutta la competenza possibile. Sono quelli che ci hanno regalato una lettura della sofferenza psichica, della sanità come salute, come visione di comunità, l’impegno Basagliano direi, che sta sollecitando un impegno culturale e politico forte con tante realtà nel paese che ci chiedono di fare riferimento, di essere protagonisti. 

Sì, perché ripensavo ancora che non è bastato aiutare. Se si abita la prossimità, se si fa comunità con questi volti, queste storie di vita, si avverte che non sono proprietà nostra, ma ci chiedono di entrare nel loro cammino sociale, nella loro storia. È la follia della carità, che non ci fa appartenere a nessuna chiesa, ma ci deistituzionalizza sempre perché c'è questo impegno: gli ultimi siano i primi. Essi chiedono diritti, ci invitano a stare al loro fianco. Ripensavo che queste scelte richiedono cultura, impegno politico instancabile di conflitto mite nella società. Perché non ci si addormenti sul privilegio del vivere aiutando, insomma che non ci si accontenti di diventare o essere solo servizio, che poi si istituzionalizza. 

È tutta qui la scelta che abbiamo fatto di cittadinanza terapeutica, cioè di far nascere un’accademia di pensiero, sempre di più urgente da ripensare come rilanciarlo nell’oggi post pandemia. Pensando così mi sono ritrovato nudo di certezze, ma anche con il paradosso di avvertire una energia spirituale, un entusiasmo interiore, che mi ha fatto prendere in mano l’Apocalisse al capitolo 2 quello dove l’angelo dice alla chiesa di Efeso: «Ho però da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima». 

Sì, dopo questo diluvio di sentimenti mi ritrovo con la gioia che mi dà il Vangelo, questa spiritualità evangelica, quelle beatitudini che sono calde nel cuore, che mi fanno ancora innamorare del Vangelo, che mi danno la consapevolezza che il dono di Casa della carità è troppo importante, è un regalo anche a me ancora vecchio, fuori quota, secondo il mantra della pandemia imperante. È un desiderio forte di rilanciare il cammino di Casa della carità immaginiamoci futuro, che diventi anche un progetto, da questa "Fase 2" in avanti, che diventi proprio un progetto che all’alba mentre pregavo mi è venuto di chiamarlo: "Scoroniamoci". E ho finito, con questo pensiero fuori quota, con il sorriso sulle labbra, con la certezza che vale la pena di fidarsi della provvidenza: guardate i gigli del campo. Provvidenza che non va provocata, quindi chiede, ancor di più, capacità organizzativa, pazienza sapiente. Quando si dice "Economia del dono" si invoca anche un welfare universale di inclusione, ma questa è la forza che ci danno proprio gli scarti.

Buona giornata.


Lunedì 27 aprile

Cinque anni fa, il 24 maggio, veniva emanata da Papa Francesco l'enciclica "Laudato si'". Un'enciclica rivolta a tutta l'umanità.

Dobbiamo richiamare l'urgenza di una svolta radicale nella società, dove giustizia ambientale e giustizia sociale possono interagire, per fermare il degrado del pianeta fortemente minacciato da una crisi globale e prendersi cura della "casa comune".

Vi è, in questo testo, un richiamo alla pratica di cura tesa a contrastare gli effetti drammatici della crisi socio-ambientale che viviamo. L'encliclica è anche una luce che disamina le diverse dimensioni del fenomeno clima, come l'accesso all'acqua o il degrado della biodiversità, utilizzando anche il linguaggio delle scienze naturali e delle scienze sociali. Da qui nasce il concetto di "ecologia integrale", con una critica forte del paradigma tecnocratico. 

L'ho riletta tutta, oggi, questa enciclica, perché sono molto interrogato e ho tanta preoccupazione per quanto stiamo vivendo in questi giorni, in cui la distanza sociale è evocata come l'unico rimedio all'esplodere dell'aggressività del virus. Ora è tutto un dichiarare con soddisfazione che questo rimedio funziona e si può iniziare, con prudenza, la fase due. Senza però lasciare tracce della domanda di cambiamento che è richiesta, cioè quella che l'enciclica chiama "conversione ecologica", e senza far sì che la denuncia della cultura dello scarto possa porre interrogativi e richieste, che dovrebbero far dire che non può più essere come prima.

La svolta epocale non sembra essere avvertita come richiamo a voltare pagina davvero, gradualmente - se volete - ma con gesti efficaci, ragionando anche sul tipo di produzione, sugli effetti di sostenibilità. La stessa crisi, che ha avuto e comporta gravissime perdite umane e domanda grande spessore etico e sociale, sembra essere marginale rispetto alla fretta di iniziare la fase 2, del ricominciare; come prima, mi verrebbe da dire. La domanda di salute, che ci sta costringendo a una limitazione della libertà, allo stare in casa, a diversi modi di vivere, viene comunicata con grande enfasi, per riuscire, soprattutto, a superare la crisi che è anche culturale.

La parola "conversione" scompare dalla progettazione, confinandola nella retorica accettazione e proclamazione di una generica attenzione ambientale. La povertà drammatica, che ci sarà sempre di più e che aprirà tensioni sociali, verrà addebitata al virus e al suo contagio, mentre le disuguaglianze sono il vero dramma, che evidenzia l'urgenza anche di un cambiamento delle priorità, di strategie che incidono sui processi economici, sulla finanza... e potrei continuare.

Ma ho avvertito che si sta sottovalutando il fatto che si sta tentando di non dare importanza strategica, di conversione, ma si è scelto di procedere per aggiustamenti. Così, non si ascolta neppure la domanda che viene dai giovani, dalle realtà che operano, concretamente, con cultura e ricerca. È doverosa, allora, la domanda di un grande patto educativo di coscienza civile, con tutti, che ci porti ad assumere questa visione, per creare una nuova sensibilità ecologica che, come dice il punto 209 della "Laudato sì'", non è altro che una sfida educativa.

Di fronte a quanto sta succedendo, dobbiamo far sì che coloro che pagano di più la crisi - i poveri, i fragili, i vulnerabili, gli anziani, coloro che hanno bisogno di cure, le cosiddette periferie sociali ed esistenziali, i giovani e coloro che hanno il futuro davanti - possano essere davvero protagonisti di un grande cammino di comprensione, per alcuni anche di alfabetizzazione dei problemi.

Bisogna spendersi per una formazione globale, che trovi energie popolari coscienti di essere protagonisti di questa sfida epocale. È quanto Papa Francesco richiama spesso, quando parla dei movimenti popolari e, al numero 215 della Laudato si' dice: "L’educazione sarà inefficace e i suoi sforzi saranno sterili se non si preoccupa anche di diffondere un nuovo modello riguardo all’essere umano, alla vita, alla società e alla relazione con la natura" e ancora "Si tratta di ridefinire il progresso", Laudato si' 194.

Casa della carità è coinvolta in questa sollecitazione, tanto che abbiamo promosso insieme ad altri l'Associazione Laudato si', che sta producendo materiale, un libro di alto valore che presto uscirà. Forse ci tocca lanciare quella che don Lorenzo Milani chiamava "scuola popolare". Abbiamo bisogno di alfabetizzazione, che toccherà anche a noi, che va colmata con una coscientizzazione dei più fragili, di quelli che saranno costretti a chiedere aiuto per sopravvivere, che pagheranno ancora di più. E questo soprattutto perché l'impegno ci riguarda.

Papa Francesco dice che ci riguarda anche come credenti, come testimoni dell'eccedenza della carità, che avvolge la giustizia e ci chiede di esserne responsabili. Ancora, l'enciclica indica questo anche quando parla di stili di vita. Abbiamo responsabilità non solamente con aiuto e condivisione, ma anche con il nostro modo di agire.

Quando recito il Padre Nostro, resto sempre colpito dalla richiesta di pane quotidiano, a cui segue immediatamente la remissione dei nostri debiti. Dobbiamo riconoscere il debito derivante dal nostro uso dei beni per il pane del nostro prossimo e da ciò attingere l'energia per un cambiamento che non si può non fare. È un cambiamento anche personale.

A un giornalista, che voleva sapere quello che, a suo parere, andava cambiato nella Chiesa cattolica, la risposta di 
Madre Teresa di Calcutta, dopo una breve pausa, fu: "Lei ed io".

Io dico anche noi come Casa della carità dobbiamo cambiare. Quella "Settimana ecovirtuosa" fatta l'anno scorso chiede di essere non solo ricordata, ma rivissuta. 

Buona giornata






Domenica 26 aprile
La Quercia di Mamre

Il lascito spirituale del Cardinal Martini è questa icona dell'ospitalità: non primariamente un'azione di aiuto anonimo e indifferenziato, ma una qualità del nostro operare, che ci interroga

Casa della carità vive l’ospitalità come una scelta che orienta tutto il nostro operare. Così ce lo ha indicato il cardinal Martini consegnandoci l’icona della Quercia di Mamre, dove c’è Abramo, il padre della nostra fede, una figura che accoglie e ospita. Dal capitolo 11 della Genesi fino al capitolo 25, il racconto di Abramo e Sara ci indica che le nostre radici di credenti sono proprio lì, in questa memoria che è centrale nelle tre tradizioni abramitiche.

Vi è allora un vivere l’ospitalità come un terreno fecondo del nostro credere e come un grande interrogativo che ci accompagna. Ecco perché, in questo periodo di Immaginiamoci futuro per Casa della carità dobbiamo comprendere che l’ospitalità non è primariamente un’azione di aiuto anonimo, indifferenziato, ma è una qualità profonda del nostro operare che ci interroga. È la radice del nostro essere umani. 

Infatti, il cardinal Martini, meditando su Abramo e Sara, ci fa notare che il partire è una risposta alla chiamata e alla promessa di Dio. È ancora, sottolinea, la promessa che non si avvera mai. Si ripete, ma non si avvera mai completamente. La realizzazione sarà sempre inferiore alla realtà. È il dinamismo della promessa, quel dinamismo che dobbiamo immettere anche nella nostra storia di Casa della carità che si sta impegnando nell’immaginare futuro, dopo questo periodo così duro e difficile, che ha sconvolto le nostre azioni ordinarie.

Però questo è anche un momento dove emerge e riscopriamo il senso dell’impotenza, del limite, della fragilità. In fondo, l’interrogativo è: “Dove stiamo andando?”. È l’inquietudine sulla propria fede da parte del credente, vissuta con la serietà del dubbio. Il dialogo ecumenico e con i non credenti diventa centrale nel nostro cammino di Casa della carità. La Bibbia dell’amicizia ci invita a leggere oltre l’impegno della salita e a riscoprire quello della discesa, cioè l’impegno nel mondo a favore della giustizia e della pace. Ed è così che anche noi portiamo avanti il nostro impegno di accoglienza, ad esempio verso gli stranieri. Viviamo il fenomeno strutturale e non emergenziale dell’immigrazione facendo vibrare la corda della comune umanità, il senso dei diritti, della cittadinanza universale, come abbiamo fatto con la campagna Ero Straniero e, anche in questa fase, con la richiesta di regolarizzare immigrati senza permesso.

I poveri non sono, semplicemente e genericamente, una massa anonima. Ogni condizione di povertà è resa tale dal fenomeno delle disuguaglianze, che si alimenta continuamente di ingiustizia, ma in essa vi è sempre il volto e la storia di una persona singola, della sua dignità. E qui ritorna un aspetto che sto ritrovando tantissimo in questi giorni, costretti a casa a riscoprire le radici della propria fede e del proprio modo di operare. Si tratta della dimensione contemplativa, che credo sia uno stile fondante. Sono andato allora a rileggere Santa Teresa di Gesù Bambino: «La carità mi diede la chiave della mia vocazione. Percorrendo la piccola via della spiritualità, da migrante, si arriva fino agli estremi confini del cuore e del mondo».

Ed è solo con questo sguardo che possiamo ridare valore a un’ospitalità segnata dall’incontro con la natura, una dinamica che ci richiama continuamente Papa Francesco. Rileggevo ancora Santa Teresa di Gesù Bambino, una frase con una portata di spiritualità ecologica che nasce proprio da questo cammino:

Gesù si è degnato di istruirmi su questo mistero, ha messo davanti ai miei occhi il libro della natura, e ho capito che tutti i fiori che ha creato sono belli, che lo splendore della rosa e il candore del giglio non cancellano il profumo della piccola violetta o la semplicità incantevole della margheritina. Ho capito che se tutti i fiorellini volessero essere delle rose, la natura perderebbe il suo manto primaverile, i campi non sarebbero più smaltati di fiorellini.

Ecco, se i gigli e le rose sono i grandi santi, i volti delle persone che abbiamo lì di fronte, noi allora dobbiamo riscoprire continuamente questa ospitalità come dinamica, anche contemplativa, da condividere e da accompagnare pure con qualche interrogativo. Senza però mai smarrire lo sguardo ecologico. La conversione ecologica è anche questo.


25 aprile
Buona Festa della Liberazione

Ritorno al tema dell’ospitalità, ripensando alla nostra Casa della carità.

Ieri mi sono richiamato al fatto di essere Casa. Martini diceva: “Noi ragioniamo per equivalenze, Dio ragiona per eccedenze”. Ecco perché mi sono soffermato ancora sul brano di Genesi 18, che ci indica la figura di Abramo che riposa alle querce di Mamre. 
Abramo è la figura del patriarca, che unisce le tre religioni del Libro: inizia lì quel dialogo, che ci deve far riscoprire tutti figli del medesimo padre, con quella dinamica di fraternità, di dialogo, che deve profumare di legami, di libertà, attraversando tutte le barriere, mettendoci tutti, con tutta l’umanità, a testimoniare e promuovere pace. 

Ci ripensavo questa mattina, con il 25 Aprile, che ci consegna la memoria della libertà conquistata da una generazione di donne e uomini, che hanno fatto Resistenza, hanno contrastato e combattuto la follia della violenza, dell’odio fascista. Per me è un ideale e un sogno reso possibile di umanità riconciliata, che rifiuta la guerra, gli egoismi, che producono e chiedono muri e sovranismi. 
È una memoria da sentire presente, da raccogliere, da accogliere, perché una società senza memoria è una società senza futuro.

E in Casa della carità ripensavo a quanto, pur essendo in una situazione complessa, ci si è subito mobilitati, anche nell’organizzazione, per permettere agli ospiti che iniziano il Ramadan di poterlo fare. È la concretezza di quel sentimento di fraternità e ospitalità, che ci fa avvertire quanto la pace è, oggi più che mai, una scelta che ci fa non solo fare memoria, ma una scelta che abolisce culturalmente, e direi anche politicamente, l’idea della guerra come sancita dalla nostra Costituzione; di non legittimarla solo come offesa, di continuare ad armarsi, il distillare con metodico apparente realismo, che è sempre stato così.

Il dopo pandemia ci fa dire che non sarà più così. Siamo di fronte a un cambiamento d’epoca e questa storia deve e può iniziare insieme a un cammino di umanità nuova. 

Il virus, ce ne accorgiamo, ha colpito tutta l’umanità e ci fa intravedere quanto la natura stessa, il cambiamento climatico, la devastazione dell’ambiente, ci indicano che per salvare il pianeta, per poter respirare futuro, dobbiamo far scorrere una visione di pace che è fratellanza, che si arricchisce di una spiritualità che è generata da una visione, da una cultura di vita che parla del noi e non dell’io egoista. Ci fa sentire com’è importante essere riconciliati, portatori del rifiuto della violenza in qualsiasi sua forma. 
Non può esistere una umanità che ha futuro, che pensa possibile una religione che legittima la violenza, il terrorismo, il rancore, l’odio, com’è stato nella Storia e come lo è ancora oggi; una religione che pensa a compartimenti chiusi. 

Il documento firmato da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb, “Sulla fratellanza umana e per la pace mondiale e la convivenza comune”, è un avvio di dialogo vero, che dobbiamo rendere patrimonio educativo di coscienza civile, così come la memoria della Resistenza e del 25 Aprile. Per noi e per il nostro Paese è il portare nella nostra coscienza, com’è nella Costituzione italiana, che la guerra è bandita e non si può proprio non tenere viva la memoria  e il significato della Resistenza, che ci ha regalato libertà e prospettive di pace.

La politica oggi deve pensare in grande e può farlo solo se la forza della non violenza e della pace sa dare orizzonti nuovi e fa assaporare come possibile questa rivoluzione della tenerezza, a cui Papa Francesco ci richiama. Non siamo utopisti astratti: siamo sognatori, che pensano possibili nuovi linguaggi, partendo proprio da quanti sono poveri, vittime, che subiscono la cultura dello scarto, attraversata com’è tutta l’umanità, dall’aggressione di un virus, che ha sconfitto l’illusione dell’onnipotenza, che ci ha reso fragili e impotenti. 

La paura di un futuro “a distanza sociale”, oggi più che mai chiede una spiritualità nuova, radicata nella storia che viviamo. È un seme che sembra neppure esserci. Ma è l’unica strategia possibile: seminare pace. 
Ho tra le mani il Vangelo, che dice non solo di amare il prossimo, ma di amare i nemici, di rispondere con amicizia a chi ti offende. È il richiamo che ci fa Papa Francesco, a essere artigiani di pace. 

Sì, vivo così questa giornata e ho ricordato una frase del diario di Etty
 Hillesum, che tengo tra le mani, che ci ha insegnato a migliorare il mondo migliorando se stessi. Scriveva: “Non darò più fastidio con le mie paure, non sarò amareggiata se altri non capiranno cos’è in gioco per noi ebrei. Continuo a lavorare e a vivere con la stessa convinzione e trovo la vita ugualmente ricca di significato”.

Ecco perché dobbiamo essere intransigenti, proprio per onorare questa memoria di fronte al risorgere di giustificazionismi più o meno velati e dal ritorno di linguaggi colmi di rancore, odio, egoismi separatisti. L’Europa ne ha bisogno, lo richiama anche Papa Francesco e, forse, anche la nostra piccola fatica di questo periodo di contrasto al virus fatto in Casa della carità, è un piccolo seme o lo vuole essere.

E quando, dice ancora Etty, “la burrasca è troppo forte e non si sa più come uscirne, mi rimangono sempre due mani giunte e un ginocchio piegato”.

Buona giornata


Venerdì 24 aprile
La casa e il bisogno di comunità

Con la pandemia la povertà aggredirà ancora di più la questione casa. Dobbiamo ripartire da quello che La Pira chiamava il “principio comunitario”


Meditavo questa mattina il testo di Matteo: Andando via di là, Gesù vide un uomo, chiamato Matteo, seduto al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli si alzò e lo seguì. Mentre sedeva a tavola nella casa, sopraggiunsero molti pubblicani e peccatori e se ne stavano a tavola con Gesù e con i suoi discepoli. edendo ciò, i farisei dicevano ai suoi discepoli: «Come mai il vostro maestro mangia insieme ai pubblicani e ai peccatori?». Udito questo, disse: «Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati. Andate a imparare che cosa vuol dire: Misericordia io voglio e non sacrifici.  Io non sono venuto infatti a chiamare i giusti, ma i peccatori.

Ecco, questa è una riflessione che fa intravedere come la casa diventa l’elemento anche di contraddizione. Lo è anche in questo periodo di pandemia dove anche Casa della carità, che il cardinal Martini volle che sia casa perché ci lasciò l’icona delle Querce di Mamre e dell’abitare, questi tempi di pandemia hanno ristrutturato praticamente Casa della carità. Per difendersi dal contagio, per ristrutturarla secondo le esigenze di salute con una straordinaria capacità degli operatori, che mi impressiona sempre per la generosità professionale che vi immette. Fa ritornare però anche una opportunità. Casa della carità non sarà più come prima. Nei suoi spazi, nel suo incontrarsi, avrà bisogno di pensiero plurale che si mette insieme, di esigenze diverse. Anche negli spazi dovrà essere ristrutturata. 

E ritorna anche poi il problema di far sì che la questione casa, casa come abitare, sia davvero il percorso che ci deve impegnare nella nostra città perché il tema della povertà aggredirà la questione casa. Ci saranno sfratti, ci saranno solitudini drammatiche, ci saranno persone che non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese, tutte letture che già intravediamo e che già prevediamo. Mi vien da ricordare che la mia prima esperienza in Bovisa, il mio primo essere prete impegnato anche socialmente, è nato proprio da questo stare tra le case. Mi ricordo ancora via Andreoli, dove c’era la prima immigrazione, intervenire lì, ricostruire relazioni, lottare contro l’aumento delle spese ingiuste, chiedere ristrutturazione degli spazi per potere vivere meglio. 

È una realtà che poi mi ha accompagnato sempre come questione casa, è una questione importante che riguarda anche oggi, ma che sia calda, che non dimentichi le relazioni tra le persone. Diciamocelo francamente: alcune volte, se si manda in certe case popolari, in certe situazioni una persona sola, poi non ce la fa. Quando telefono a Osvaldo capisco sempre che la casa è subita, non è vissuta perché vorrebbe ancora uno spazio relazionale forte. E allora la casa deve diventare anche una possibilità di comunità. Nella mia esperienza, la visione di comunità ha dato moltissimo. Dovremmo impastare la casa per farla diventare una comunità. Credo che questo sia un sogno che ci riguarda, che sia possibile. Però una casa chiede una riflessione comunitaria, non è un bene individuale separato. 

Il tempo di pandemia ci ha distrutto profondamente perché sembra quasi che sia la chiusura, l’individualismo, la casa come un bene per difendersi. Invece deve essere un luogo dove si aprono spazi di comunità. È quello che Giorgio La Pira chiamava il "principio comunitario". Rifacendosi a questa esperienza credo che ci siano delle suggestioni importanti anche per la politica della casa nel contesto della città metropolitana. La Pira diceva in un suo intervento: «Il principio che ci ispira è sempre quello: la difesa della persona umana. Perché ci sono due modi di concepire la comunità: una comunità che diventa una gabbia e opprime la persona, e una comunità che fa contesto con la persona, la integra». Queste grandi intuizioni di La Pira credo che possano essere applicate davvero alla casa. Questa casa che adesso è diventata un mantra: "State in casa, state in casa”. 

La casa è bene comunitario e come tale dovremo sviluppare anche una politica sulla casa che tenga conto di questo, che non diventino servizi chiusi. È un grande dono. mi sono messo davvero a ringraziare il Signore per questa intuizione: «Non sono venuto per i sani, ma per i malati». Forse val la pena di rendere la nostra Casa, nel suo futuro, una casa che risponde al problema della salute e del benessere delle persone e si articoli e promuova bisogno di comunità.


Giovedì 23 aprile
Ascoltiamo i bambini

Quando un bimbo nostro ospite dice ai suoi compagni che «Questa è casa mia», e lo dice con orgoglio, indica la strada del costruire legami, di abbattere le barriere

Ieri era la "Giornata della Terra". Papa Francesco ci invita tutti insieme, creature tutte, a prenderci cura della "casa comune", per uno sguardo contemplativo, colmo di tenerezza e di cura. E ho ripensato proprio alla semplicità dei bimbi, che devono proprio essere capaci di dare a noi adulti, a noi vecchi, il sentimento di futuro, questa sensazione di un futuro che non fa paura. Un proverbio tibetano dice: «Quando strappo un’erba faccio tremare un mondo fin dalle fondamenta». Ecco, non possiamo essere tristi. 

Pensavo proprio così mentre tutti scopriamo che questo virus ha fatto diminuire le cappe di smog che ci opprimono, ci permette addirittura di vedere le stelle, speriamo facciano ritornare le lucciole, le farfalle... Non può essere un pensiero triste il nostro. Oscar Wilde diceva: «Siamo tutti nati nel fango, ma alcuni di noi guardano alle stelle», noi vogliamo essere di questi. Non è ingenuità per darci la calma che ci permette di diventare semplici, di gustare la gioia. Non la sento retorica, profondamente. 

Mi è venuto questo pensiero anche ascoltando tanti piccoli che frequentano con i loro genitori Casa della carità. Vi è una ingenuità colma di futuro, per esempio, della piccola Nina, che mi ha mandato, con la sua mamma, questa poesia che ha scritto lei:
Io vorrei far diventare il mondo di natura;
Io non so come facciamo, possiamo? 
Io non lo so, forse è semplice, possiamo? 
Prendiamo le erbe, le margherite, i denti di leone, gli alberi. 
Il più forte del mondo prenderà gli alberi poi chiama tutti perché non ce la facciamo da soli; 
poi chiamerà il più grande del mondo, che prenderà gli alberi che sono pesanti;
noi lo aiuteremo se non ce la fa e presto tutta la città sarà piena, piena senza macchine. 
Butteremo via tutto quello che inquina, 
così il Coronavirus, pian piano, riusciremo a mandare via. 

Vi è tutta la gioia innocente che sa di futuro. Come anche quella della piccola Stella, con il suo sorriso, sa attraversare i limiti. Afferra per esempio l’uovo di cioccolato, godendo molto, sorridendo. Poi altri bimbi coi loro disegni, come Auri e tanti altri. Così facendo potrei andare avanti. Forse davvero tanti bambini possono dare futuro a questa Casa, che non può rinchiudersi nella fatica di resistere con un futuro senza stelle. Sì, il dopo pandemia non potrà essere programmato solo da logiche senza respiro. Ce ne accorgiamo anche in questi giorni di cosiddetta distanza sociale. E da grandi, invecchiati, non vorremmo essere disturbati nel nostro incupirci di paure. Anche il grido dei giovani deve essere ascoltato ora, in questo momento dove si dice "Fase 2", si dice di riprendere con la vecchia logica, che è distante dal capire che così non può andare avanti. 

Pensavo anche a quanto la mia esperienza deve molto alla gioia di aver condiviso e vissuto con tanti bimbi tanti tempi felici, aver condiviso esperienze di comunità. Molti legami che continuano adesso sono nati in questo momento nel quale si promuovevano comunità non come servizi, ma come comunità di vita. Pensavo, ad esempio, alla comunità Mimosa, che era qui proprio vicino a Casa della carità quando ancora questa era scuola in disuso. Quella gioia che mi ha dato l’ebbrezza di inventare continuamente percorsi carichi di vita. Tante mie esperienze, tanti miei legami di amicizia di comunità portano il sigillo di vita vissuta con vicino la tenerezza ingenua e felice e anche la vicinanza di mamme che soffrivano, che volevano essere aiutate a gestire e a tenere i proprio bimbi. 

Sì, Casa della carità non potrà non condividere questo. Sì, la nostra Casa non potrà fare a meno dei bimbi. Una Casa attraversata dai bimbi delle scuole vicine, che invadono Casa della carità, occupano la biblioteca, quello stare con loro a far vivere anche così, la nostra Biblioteca di confine. Quando un bimbo nostro ospite dice ai suoi compagni che «Questa è casa mia», e lo dice con orgoglio, indica la strada del costruire legami, di abbattere le barriere. Davvero, "Se non diventerete come bambini"... 

Quando i discepoli, dice il Vangelo, vorrebbero allontanare i bimbi che davano fastidio, secondo loro, Gesù dice: «Lasciateli stare». Sì, il nostro immaginario futuro deve essere anche un ascolto dei bimbi, anche dei bimbi di quanti operano in noi. Mi piacerebbe che anche i genitori, compresi gli operatori, sentissero questa Casa come loro. Abbiamo avuto come Casa della carità tanti ricordi di lutti, ma anche tanti fiocchi che annunciano nascite. Mentre pregavo così vorrei davvero fare questo augurio che Casa della carità condivida questa speranza.


Mercoledì 22 aprile
Non abbiamo dimenticato gli Invisibili

Con la moltiplicazione dei pani e dei pesci Gesù ci insegna l'economia della gratuità e del dono, e la delinea come percorso che dovremmo compiere anche noi

Stamattina meditavo il Vangelo di Giovanni sulla moltiplicazione dei pani. Il mio pensiero è andato proprio a quelle persone, a quei volti, che abbiamo dovuto lasciare a casa, come diciamo in questo periodo di distanza sociale. Come sanno anche i tanti volontari che hanno collaborato e vogliono collaborare continuativamente. Dimenticati no, sono gli invisibili, che devono rientrare adesso nel nostro immaginario futuro, nel nostro ripensarlo anche in termini organizzativi diversi. Ma sono determinanti e strategici per il nostro cammino di Casa della carità, per le finalità che vuole ottenere. 

E allora, in questo Vangelo, è stato molto di aiuto in questa riflessione: «Date voi stessi da mangiare». I discepoli vogliono congedare in fretta la folla quasi invitando ciascuno ad arrangiarsi per il bisogno di cibo e di sussistenza: «Pensateci voi». Gesù capovolge la prospettiva perché il suo sguardo sa, e coglie, la stanchezza, la fatica, della folla che lo aveva seguito. Non li vede genericamente come folla, ma individua il bisogno delle persone, uno sguardo che sa penetrare e sa incontrare la cura delle persone. E dice poi: «Quanti pani avete?», Giovanni l’evangelista dice: «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani e due pesci»; «Basta quello per sfamare tutta questa moltitudine di persone». 

È l’economia della gratuità, del dono, che si affaccia in termini significativi come percorso che dovremmo compiere anche noi.
I discepoli rimangono davvero sconcertati, loro chiedevano a Gesù di rimandare la folla e ora si trovano a distribuire il pane, diventare amministratori di questa mensa improvvisata, in questo prato nel quale sono lì più di cinquemila persone. Questa mensa, che poi dovrà continuare anche dopo, perché raccolgono gli avanzi, cinque ceste, le ceste piene, dodici ceste addirittura perché niente deve andare perduto. 

Il mio pensiero si è fatto davvero preghiera perché di fronte al dilatare delle povertà, delle disuguaglianze, chiedono davvero aiuti immediati di prossimità, «Date voi stessi da mangiare», ma hanno anche una richiesta di riguardare l'impianto grande di giustizia sociale, di giustizia ambientale. Allora diventa opportuno, nella nostra progettazione, ripensare proprio alle parole dell’Evangelii Gaudium, numero 188, quando proprio citando questo brano di Vangelo, «Date voi stessi loro da mangiare», dice Papa Francesco: «Ciò implica sia la collaborazione per risolvere le cause strutturali della povertà e per promuovere lo sviluppo integrale dei poveri, sia i gesti più semplici e quotidiani di solidarietà di fronte alle miserie molto concrete che incontriamo». 

Addirittura ci indica, come pare chiaro, una connessione profonda tra cambiamenti strutturali e aiuto immediato concreto. Però non può mancare lo sguardo, quello profondo, che è anche l’immagine di Chiesa che Papa Francesco vuole: «La Chiesa “in uscita” è una Chiesa con le porte aperte. Uscire verso gli altri per giungere alle periferie umane non vuol dire correre verso il mondo senza una direzione e senza senso. Molte volte è meglio rallentare il passo, mettere da parte l’ansietà per guardare negli occhi e ascoltare, o rinunciare alle urgenze per accompagnare chi è rimasto al bordo della strada» (Evangelii Gaudium, 46)

E allora c’è questo impegno concreto nell'Immaginiamoci futuro partendo proprio da questa esperienza di condivisione che abbiamo avuto, che abbiamo dovuto, non lasciare a casa, ma abbiamo dovuto spostare l’interesse perché non potevamo, con la distanza sociale, ma in questo momento, sentirvi profondamente come richiami concreti. Uno scrittore dice: «Il mondo si divide tra persone che realizzano le cose e persone che ne prendono il merito, cerca se puoi di appartenere al primo gruppo, c’è molta meno concorrenza».

Davvero buona giornata.


Martedì 21 aprile
Disabilità: narrazione vivente di una comunità che si converte

Fragilità e debolezza non sono problemi da nascondere, ma opportunità per tessere legami e relazioni, per sprigionare energia e creatività che diventano risorsa per tutti. 

Questa mattina meditavo il Vangelo di Marco 2, 1-12: "Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone da non esserci più posto neanche davanti alla porta. Ed egli annunciava loro la parola". 
È un contesto parrebbe impossibile in tempo di pandemia, ma il Vangelo continua e ci dice: “Si recarono da lui con un paralitico portato da quattro persone e non potevano entrare per causa della folla". 
In un certo senso erano esclusi, confinati nelle retrovie, dovrebbero rassegnarsi, ma lì vi è uno scatto di fantasia sorprendente: "Scoperchiarono il tetto e vanno davanti non solo in prima fila, ma privilegiati". 

Ecco, mi sono fermato a questa suggestione per il cammino che iniziamo. Avere il coraggio di dare voce a coloro che, da ultimi della fila, diventano i privilegiati, che senza volerlo diventano poi, come il paralitico, anche rivelatori della buona notizia di liberazione dal male. "E prende il suo lettuccio tra le spalle e tra la meraviglia se ne va". Non abbiamo visto nulla di simile, dicono quelli della folla. Ci sta tutto il mio immaginare futuro ripensando a quanto è dono la disabilità. 

Paul Ricoeur distingue tra immaginazione riproduttiva e immaginazione creativa dicendoci che ci sono tracce di creatività di futuro da non smarrire. E con questo animo ho riletto il dono che mi hanno regalato, il condividere molto tempo della mia vita con loro, con i loro diritti. Cosa ha significato per me Luigino, tetraplegico grave, insistere e lottare con noi per lavorare e la ditta era la Magneti Marelli. Dopo il primo rifiuto, l’insistenza, il mio disturbare nell’aula del tribunale, che poi ci ha fatto vincere la causa. Luigino è ormai prossimo alla pensione e ieri sera mi ha telefonato commuovendomi perché è stato segno di sincera amicizia. Certamente era, vorrei dire ancora è, il capire che la disabilita può essere una narrazione vivente di una comunità che si converte. 

Ecco perché attorno a Casa della carità non può non promuoversi un progetto, un cantiere come quello di SON, villaggio di promozione di vangelo vissuto: Abitiamo il futuro. In tutto il suo episcopato il cardinal Martini ci ha insegnato che fragilità e debolezza non sono problemi da nascondere, ma opportunità per tessere legami e relazioni, per sprigionare energia e creatività che diventano risorsa per tutti. Per questo nel progetto, provvidenza permettendo, abbiamo pensato anche a un appartamento piccolo che abbiamo chiamato "di sollievo" per quelle famiglie che per un po’ di tempo, per motivi vari, non possono seguire il figlio, per una pausa, per recuperare la fatica. E questo richiede un essere comunità.

Quando a Sesto ho iniziato il mio cammino è stato perché la mamma Teresa chiedeva di poter essere aiutata a "tenere Salvatore", come diceva lei. Un Salvatore accolto ed è nato tutto il cammino di condivisione, di vita di comunità, che mi dà la forza oggi di immaginare futuro. Sì, anche quando diciamo welfare di comunità, "Prima la comunità" dobbiamo riconoscere che la comunità non è un servizio soltanto, ma è amicizia, è legami di solidarietà, è vibrare di relazioni che naturalmente allontanano il pietismo, l’assistenzialismo, o peggio l’indifferenza, che abbandona in solitudine. È quanto a noi è chiesto di scoperchiare il tetto. 

Se anche in questo dopo pandemia bisognerà non essere più come prima, avere un cuore caricato di sentimenti di fraternità vera. Bisogna osare, ricordava spesso Tonino Bello. Papa Francesco nella Evangelii Gaudium 276 dice: «Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali. (...) In un campo spianato torna ad apparire la vita, ostinata e invincibile. (...) Ogni giorno nel mondo rinasce la bellezza, che risuscita trasformata attraverso i drammi della storia». 

E nel silenzio ho portato in me anche il grido, spesso inascoltato, dei tanti disabili, delle tante voci di allarme che molte realtà associative, in questo tempo di forzata chiusura, danno. Non può essere come prima, bisogna immaginarci in un futuro dove si promuovano stili di vita che abbandonano egoismi, e quella "economia del frivolo", come la chiama Edgar Morin.

Vorrei chiudere invitandovi a condividere e immaginare, con una poesia di Rainer Maria Rilke: 
Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno.
Ma odi ciò che aleggia,
il messaggio ininterrotto che di silenzio va formandosi.

E preghiamo con le parole di Papa Francesco rivolte a Maria:
Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte.
Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne. 

Immaginiamoci futuro.


Lunedì 20 aprile
Immaginiamoci futuro, partendo dagli anziani

Il dopo pandemia, o l’attraversamento della pandemia. Certamente ci sarà la distanza, con la mascherina… ma non distanza sociale, non è possibile.

Ho imparato in questi anni, organizzando tante risposte, che non può esistere una distanza, se si vuole progettare animati da una spiritualità intensa, ma deve esserci una capacità di condivisione, di prossimità, che può anche farsi terapeutica.

Ecco perché, con questo diario, fino al termine annunciato del 3 maggio, vorrei scorrere con voi ogni giorno le tante sollecitazioni che vengono da queste giornate, così colme di inquietudine e farle rivivere in noi, nella mia storia anche, per poter immaginare il futuro insieme a voi, che accompagnate questo spazio di riflessione. E vedere come contribuire insieme all’immaginare il futuro, mettendo in campo le proprie idee, risorse intellettuali, disponibilità concrete, narrazione di proposte messe in campo sui territori dove operate. 

Siamo coinvolti in molte realtà, che invitano a un cammino comune. Forse così, troveremo anche donatori di idee e, perché no, di provvidenza, per potere, nella gratuità, continuare a immaginarci nel futuro. In fondo, Casa della carità nacque da una mia lettera subito condivisa e avvalorata dal cardinal Martini, al quale chiedevo di farmi terminare l’impegno di grande valore in Caritas Ambrosiana, per potermi avventurare in un cammino di ospitalità tra gli ultimi della fila. Ciò che è diventata Casa della carità ora deve, nel pieno della pandemia, immaginarsi nel futuro, con quella che chiamiamo “fantasia della carità”, battezzata da noi anche “follia della carità”.

Immetterò, in questo cammino fino al 3 maggio, molto del mio vissuto, della mia storia, che sta, in questi giorni di silenzio, rivedendosi, rendendosi consapevole di un patrimonio in cui debbo innestare il grazie che ho avuto come dono in questi anni. 
Non a caso parto dall’anzianità. Quella che, in modo anche tragico, sta interrogando le nostre vite in questa pandemia, che ha aggredito soprattutto gli anziani, vecchi molto soli, affidati spesso a una casa di riposo, che in molti casi è diventata l’anticamera a una morte solitaria, come le cronache impietose di questi giorni ci hanno presentato. 

Quella fila di automezzi che portano via le bare, ci rimarrà impressa nella mente. Come anche l’ultima immagine di una chiesa di Bergamo colma di bare, ieri vuota, in cui si intravede una luce che la illumina.  

Sono anziano anch’io. Porto nel mio corpo i segni di un’età che già prefigura il bisogno di essere preso in cura, ma anche la ricchezza di un’esperienza che è colma di presenza positiva. È il rifiuto di una solitudine abbandonica, di inutilità o addirittura peso sociale, costo invece che risorsa, evidenza drammatica che la pandemia ha messo in luce. 

Quegli anziani, che sono una risorsa come nonni, che collaborano con la loro pensione ad attutire la crisi economica di molte famiglie, diventano oggi un problema, laddove la loro autonomia diventa parzialmente o totalmente non autosufficiente o cronicità, con le patologie che conosciamo.

La pandemia ha scoperchiato anche il vuoto di prossimità territoriale di una sanità che scarica la cronicità, isolandola, non essendo presente come medicina sul territorio, affidandola spesso a rifugi chiusi, anche perché la pseudo cultura che domina è il mito  dell’efficienza, di una onnipotenza individualistica, che non sa ritrovare risorse per il tempo della fragilità. 
L’emergenza ha evidenziato, con immagini drammatiche, il morire senza una carezza, i familiari che piangono senza poter condividere le lacrime, i drammi etici di una sanità che deve scegliere chi abbandonare, l’urgenza di voltare pagina. 

Dobbiamo ripartire proprio da queste storie senza futuro, per scrivere tragitti diversi. Mi sento coinvolto, partendo anche dalla mia esperienza di figlio, che ha accompagnato suo padre negli ultimi anni della sua vita, essendo solo con la mamma che ci aveva lasciato, e come figlio unico e prete. Ebbene, il suo ultimo respiro l’ha fatto come me vicino a lui: gli stringevo la mano e lo baciavo.

Credo che per immaginarci il futuro dobbiamo rileggere quanto avvenuto in questo tempo e partire dagli anziani che chiedono, dopo aver dato tanto nella vita, di dare senso alla propria fragilità e bisogno di cura. Non c’è un finto giovanilismo da parte loro, ma la richiesta di una socialità che deve non considerare l’anziano, anche quello non autosufficiente, come un inciampo, un resto. Penso a quanto ci ha dato, per esempio, Ernesto, che ha trascorso i suoi ultimi anni in RSA e solo alcuni di noi andavano a trovarlo; il suo funerale l’abbiamo celebrato noi in quella casa di riposo. E potremmo continuare…

Certamente, dobbiamo porci un’attenzione programmatica e pensare a tutto l’impegno condiviso dall’inizio. Cerchiamo di immaginare il futuro con l’amicizia, con la prossimità con quanti possiamo dire essere nostri parenti: la parentela della gratuità riconosciuta. Nella quotidianità in Casa della carità deve anche ampliarsi questo impegno alla prossimità, alla socialità, con quel progetto di custodia sociale che vorremmo fosse non burocratico, ma luogo dove promuovere una comunità di cura, con quella drammatica assenza di medicina territoriale e con la constatazione di un aumento della solitudine, procurata da una scandalosa indifferenza, da stili di vita colmi di egoismo e di dimenticanza.

Si chiede anche un vasto impegno culturale e un impegno politico, perché la città sia amica degli anziani, perché venga ripensata tenendo conto che la loro è una presenza non da sopportare, ma da valorizzare, per contribuire a migliorare la vita di una società nuova, che vuole contrastare questa pseudo cultura dello scarto. 

Dalle intuizioni dell’Associazione Amici Casa della carità, a cui abbiamo affidato questo compito, si è già avviato un progetto, con l’entusiasmo di Palmiro e con tanti altri che si mettono insieme a noi, per ripensare - anche in una sfida a livello europeo, a una “città amica degli anziani”, partendo dalla nostra città. Siamo proprio all’inizio di questo progetto, assaporato dal Vangelo e toccato da uno spirito che chiede una visione anche etica, competente, appassionata. 

Ecco, immaginiamoci futuro partendo anche dagli anziani.

Buona giornata


Domenica 19 aprile
Immaginiamoci futuro

Continuando a seguire l'insegnamento del cardinal Martini: quell'eccedenza della carità, questo nostro stare con gli sprovveduti, è per riaprire continuamente una cultura di cittadinanza partecipe

Sto ricevendo in questi giorni un grande regalo. È la testimonianza degli operatori che lavorano in Casa della carità con grande competenza e passione nonostante una situazione così complessa e difficile. Come pure una grande lezione mi viene dalle storie di vita di coloro che condividono con noi il cammino di ospitalità. Consapevoli o no, mi stanno insegnando molto. Tutto ciò mi fa ripensare al futuro, al dopo pandemia, al tempo che verrà calato in tutte le realtà che abbiamo promosso in questi anni, nella loro necessità di dover affrontare cambiamento e novità. 

Niente sarà più come prima, abbiamo detto. Dunque cominciamo a immaginarcelo questo futuro. In quest'ultimo periodo, ad esempio, sembra che la realtà delle tossicodipendenze, dei mercati di morte, della distruzione di speranza siano dimenticati e rimossi. Eppure noi sappiamo che il problema continua a esistere. I divieti non cambiano le coscienze, possono ingabbiare la paura, ma poi lasciano vuoto e rassegnazione. E allora ricominciamo già oggi a pensare alla fase di impegno per la prevenzione e la cura affinché il fenomeno delle dipendenze non dilaghi. E non dimentichiamo anche le ludopatie, la dipendenza da gioco d'azzardo anche se sappiamo che esso conta nella misurazione del Pil. Un altro esempio: penso a tutto l'impegno per contrastare corruzione e illegalità, al quale anche noi partecipiamo. Il nostro CeAS è attivo in tutti questi campi e ora occorre ripensare e rivedere le varie attività di prevenzione e cura. 

Penso poi alla nostra comunità di donne in difficoltà: la Tillanzia. Uno straordinario patrimonio di esperienza che dovrà anch'essa rinnovarsi. E ancora, penso alla sofferenza e solitudine delle tante famiglie dove sono presenti disabili e sofferenti psichici. Penso all'Associazione SON, Speranza oltre noi, che dovrà sempre più diventare un cantiere etico e anche spirituale e raccogliere così le necessarie risorse affinché il progetto si realizzi.

C'è poi tutto il lavoro che si fa sul territorio e che dovrà essere implementato sempre di più, con l'impegno verso gli anziani, i più drammaticamente colpiti da questa emergenza scaturito anche dal vuoto della medicina territoriale. Dovremo starci sul territorio e animare la prossimità. Penso anche a tutto il lavoro di natura culturale, quello della nostra Biblioteca e di quella che chiamiamo Accademia, con l'impegno per la ricerca e per la qualità delle risposte culturali. Un impegno di cambiamento che stiamo ponendo anche con la rete "Prima la comunità", per proporre alla politica proposte innovative e che tengano conto della domanda di cura dei più poveri e dei più deboli. Penso anche all'impegno che sta continuando in questi giorni con Reti della carità, dalle quali arrivano tantissime sollecitazioni e riflessioni di donne e uomini di fede, oltre che di intellettuali, tutte persone che condividono, come priorità, la cultura della solidarietà attiva.

E penso certamente a tutto il lavoro di Casa della carità, che dovrà essere ristrutturato anche negli spazi, per ridefinire le risposte alle emergenze che dovremo affrontare, trovare nuove modalità, fare scelte importanti. Ma queste novità che cambieranno il volto di Casa della carità dovranno certamente essere innestate da una coscienza spirituale profonda, in sintonia col cammino di Chiesa, e che può - e deve - fare come ci ha insegnato il cardinal Martini, vero patrimonio della nostra esperienza: quell'eccedenza della carità, questo nostro stare con gli sprovveduti, è per riaprire continuamente una cultura di cittadinanza partecipe

E qui ripenso alla profezia pastorale che ci regala nella quotidianità Papa Francesco e che attraversa anche questo tempo di tenebre. E allora, nello scorrere tutte queste nostre realtà, sento che prende forma un patrimonio che va riconsegnato al futuro. Prima della pandemia pensavo a "Regaliamoci futuro"; da oggi, se volete, questo nostro cammino che facciamo insieme può chiamarsi "Immaginiamoci futuro": facciamolo per tutte le nostre realtà, con una tensione ideale forte, con passione. E, lasciatemelo dire, con anche tutto un cammino di spiritualità. Non possiamo lasciarci andare alla tristezza, dobbiamo investire molto in idealità. 

Forza, coraggio, immaginiamoci futuro.


Sabato 18 aprile
Il coraggio di attraversare la tristezza

Nel diario dell'altro giorno, parlavo di superare la tristezza epocale. È un sentimento che non si può esorcizzare, ma è da accogliere; un sentimento con il quale, comunque, dobbiamo fare i conti. 

Ripensavo a questo, in questi giorni, mentre medito anche il libro dell'Ecclesiaste. Però, mi sono avventurato nei ricordi, ai tempi della giovinezza, quando riprendevamo le canzoni di Fabrizio De André, quindi mischiando sacro col profano, come dice anche lui, sono andato a rileggere alcuni testi di quella che potremmo chiamare la poesia di De André, che ha saputo cantare magistralmente i perdenti, i fragili, quelli che falliscono.

E non ha mai fatto mistero della sua stessa fragilità, che è stata la base della sua forza espressiva. In un mondo che fa della forza ostentata e dell'amicizia fugace una bandiera, le canzoni di Faber, come veniva familiarmente chiamato, ci richiamano a una dimensione di autenticità e di umanità, che dovremmo sforzarci di scoprire.

Solitudine, malinconia, fallimento. Nessuno le voleva sentire quelle parole, soprattutto il quel contesto di ubriacatura e ottimismo collettivo. Stanno diventando contemporanee, ritornano oggi, quando siamo avvolti da questa solitudine che è paura di contagio, che ti fa prendere le distanze. Eppure, c'è un grande, grandissimo bisogno di amicizia

Purtroppo si capisce anche nelle canzoni, che l'amicizia è diventata più una questione di quantità che di qualità. E addirittura l'online, con la "richiesta di amicizia", la rende una parola di cui far sfoggio per i numeri. Non c'è dolore, parrebbe, sembrava che fosse nel sottofondo contestato da Fabrizio: siamo tutti forti e abbiamo amici altrettanto forti. Questo paradigma lui l'ha fatto saltare e oggi è saltato e chiede di andare oltre la superficie, di interiorizzare, per affrontare anche e non temere la paura.

Fabrizio, possiamo dire, era l'altra metà della luna. È diventato un grande cantautore, cantando dalla prima all'ultima canzone la solitudine, la malinconia, con ostinazione. In una sua frase ci dice che preferiva il letame ai diamanti. Il testo di "Amico Fragile" fa intravedere un cantautore che aveva coscienza delle sue origini borghesi, del successo. E lo dice sapendo che "amico fragile" è uno dei "luoghi meno comuni e più feroci". Sapeva benissimo che la fragilità va rispettata e non compatita o, peggio, assistita. "Un'ora al mese e poi evitata", sono ancora sue parole, di un insegnamento molto attuale, anche in dialogo con il nostro richiamo all'interiorità. 

E, concludendo questa scorsa veloce - "sia lode al dubbio", diceva Brecht - ricordo l'ultima canzone che presta voce alla disperazione di coloro che con l'aiuto delle droghe cercano di superare il "confine stabilito, che qualcuno ha tracciato ai bordi dell'infinito". È un grido di disperazione. "Come potrò dire a mia madre che ho paura?", si chiede il drogato; non si chiede come uscirne, ma come esprimere il sentimento della paura. Sì, proprio la paura che oggi pervade tutte le relazioni, quella che nessuno vorrebbe avere per mostrare che si è forti: il virus ci fa dire che c'è. Essere umani, forti perché fragili, potremmo dire in un paradosso.

Ecco, mi son lasciato prendere da questa lettura e ascolto, ripassando tutta l'operosità e gli incontri con le persone che popolano anche il canto di Fabrizio De André, che incontriamo nelle nostre storie di ospitalità. E mi fa sentire che è importante accompagnare i sentimenti, anche con la musica, con l'arte. Tutto il cammino che dobbiamo compiere, anche con la Biblioteca del Confine, perché le periferie non sono luoghi da cantare da persone staccate, ma da qui nasce un grande bisogno di espressività, di comunicazione. C'è una ricchezza di umanità. 

E in questo tempo in cui mi sono buttato nel passato, concludo citando l'inizio di una canzone di Bob Dylan:

"Radunatevi gente,
ovunque voi siate

e ammettetelo:
le acque intorno a voi stanno salendo

e accettate che presto
sarete bagnati fino alle ossa.

Se il vostro tempo vale salvarlo,
cominciate a nuotare,
o andrete giù come i sassi

perché i tempi stanno cambiando"

Se questa è un'epoca di tristezza, noi dobbiamo avere il coraggio di attraversarla.



Venerdì 17 aprile 
La pazienza della carità

Lasciamoci conquistare da questa passione per una umanità che rilegge la sua povertà la sua condizione esistenziale e Sa dialogare senza paura con i limiti, sa che è mortale, anche se la morte non è l’ultima parola nella storia che viviamo.

Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, parla dell’economia dell’esclusione e della iniquità come di una economia che uccide. «Grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita. Si considera l'essere umano in se stesso come un bene di consumo, che si può usare e poi gettare». È quello che Papa Francesco chiama “cultura dello scarto”. Il richiamo è molto più radicale, non è più solo sfruttamento e oppressione, ma qualcosa di più profondo, il papa dice: «Avanzi».

Dobbiamo davvero partire dai poveri, dalla povertà di spirito, se vogliamo comprendere e innovare nella società in cui viviamo. La pandemia ha azzerato i deliri di onnipotenza, ci ha reso fragili, senza potere. Il virus colpisce ricchi, poveri, abitanti del globo. Ecco perché lo sguardo deve essere di conversione, di disponibilità a comprendere che dobbiamo ridarci la pazienza della carità, cioè lasciarci conquistare da questa passione per una umanità che rilegge la sua povertà la sua condizione esistenziale. Sa dialogare senza paura con i limiti, sa che è mortale, cioè ha da riconoscere il potere della morte, la nostra mortalità anche se non è l’ultima parola nella storia che viviamo. 

Ancora l’insegnamento di Francesco d’Assisi, che chiama sorella la morte, dopo aver lodato e gioito per i viventi e per il creato. Tutti diciamo 'Niente sarà più come prima' soprattutto perché ogni progettualità, ogni scelta, dovranno partire dall’essere poveri, dal considerarci e gustare la povertà di spirito. E questo chiede di non smarrire la prossimità, in noi fraterna e solidale, la domanda di pace, la mitezza, la tenerezza, l’amicizia. Ma sapere che anche il mondo, la creazione, ci è affidato, per prendersi cura. Siamo davvero a una conversione di prospettiva, ecologica appunto, non è un incidente di percorso questo, ma una crisi da affrontare perché passi. Per ritornare come prima senza giustizia sociale, giustizia ambientale, dove ci ritroveremo incapaci di gioire nel profondo subiremo quella che chiamo tristezza epocale. C’è bisogno allora di una capacità interiore di voler fortemente un cambiamento

Noi esseri umani siamo, potremmo dire, gli angeli materiali della distruzione del creato. Non a caso si chiama antropocene l’epoca geologica iniziata a partire dalla metà del ventesimo secolo quando l’umanità ha messo in atto percorsi che hanno provocato stravolgimenti duraturi e talvolta irreversibili. Rischiamo, forse è già avviato questo, di non poter contrastare quello che si può chiamare ecocidio. Non è un appello di buoni consigli, la conversione ecologica. È un'urgenza, è un cambiamento d’epoca.  Il virus che ci sta attaccando rivela che abbiamo stravolti gli ecosistemi. Si sta avvertendo, lo richiama la Laudato Si', una inedita relazione tra scienza e spiritualità. Allora bisogna lasciar spazio a quel sentimento interiore che è l’avvertire che siamo, davvero dobbiamo, essere servitori del gratuito, non possessori, anche nella nostra realtà. Se non è più come prima dobbiamo riscoprire la radicalità della conversione. La povertà spirituale che ci deve portare a non aver paura del nostro limite, avvolgerlo addirittura della consolazione di essere amati, di condividere tempi e relazioni fraterne, che liberano la possibilità di sperare davvero il diritto alla speranza. Cieli nuovi e terra nuova con il cuore colmo di Laudato Si'. 

E allora ho preso tra le mani il capitolo di Ezechiele profeta, che parla delle ossa che ritrovano legami di vita. Ezechiele capitolo 37: «Ecco in queste ossa aride faccio entrare in voi lo spirito e rivivrete». È un po’ il canto delle ossa risorte quando ci sentiamo travolti dall’angoscia che sconvolge le paure. Rileggere questa speranza possibile è una esigenza e una consolazione. Se si legge in profondità questo testo ci si accorge che queste ossa descritte non erano solo inaridite, ma anche frantumate «E le ossa si accostarono le une alle altre». Nasce la comunione tra le persone, i legami che ci permettono di custodire la speranza, di lodare fidandoci e mi sono messo allora a pregare con la preghiera del cardinal Martini:

(Tu sei la vita)
Signore, tu sei la mia vita,
senza di te il vivere non è vivere.
Con te, Signore, oltre le cose, noi vediamo la vita,
anzi, la sorgente della vita.
Tu sarai la nostra vita anche nella morte;
con te la vita è già in noi per sempre;
tu sei per noi sorgente
che zampilla nella vita eterna.
Signore, tu sei la mia verità,
sei la verità dell’uomo.
To, o Padre del Cristo, ti sei fatto la mia verità
e nello Spirito, ogni giorno,
sei la verità in me.
Se tu vieni meno, se tu ti allontani,
io non sono neppure uomo,
sono come un relitto,
come un naufrago
che cerca salvezza e non la trova,
un naufrago vicino alla morte.
Signore, la tua grazia, la tua verità, la tua luce
mi fanno uomo,
e sono la mia grazia, la mia verità e la mia luce.

Buona giornata.


Giovedì 16 aprile
Condividere amando

il cardinal Martini voleva imprimere la scelta della gratuità come caratteristica e sorgente della Casa della carità da lui voluta. Questo passo anche attraverso sentieri irti e difficili, ma proprio nei momenti più difficili, deve emergere.

Certamente stiamo vivendo in Casa della carità, come in tanti altri luoghi dove si cerca di dare e condividere risposte ai più fragili, i poveri, gli ultimi diremmo noi, giorni difficili, carichi di preoccupazione. Il virus non guarda in faccia a nessuno, scompagina, mette sempre in difficoltà. Bisogna riorganizzarsi, rivedere organizzazione, soprattutto star vicino con competenze e professionalità cavando fuori quelle motivazioni al gratuito che stanno nel nostro cuore e che si alimentano con una tensione spirituale, che davvero è a fondo perduto.

Ammirato come sono, interrogato, dalla dedizione di operatori che stanno nel mezzo, operando, ho cercato di partecipare condividendo nella preghiera, nel condividere preoccupazioni e ansie, ma anche con quella speranza, generosità, che non è merce, ma è amore che non fa distinzioni, è amicizia. Mi son detto, e da parte mia non poteva esserci solo un sostegno verbale, ma un profondo accompagnamento spirituale. Sì, questo virus con il contrasto a distanza sociale che facciamo impone e ci fa sentire sempre più vulnerabili, ma non rassegnati.

Gli ultimi, cioè coloro che sono accolti anche da noi hanno volti, storie. Io ho il limite di dimenticarmi i nomi, Fiorenzo mi è venuto in soccorso dandomi la mappa anche a fronte delle esigenze di nuove e più opportune sistemazioni. E allora, nella mia preghiera mattutina, ho fatto passare a uno a uno questi nomi perché condividere amando significa anche imprimere emozioni, amicizie, dando famigliarità al nostro operato.

Mentre madre Teresa di Calcutta stava accudendo con premura una lebbrosa terminale, non cristiana, dolorosamente piagata e con i piedi smozzicati. Questa le chiese:
«Perché ti prendi così tanto cura di me? Neppure i miei figli e i miei parenti fanno così». 
Teresa le sussurrò: «È in nome del mio Dio». 
La lebbrosa le chiese: «Come si chiama il tuo Dio?». 
Madre Teresa le sussurrò con tenerezza: «Amore». 

E la mia preghiera del mattino è stata popolata di quei nomi a cui il tampone fatto, l’esigenza di sicurezza della loro salute, la prevenzione al contagio di altri, chiedono un accompagnamento sempre più complesso, dove però non si smarrisca il senso del nostro non arrendersi sperimentando il dono, che va sempre accolto come gratuito, che ci fanno. Quante volte abbiamo richiamato che il cardinal Martini voleva imprimere la scelta della gratuità come caratteristica e sorgente della Casa della carità da lui voluta. Questo passo anche attraverso sentieri irti e difficili, ma proprio nei momenti più difficili, deve emergere. 

Gesù chiama e si fa riconoscere come risorto chiamando per nome: Maria. È questa radicalità, che esige e si alimenta di cultura, stimola e critica istituzioni, dà il senso delle priorità, energie spirituale. È il motore però che attraversa anche la fredda razionalità. Allora ho preso in mano Isaia 38, 10-20, al termine si dice: il Signore si è degnato di aiutarmi;per questo canteremo sulle cetre tutti i giorni della nostra vita, canteremo nel tempio del Signore.

E continuando la mia preghiera mattutina, non ordinata, ma fattasi trascinare anche dall’emozione ho incontrato una poesia di Bruno Forte, che si adatta al momento nel quale stiamo vivendo.
(Crocifisso Amore) 
Per la tua carne
i morti parleranno
parole piene di amore.
Cadranno i muti silenzi,
cadrà l'antica paura d'amare.
Silenzio e parola,
allora,
si baceranno.
Le piaghe del tuo corpo glorioso
diranno le parole non dette,
custodia all'infinito dolore del tempo.
Sarà gioia senza fine.
Sarà il regno:
Tu tutto in tutti,
il mondo intero
carne risorta
per la tua carne,
crocefisso Amore..

E ho pregato con la preghiera di don Tonino Bello, che chiedo di condividere insieme:

O Signore risorto,
donaci di fare l’esperienza delle donne il mattino di Pasqua.
Esse hanno visto il trionfo del vincitore,
ma non hanno sperimentato
la sconfitta 
dell’avversario.

Solo tu puoi assicurare
che la morte è stata vinta davvero.
Donaci la certezza
che la morte
non avrà più presa su di noi.

Che le ingiustizie dei popoli
hanno i giorni contati.
Che le lacrime di tutte le vittime della violenza
e del dolore saranno
prosciugate 
come la brina dal sole della primavera. 

Strappaci dal volto,
ti preghiamo, o dolce Risorto,
il sudario della disperazione
e arrotola per sempre,
in un angolo, le bende del nostro peccato. 

Donaci un po’ di pace.
Preservaci dall’egoismo.
Accresci le nostre riserve di coraggio.
Raddoppia le nostre provviste di amore. 
Spogliaci, Signore,da ogni ombra di arroganza. 

Rivestici dei panni della misericordia, 
e della dolcezza. 
Donaci un futuro 
pieno di grazia e di luce
e di incontenibile amore per la vita. 

Aiutaci a spendere per te 
tutto quello che abbiamo e che siamo
per stabilire sulla terra
la civiltà della verità e dell’amore
secondo il desiderio di Dio.

Amen.

Buona giornata.


Mercoledì 15 aprile
Poeti sociali

Facciamo cantare dentro di noi quell’energia spirituale che genera e invoca cultura, imprime una direzione alla politica e all'economia, chiedendo uno sguardo contemplativo che suscita stili di vita che generano speranza e promuovono vera conversione ecologica. 

«Voi siete per me dei veri poeti sociali, che dalle periferie dimenticate creano soluzioni dignitose per i problemi più scottanti degli esclusi». È quanto Papa Francesco, nel pieno della pandemia, ha voluto rivolgere come pensiero a fratelli e sorelle dei movimenti e delle organizzazioni popolari. È un richiamo profetico che non è ideologia o teorizzazione astratta cavata fuori dall’indignazione della gente. «Avete i piedi nel fango e le mani nelle carni», aveva detto loro il 28 ottobre 2014. 

È un'indicazione, questa, da far cantare dentro di noi quando dico energia spirituale che genera, invoca, cultura, imprime una direzione alla politica, all'economia, chiedendo uno sguardo contemplativo che suscita stili di vita, che generano speranza, promuovono vera conversione ecologica. È davvero il dono che il Vangelo incide in noi, è la gratuità che suscita sentimenti di mitezza e di cura

Questo isolamento da pandemia con nel cuore il dolore, la sofferenza, la paura, il senso di impotenza, chiede di non smarrire la speranza. Facciamoci trascinare dai poveri, diventiamo poeti sociali. Rilke nella sua poesia diceva: «Ricchi e felici possono tacere, nessun vuol sapere che cosa sono, solo i poveri devono mostrarsi, devono dire io sono cieco, oppure sto per diventarlo, oppure non ho fortuna sulla terra, oppure ho un bambino malato, oppure a questo sono costretto e forse ancora non basta tutto questo». 

È questa spiritualità incarnata, vissuta nel quotidiano anche in Casa della carità, in quei luoghi operosi dove non ci si lascia attrarre dal fare per, per esercitare una sorta di privilegio di potere, ma dove si condivide, si fa intimo nel più profondo l’ascolto di chi è povero. Mi sono messo allora a pregare perché mai come in questi giorni avverto la rischiosità del nostro stare, e personalmente nel mio piccolo e fragile, stare nel mezzo. Allora ho aperto il Vangelo di Marco capitolo 1, versetti 35-45 dove vi è il grido: «Se vuoi puoi guarirmi». 

Gesù si alza nel cuore della notte a pregare da solo, nel silenzio. È una solitudine da deserto che anche noi possiamo, in tempi di distanza sociale, evocare anche in noi come solitudine interrotta dai volti di coloro con i quali stiamo in prossimità. In quel silenzio di Gesù, dice il Vangelo, arriva il pianto del lebbroso. Marco descrive la preghiera di Gesù prima ancora che sorga l’alba. Aveva lavorato il giorno precedente fino a notte, dice il Vangelo, per accogliere i malati, per dare forza a chi si sente dominato da forze demoniache, il male aggressivo del virus diremmo noi. 

Mi ha fatto pensare e rasserenare la fisionomia di Gesù come uno che rompe il potere del male fisico e morale, crea prossimità e solidarietà nuova. Sembrerebbero due scene, preghiera e cura, autonome, ma Marco le unisce: dimensione contemplativa e dialogo con il padre e cura per guarire. È l’avventura del lebbroso, andare fino a infrangersi il divieto di stare isolato per avvicinarsi a Gesù, farsi toccare. Questa avventura ci interroga. Questa parola, contagio, è la parola martellante, quantificata, che ci accompagna in questi giorni di pandemia. E il silenzio chiesto da Gesù è trasgredito dal lebbroso guarito, perché è tropo forte la gioia della guarigione. 

È tutto un custodire i sentimenti, quelle verifiche che nascono da una interiorità popolata da silenzi e volti, da condivisione perché si guarda, si prega, si ascolta. Gesù è stato travolto fino alla commozione dal grido del lebbroso, «Se vuoi puoi guarirmi». Questo Vangelo ci chiede di non farci travolgere dalla paura. È una pagina piena di Vangelo, che può essere letta da tutti anche da chi si alimenta di altri riferimenti di senso. Perché un umanesimo colmo di cura, che è decisivo per quella conversione che Papa Francesco ci ha chiesto e ci sta chiedendo: poeti sociali. 

Allora chiudiamo con la poesia di Alda Merini:
«Il suo volto era perfetto ma non sdolcinato: come ebreo aveva un volto severo e pensava solo le cose di Dio, ma pensava anche al gelo che gli uomini avevano nel cuore, e il suo amore fu come una fiamma che sciolse tutti i ghiacciai dell'universo». ("Corpo d'amore: un incontro con Gesù").

Buona giornata.


Martedì 14 aprile
Diritto alla speranza

È un richiamo esigente che coinvolge anche il nostro impegno come Casa della carità e di quanti avvertono che la fragilità e la vulnerabilità devono diventare consapevolezza progettuale e orientare cultura e scelte politiche

Il diritto alla speranza è l’accorato appello di Papa Francesco nella veglia pasquale. In questo tempo di pandemia è anche un forte richiamo che va accolto nel profondo del cuore, nell’impegno di ospitalità e condivisione fraterna che cerchiamo di vivere in questo momento di fronte a un cambiamento d’epoca, di una scelta epocale, come ci ha richiamato ancora Papa Francesco nel messaggio prima della benedizione urbi et orbi. È un forte invito anche all’Europa perché riscopra la solidarietà. Non è tempo, ha detto, di egoismi quello che stiamo vivendo, ma di solidarietà attenta al grido dei poveri, a promuovere segni forti di giustizia sociale, a non fabbricare fucili, ma convertire quelle risorse, nel dare pane a chi manca, promuovere quella che nella Laudato Si' si chiama conversione ecologica.

Un cambiamento è, che chiede scelte epocali che riguardano anche l’attenzione alla salute di tutti, bene primario perché il virus non guarda a ricchi e poveri, attraversa le barriere, ma fa intravedere che a pagare duramente sono i più fragili, i vulnerabili, i senza dimora, quelli che abbiamo continuamente richiamato in questi giorni anche nella quotidianità nostra di Casa della carità. È richiesta una solidarietà urgente, che vuole contrastare corruzione e disuguaglianza. È stato un messaggio forte, apprezzato da tutti, anche se non vorrei fosse assorbito come appello generico o utile suggerimento da apprezzare, ma senza incidere nei processi sociali, culturali e politici. Invece, quel diritto alla speranza si alimenta, si fa urgente perché rivela quel patrimonio etico che è per tutta l’umanità, investe la creazione tutta. Anche la speranza dell’annuncio pasquale, la morte sconfitta, nuovi cieli e terre nuove, sono il fermento evangelico da assaporare nel vivere quotidiano: il diritto alla speranza è questo. 

E meditando ho preso in mano il Vangelo di Marco oggi, 12, 38-44: Una vedova gli gettò due spiccioli. È un brano conosciuto da tutti, che stupisce perché non ci mette in guardia dai professionisti del male, ma dagli esperti di bontà e santità. Non è tempo di egoismi, ha detto il papa. Un saggio cinese dice al discepolo: «Osserva bene questo, l’uomo quando nasce tiene i pugni chiusi quando muore ha le mani aperte». Tutta la vita dell’uomo è un processo che passa dai pugni chiusi alle mani aperte, dal possedere al donare, dall’accumulare al distribuire, dall’attirare tutto a sé allo svuotamento di sé, dall’avidità alla generosità. È un forte riferimento ancora alla interiorità, a una coerenza che promuove quella che possiamo chiamare economia della gratuità, al dono come stile di vita, questo riferimento alla gratuità che richiama molto il cammino di Casa della carità. 

È Gesù, che nel Vangelo è seduto lì nel tempio e contempla, che si avvicina al forziere dove i ricchi depongono le loro offerte tintinnanti, indica la povera vedova come colei che è maestra e insegna. La preghiera può diventare, a volte, copertura del proprio peccato e l’elemosina un vanto, un'occasione per farsi credere generosi e santi. Non dimentichiamo come ancora Papa Francesco ci ha detto in quel venerdì adorando il crocifisso nella piazza San Pietro vuota che la povertà dei poveri è spesso causata dall’avidità dei potenti. 

E mentre meditavo così, il mio pensiero è andato alla notizia di Frontex, di quattro natanti con circa 250 persone a bordo, nel disperato tentativo di raggiungere le coste europee. Nel giorno di Pasqua i natanti sono tre, uno è naufragato con decine di persone a bordo, uomini, donne e bambini lasciati morire da una Europa che parla di solidarietà verso le persone che soffrono, ma non parla mai della crisi umanitaria che cancella diritti umani, miete vittime, anche in quel cimitero che possiamo dire è il Mediterraneo. È un grido di dolore che rivela una umanità come si evince dagli appelli anche rivolti alle istituzioni, che può decidere che non può chiudere dichiarando non porto sicuro. È quello dei diritti alla speranza e un richiamo esigente che coinvolge anche il nostro impegno come Casa con realtà che condividono con noi un cammino comune avvertiamo, in questo periodo come non mai, che la fragilità e la vulnerabilità devono diventare consapevolezza progettuale e orientare cultura, scelte politiche. 

E al centro ci deve essere anche, soprattutto diremmo, la realtà della salute bene primario che è per tutti e non sottoposto a logiche di mercato. Ora che si comincia a pensare alla cosiddetta Fase 2 non vorremo che si dimenticasse la salute come priorità, quella salute che va promossa sul territorio, comunità di cura. La crisi che stiamo vivendo, il dolore, la sofferenza, rivelano carenze gravi, una separazione tra sociale e sanitario, una assenza di quello che chiamiamo medicina di territorio. Ce lo dicono anche le storie delle persone con le quali stiamo condividendo un cammino impegnativo. 

Non vorremmo che si riprendesse come se questa crisi, vinta dalla distanza sociale, non rivelasse l’urgenza di una economia e di una cultura che mai come in questa fase segnala che le diseguaglianze, le ingiustizie, la corruzione, gli egoismi diffusi chiedono scelte anche negli stili di vita, dei cambiamenti forti, una prossimità solidale. E quella vedova che non si vergogna della sua povertà è un riferimento forte perché anche per il dolore che aveva, quel dolore che l’ha totalmente prostrata. Gli scribi condannati dal Vangelo di oggi sono coloro che hanno bisogno di nascondersi dietro la ritualità dei loro gesti, nell’attaccamento al loro potere, nascondono  una interiorità ipocrita e falsa. Avremmo anche noi, in questo cammino che dobbiamo intraprendere dopo l’auspicabile superamento della pandemia, rilanciare il nostro cammino colmo di speranza, rigenerati in questo tempo dedicato all’ascolto, al silenzio, alla condivisione. 

Non sarà mai più come prima, avremo molto da ripensare, stili di vita da condividere, ma il calore amicale intenso che sto avvertendo in Casa della carità e non solo, con tutta la fatica e preoccupazione gestita con competenze mi fa dire ancora: regaliamoci futuro. François Mauriac diceva: «Il padre nostro non si aspetta da noi che si sia i contabili minuziosi dei nostri meriti, non importa meritare bensì amare». 

Buona giornata.


Lunedì 13 aprile
Apriamo la porta dei sentimenti

Siamo stari richiamati, anche da Papa Francesco nella veglia pasquale, a recuperare il coraggio della speranza, a non lasciarci rubare la speranza.

Credo che per farlo dobbiamo recuperare anche un linguaggio diverso, una capacità di ascolto, una capacità di guardare in profondità. La riscoperta dell'interiorità diventa fondamentale. Lo spazio meditativo che, anche in questo richiamo di stare in casa, deve essere avvertito da tutti, affinché questo non diventi un momento di separazione, di chiusura, di contenimento. 

Questo deve invece essere un momento nel quale riaprire spazi di speranza, un dialogo della profondità. Per dare il noi e non l'io privato ed egoistico, abbiamo bisogno che la domanda di solidarietà si alimenti con una riflessione interiore molto forte. Per me, questa mattina ha voluto dire avere davanti anche il testo di Isaia 55, che mi commuove sempre quando lo leggo, perché è anche un inno alla gratuità. E anche Casa della carità lo deve porre come suo riferimento e vi invito e leggerlo insieme: 

"Voi tutti assetati venite all'acqua. Chi non ha denaro venga ugualmente. Comprate e mangiate senza denaro e senza spesa vino e latte, perché spendere denaro per ciò che non è pane? Il vostro patrimonio per ciò che non sazia? Su, ascoltate". E ancora, al termine di questo capitolo, investendo tutto il creato, con una visione poetica che certamente emoziona: "Voi, dunque, partirete con gioia e sarete condotti in pace. I monti e i colli davanti a voi romperanno in grida di gioia. E tutti gli alberi dei campi batteranno le mani, invece di spine cresceranno cipressi, invece di ortiche cresceranno mirti. Ciò sarà gloria del Signore, un segno eterno che non scomparirà".

Ecco, la domanda di infinito che nasce, anche in questo sguardo contemplativo sulla natura vuol dire capovolgere le prospettive. Anche la conversione ecologica, cui ci richiama Papa Francesco, deve nascere da un altro tipo di linguaggio e non solo dalla paura e dall'angoscia della fine, ma è la bellezza che abbiamo e che stiamo sciupando, che stiamo massacrando con la distruzione dell'ecosistema. Credo che debba nascere dalla capacità contemplativa, che è il grande dono da condividere insieme.  

In una poesia, Tagore, pregando il Salmo 71 che parla della bellezza del creato, dice: "Io sono una canna vuota. Ma se tu, Signore, ci soffi dentro il tuo fiato, divento flauto delle tue armonie. Con la mia povertà più nuda, riempirò le valli degli echi ineffabili delle sinfonie della tua misericordia senza limiti".

Riempire le valli di echi ineffabili. Mi è venuto subito in mente l'accostamento con una poesia di Alda Merini, che ci pone davanti il problema della sofferenza psichica, sulla quale dovremmo riflettere tante volte. 

Mi piace la gente che sa ascoltare il vento sulla propria pelle,
sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima.
Quelli che hanno la carne a contatto con la carne del mondo.
Perché lì c’è verità, lì c’è dolcezza, lì c’è sensibilità, lì c’è ancora amore.

La capacità di amare, di entrare a custodire anche i sentimenti buoni che devono essere poi trasferiti, certo, nella quotidianità, nell'azione. Ma cerchiamo di interiorizzare molto questo. So che bisogna sempre iniziare e qualche volta si sente la difficoltà. Però dobbiamo aprire, direi scardinare, le durezze del cuore, il senso di estraneità che qualche volta interviene nel comunicare. Il gusto dell'amicizia è per me uno degli elementi fondamentali e ha bisogno anche di interiorità.

C'era un saggio che diceva: "Non ti arrendere mai. Di solito l'ultima chiave del mazzo è quella che apre la porta". Ecco, apriamo la porta dei sentimenti, per poter comunicare tra noi con un linguaggio di fede che è carica di umanità, che può dare il senso dell'impegno a cambiare le cose, interrogandoci profondamente perché non ci sia il linguaggio solo della guerra, ma la Terra e l'umanità siano un malato di cui ci si prende cura.

È il linguaggio della cura che deve riprendere, che deve far maturare in noi una sensibilità, che vi invito a custodire anche nella giornata di oggi. 

Buona giornata


Domenica di Pasqua
Gesù è risorto!

È Pasqua, un canto di gioia anche in questo tempo di grande sofferenza, di distanza sociale, di un ritrovarci fragili, impotenti quasi. 

La resurrezione, il grido "è risorto!" attraversa tutta la Terra, tutta l'umanità. Ci lascia la speranza che è possibile oltrepassare i sentimenti di tristezza, di chiusura. È possibile prendersi cura, liberare la gioia dell'amicizia, respirare giustizia, far scorrere nell'umanità una pienezza di futuro, non più oscurato dalla prepotenza del male, dall'arroganza della morte. È soprattutto una vittoria della vita piena, della gratuità senza sconti, della tenerezza, del contemplare, del pregare. Gioire di una creazione amica.

Le donne, dice il Vangelo, sono andate per profumare il corpo martoriato di Gesù, corpo crocefisso, torturato, sacramento di tutta l'umanità vittima e povera, oppressa da ingiustizie e violenza, frantumata nell'egoismo e nella corruzione, colmo di inimicizia e rancore, di chiusura. Le donne trovarono in sepolcro vuoto e un apparente giardiniere che custodisce un sepolcro vuoto. Le lacrime, allora, di quella donna che aveva con sé profumi e aromi con cui aveva già irrorato i piedi del maestro e che aveva portato per cospargerne il corpo, perché si capisse che era un corpo amato, non abbandonato. Quelle lacrime liberano il sentimento di commozione e fanno chiedere "dove l'avete posto?".

E quell'angelo giardiniere la chiama per nome: Maria. Questa delicatezza, questa tenerezza trasforma la paura in un riconoscimento che fa sussultare quel cuore. Quel corpo è Gesù risorto. Non può abbracciarlo però, ma deve correre ad annunciare che è vivo. Inizia una nuova creazione o, meglio, si intravede una luce che è vita, vita piena.

Questo Alleluia gioioso, di gioia pazza. Questa donna innamorata sconvolge la tristezza e la diffidenza dei discepoli, rannicchiati nella loro lamentela triste. E Pietro va a vedere, dubbioso, non trova il corpo. Gesù è risorto. Cioè la vita sconfigge la morte, sconfigge il buio, vi fa uscire alla luce. Ci fa uscire anche da quell'arca che ha resistito al diluvio, per iniziare una nuova creazione, un linguaggio di pace che vibra, con quel ramoscello d'ulivo che vola con una colomba. 

È quanto è ritornato nel mio cuore dall'alleluia che abbiamo cantato perché Gesù è risorto. Speravano, i due di Emmaus, con l'improvvisato passeggero che si è avvicinato ai due, che accetti di commentare la scrittura e poi di sedersi a tavola con loro, con l'invito "resta con noi, che si fa sera". È un messaggio accolto, da lasciare a noi vivi di questo mondo, che dobbiamo ospitare e farci ospitare; interrompere chiusure, egoismi, solitudini. E a tavola, allo spezzare del pane, lascia i due ospiti, che sono la Chiesa pellegrina e nomade, con il ricordo memoriale dell'ultima cena, perché così sarà presente. È l'alleluia, il ringraziamento di Pasqua. 

Sì, questo cammino possiamo e dobbiamo viverlo come resurrezione, come vita piena. La nuova creazione è iniziata, i semi sono già gettati e non sono lontani da noi, perché sono in questo risorto e noi l'abbiamo toccato, messo le dita nelle sue piaghe. Abbiamo dubitato e continuiamo a dubitare, come Tommaso. Eppure, "Pace a voi" è il suo annuncio. Una riconciliazione che è misericordia. Una nuova creazione, conversione vera.

La resurrezione è avvenuta in Gesù, che lascia a noi in custodia questa Terra, come ci ha lasciato quella sera a Emmaus: la nuova alleanza, per la salvezza di tutti i viventi. E tocca a noi ritrovare questo futuro, già all'opera qui, in questa stretta connessione tra il futuro degli umani e quello dell'ambiente. Un nuovo linguaggio deve scorrere nelle vene della nuova umanità, anche in noi. 

E allora, scopriamo che il tempo che ci è dato deve far ricrescere questa speranza, sulla quale si abbatte ancora la violenza del male, della morte sconfitta sulla croce, ma che è ancora presente nel tempo che viviamo: disuguaglianze, chiusure ed egoismi, natura saccheggiata, sperperi di risorse, vittime innocenti, armi di distruzione, povertà prodotta, stili di vita consumati ai danni del prossimo, nel possesso. È un'ecologia integrale che deve essere vissuta.

Quando Gesù morì, alle 3 del pomeriggio, ci fu uno scossone sulla Terra, uno sconvolgimento. I sepolcri si aprirono. Il terremoto spaventò il centurione, che disse: "Costui era il figlio di Dio".

Questo Gesù lo ritroviamo oggi, nello straniero, nel malato, nel carcerato, nell'affamato. Come dice il Vangelo di Matteo: "Dobbiamo lì cogliere il gemito dei poveri". Noi oggi non siamo in guerra, ma in cura. Dobbiamo non smettere di amare e di farci amare. Non c'è distanza sociale, ma sguardo contemplativo, una nuova ecologia della vita, una conversione dei cuori. Laudato Si'. 

Certamente, i cieli nuovi e la Terra nuova chiedono quel respiro di fraternità e amicizia, che ci fa dire che non c'è distanza sociale, ma prossimità vera, non occupata dalla pesantezza delle chiusure, ma liberata dallo sguardo contemplativo, dalla preghiera semplice, dalla tenerezza e dalla mitezza. 

Papa Giovanni parlava della "medicina della misericordia". Che Pasqua sia un mondo di pace e di giustizia, che non sia un sogno ma muova i primi passi, partendo da quelle vite di scarto che ci interrogano, anche in Casa della carità, ci chiedono, da poveri, di condividere con loro il cammino di risorti. Il dolore e la fatica che ci accompagnano ancora, servano anche ad avvertire che un futuro è possibile. Anzi, è tra noi.

Moravia dice: "La contemplazione è come la diga. Fa risalire l'acqua nel bacino. Essa permette agli uomini di accumulare l'energia, di cui l'azione e la confusione interiore li ha privati"

Buona Pasqua!


Sabato Santo
Giorno di silenzio e di passione adorando la croce

Nel crocifisso vediamo la storia di tanti altri crocifissi e ritroviamo la capacità di amare, un amore che sa andare anche là dove non c'è cura, l'amore capace di attraversare e di portare il senso dell'infinito.

Ieri sera la Via Crucis in piazza San Pietro, con Papa Francesco, una piazza vuota, però nella quale erano presenti le tante storie e preghiere, tutto il mondo delle vittime, di tutta una comunità che prega, che si prende cura, che guarda il crocifisso e in lui vede le storie di tanti altri crocifissi, i tanti corpi piagati, alcuni torturati, di bimbi che hanno fame, il dramma della fame nel mondo, di donne che hanno subito violenza nel proprio corpo. Tante storie che abbiamo condiviso anche noi.

Continuando a pregare così, ho avvertito quello che il Vangelo ci dice, che questo corpo poi è stato posto in un lenzuolo avvolto in una tomba scavata nella roccia nella quale nessuno era stato ancora deposto. Questo corpo, dice ancora il Vangelo, dovrà essere avvolto da profumi e da aromi delle donne che hanno sempre seguito il cammino di Gesù durante la vita, che erano ai piedi della croce, con una donna che ha già profumato i piedi di Gesù scatenando anche l’ironia pesante di Giuda, che poi tradirà. Però la frase, che era profetica, che disse Gesù: «Lasciatela fare perché io conservi questo profumo nella mia sepoltura».

È un'immagine straordinaria di tenerezza, di amore che avvolge il corpo anche piegato.
E mentre pensavo così mi è venuto in mente l’incontro fatto con una nostra operatrice, che ha avuto proprio nel Venerdì Santo il dolore della morte di suo fratello. Mi diceva, mentre scambiavamo una riflessione anche di condivisione, che proprio il giorno prima era andata a profumare il corpo di suo fratello quasi anticipando, in un modo profetico, questo gesto che hanno fatto anche le donne con il corpo del Signore.

Vi è allora una capacità di amare, di amare nella sua concretezza, in una solidarietà che non è a parole astratte, retoriche vuote, che tante ne sentiamo anche in questo periodo, ma mette in gioco un amore che sa andare anche là dove non c’è cura. In questo periodo viene fuori molto l’attenzione alla cura, alle persone, ai corpi e credo che sia importante anche l’impegno concreto per far questo sapendo che l’ultima parola non è mai, e lo avvertiremo preparandoci all’alba del mattino della Pasqua, non è mai una parola da cui prendere le distanze, una parola finita. L’amore è capace di attraversare e di portare il senso dell’infinito

E proprio per questo mi è capitato di chiudere leggendo un po’ e pregando coi salmi la preghiera di David Maria Turoldo: Conosco la tua tristezza. È una preghiera rivolta al Signore Gesù e che faccio mia:

Conosco la tua tristezza
di non poter riversare
in tutto il creato la tua plenitudine:

- così ti sei fatto 
uno di noi, noi stessi,
ragione della tua follia - 

tristezza di sapere che noi 
- noi soli nell’intero creato -
possiamo farci del male:

e non perché ti offendi 
ma perché ami...

È quell’amore di Dio che ci dà il Vangelo dell’innamorato
. Credo che dobbiamo custodirlo nell’adorazione della croce, nel silenzio che ci chiede l’adorazione della croce, nel silenzio di questo sabato in attesa della veglia pasquale.


Venerdì santo
Crocifisso e Vangelo

Ripenso ai volti e alle storie degli ultimi: ci Interrogano perché fanno intravedere che questa dimensione delle relazioni umane, dell’affetto, della condivisione è ancora un elemento fondamentale purché non sia un atteggiamento consolatorio, ma un elemento di condivisione.

Mi sento davvero, in questo Venerdì Santo, interrogato dal cammino della croce, della Via Crucis, che questa sera sarà in piazza San Pietro e io la colloco anche nei tanti luoghi che noi incontriamo nel nostro cammino di ospitalità e di condivisione. Luoghi da cui esce una voce, una preghiera, che sconvolge la nostra normalità, il nostro abituarci a consolare, a descrivere sofferenze. Rendere poi quasi un merito nostro, anche orgogliosamente capaci di glorificare Dio perché ci fa merito. Accredita anche la chiesa di misericordia. 

Questa va conquistata nel profondo, nel cambiamento interiore nella conversione; e allora ho cominciato a ripensare che l’incontro delle persone che vengono per esempio dai luoghi del carcere e che a noi in Casa della carità danno una mano significativa e non solo al momento delle docce. E che ora sono là, ancora in carcere, perché questo tempo di virus li ha ricorretti a rientrare senza possibilità di uscire. Penso addirittura a quel Giovedì Santo dell’anno scorso dove abbiamo lavato i piedi a tutti i cosiddetti senza dimora, che però ritornano con i loro volti, le loro storie e chissà dove saranno in questi giorni. Vi è un pensiero che entra dentro nel cuore. 

Penso anche, personalmente, a tutte quelle famiglie che hanno sofferenti psichici in casa, disabili che non ce la fanno più. Mi arrivano anche lettere che affermano la loro impotenza. Penso a quelli che sono all’Ospedale psichiatrico giudiziario sui quali c’è, e pende ancora, il senso della pericolosità sociale eppure mandano messaggi significativi, fanno intravedere un grande bisogno di esprimere, anche nella loro condizione, dei sentimenti di condivisione e di amicizia.
Penso a Isabella, uso il suo nome che mi ha accompagnato tanto nei miei anni di comunità, che è stata sbattuta in una comunità cosiddetta "casa famiglia" in un posto lontano che non si può neanche raggiungere. Penso a Santina, che mi ha fatto compagnia tanto tempo in comunità e che ora so che è in una RSA, ma non so niente della sua sorte, come tanti credo non sanno, anzi non hanno potuto accompagnare nel momento ultimo della vita i propri cari. 

Son tutti cumulo di immagini, che rientrano all’interno della quotidianità. Penso a chi ha subito dipendenze, che è stato per tante volte segnato da questo dramma dell’alcol o della droga, ci sono volti  amici coi quali si è ancora in contatto. Mi hanno dato molto e lo dico senza retorica. Interrogano perché fanno intravedere che questa dimensione delle relazioni umane, dell’affetto, della condivisione è ancora un elemento fondamentale purché non sia un atteggiamento consolatorio, ma un elemento di condivisione

Questo cammino della Via Crucis lo facciamo con loro che ci aiutano. Noi lo possiamo fare soltanto perché in loro palpita il Vangelo. Papa Francesco dice in questo venerdì: crocifisso e Vangelo. Ero straniero e mi avete aiutato, mi avete consolato, mi avete ospitato. Ero in carcere e siete venuti a trovarmi. Ero malato e siete venuti a visitarmi. 

Ripenso a quanti ritornano in questo incontro. E abbiamo bisogno allora di una conversione profonda anche nel cuore. Ripensavo così nel silenzio, anche di preghiera, che chiedo a tutti di affrontare, anche in un periodo come questo dove sembrerebbe che accanto alla distanza sociale c’è questo desiderio, però frettoloso, di dire non sarà più come prima iniziando soprattutto a pensare all’economia, alla produzione, al rilancio quasi dimenticando e dando ancora tempo lungo per chi invece è confinato in casa, che non riesce a capire il perché. 

Contraddizioni forti che viviamo anche ogni giorno, che chiedono allora questo silenzio di preghiera che dico a me stesso e a voi, preparando magari la Quindicesima stazione, che è quella che attendiamo preparando quel profumo, come han fatto le donne, per andare a onorare il corpo di Gesù che poi non troveranno. 

Ecco, attendiamo sì il cammino di Pasqua, ma viviamolo adesso nel silenzio che porta dentro di sé questa domanda di libertà, di liberazione. È un Venerdì Santo che annuncia subito che è attraversato questo dolore e attendiamo davvero il mattino di Pasqua.

Buon Venerdì santo e buon cammino della Via Crucis.


Giovedì Santo
La gratuità del servizio

Non si tratta di lavare i piedi, ma di lasciare che lui li lavi a noi, cioè quel Gesù che si confonde nei poveri, in coloro che portano su di sé la domanda di aiuto. 

Condivido con voi alcune riflessioni del Giovedì Santo certamente con nel cuore la difficoltà che sta vivendo Casa della carità, e credo non solo, in questo virus che è aggressivo col vuoto e la solitudine istituzionale che abbandona anche i più fragili e i più deboli. Ce ne accorgiamo sulla nostra pelle. 

In questo Giovedì Santo noi dobbiamo comunque scoprire il senso della Lavanda dei piedi, questo lasciarci lavare i piedi come ha fatto Gesù in quel giovedì, cercando di capre il perché ha fatto questo gesto, che è proprio l’indicazione del servire. Si tratta di vivere la gratuità del servizio, parole che abbiamo incastonato spesso nel nostro dichiarare che si è al servizio dei poveri. Ecco, questo è un Giovedì Santo che ci lascia vuoti con i nostri desideri capovolti. Non si tratta di lavare i piedi, ma di lasciare che lui li lavi a noi, cioè quel Gesù che si confonde nei poveri, in coloro che portano su di sé la domanda di aiuto. Ed è con questi pensieri che mi è venuto da avvertire quanto è importante il servire, cioè il vivere la povertà del lavare i piedi

Oggi questo silenzio imposto dalla pandemia si svuota anche di questo gesto, di qualsiasi sicurezza. Sì, il Giovedì Santo è dunque il giorno dove il sacerdozio è stato consacrato, per me un ricordo intenso, significativo. Questo Giovedì Santo celebrato così mi fa riscoprire anche la mia vocazione, il mio essere prete. 
San Giovanni Crisostomo concludeva il suo commento al Vangelo di Matteo 25 dicendo: «Il dolore che noi sentiamo non proviene tanto dalla cattiveria del nostro prossimo quanto dalla nostra miseria e debolezza, quanto dal sentimento di dimenticanza dei poveri che ha anche la società nella quale siamo. Quella conversione che è la grande rivelazione di un Dio che perdona, che spinge la sorpresa della fraternità a orizzonti impensabili». 

Don Primo Mazzolari
ritorna, con la sua riflessione del Giovedì Santo: "Nostro fratello Giuda". Mi ricordo questa meditazione che mi ha accompagnato nei miei anni di gioventù all’eremo di San Salvatore. Monsignor Barone, con noi che eravamo i giovani adolescenti, faceva sentire la predica di Mazzolari, questo "Nostro fratello Giuda" per farci affascinare da un Dio che perdona, dal vangelo della misericordia. Scopro che lì vi era stata la prima emozione che mi ha reso entusiasta di vivere una vita di servizio, di gratuità. Giovedì Santo è un giorno che ricorda il mio sacerdozio, ne è il giorno istitutivo. 

Il cardinal Martini disse: «In Lui, misericordia fatta carne, siamo chiamati a essere la Chiesa della misericordia; in Lui, povero per scelta, la Chiesa povera e amica dei più poveri». È quella "Chiesa del grembiule" di Tonino Bello, è il poter celebrare e vivere l’eucaristia, pane spezzato e sangue versato che è il cuore della fede, il cammino di fede, il cammino della Chiesa pur con tutti i suoi limiti ed errori, questa Chiesa istituzione, spesso colma anche di difficoltà e di errori. Don Milani, me lo ricordo spesso, disse una volta nel 1961: «Errori nella Chiesa ce ne sono. Ma la Chiesa è la Madre. Se uno ha la madre brutta, chi se ne frega!», erano le sue parole un po’ provocatorie. 

Certo, la Chiesa immaginata e testimoniata da Papa Francesco è la Chiesa della misericordia e del perdono, anche oggi continuamente richiama questo, in tutto il suo Gaudete et exsultate, in tutto questo richiamo continuo alla Chiesa ospedale da campo. In questo giovedì vivo allora la gioia e il ringraziamento di essere prete pure in questi momenti così difficili. 

Invoco il Signore perché è un po’ l’oltrepassare la soglia della paura, dell’indifferenza: chiedo che faccia riscoprire che la vita è un tesoro incalcolabile. "L’amore ha un futuro?", mi sto chiedendo. È la stessa domanda che troviamo in Albert Camus nel romanzo "La peste" quando lui descrive gli abitanti di Orano come: «Impazienti del proprio presente, nemici del proprio passato e privi di futuro, somigliavano a coloro che la giustizia o l’odio degli uomini fa vivere dietro le sbarre». 
Una visione che cela l’idea di un Dio che dispensa ricompense e castighi, di un Dio che non è amore. Questa idea che ci accompagna mi scandalizza, non posso vederla crescere in me e attorno a me nel sentimento apparentemente religioso, ma che nega che è un Dio che è amore. Buttiamoci alle spalle la visione di un Dio che giudica e che esclude e lasciamoci affascinare dal gratuito, da un Dio che si incontra amando e facendosi amare

Dio accompagnaci,
ti invochiamo che davvero sia un giovedì di preghiera, di condivisione, di fraternità condivisa dove la mensa che amiamo tutti, o meglio ci mettiamo alla mensa dei poveri, gli ospiti di Casa della carità, quelli che stanno vivendo anche momenti di difficoltà sono quelli che ci invitano alla loro mensa, quella che ci prepara alla possibilità e ci permette ancora di dire Padre Nostro.

Grazie, condividiamo insieme questo Giovedì Santo.


Mercoledì 8 aprile
Voglio vedere un mondo nuovo

Gesù dice: "Alzatevi, non temete": qui vi sta un invito a scuoterci dal nostro sonno e non essere travolti dalla tristezza rassegnata. È quanto dobbiamo vivere noi come comunità e cioè avere una capacità di amare la vita non chiusi in noi stessi, ma attraversando anche la distanza sociale, le piazza vuote, la potenza apparente di un virus che mette a nudo la nostra fragilità e vulnerabilità.

Il richiamo a vegliare mi è risuonato molto nel mio silenzio. Siamo ostaggi di questo strapotere, apparente, di un virus sconosciuto, che ci costringe a difenderci e, per allontanare il suo potere, di stare in casa, cioè di interrompere i legami concreti per riuscire a entrare in quella che si dice comunicazione virtuale. Anche il pregare, il celebrare i riti pasquali, si vivono celebrando nel deserto attraversato però da una parola che lo scalfisce e mette in moto una intimità di dialogo con il più profondo di noi stessi. Ecco perché, se abbiamo il tempo di ascoltare, sentiremo palpitare ciò che non può essere cancellato, che è la gioia dell’amicizia, dell’invocare, dell’attraversare il dolore, la paura perché non diventi angoscia. 

Gesù, racconta il vangelo di Luca, nell’Orto degli ulivi si allontana dai discepoli a cui chiede di stare svegli: «Poi si allontanò da loro quasi un tiro di sasso e, inginocchiatosi, pregava: "Padre, se vuoi, allontana da me questo calice! Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà". (...) il suo sudore diventò come gocce di sangue che cadevano a terra. Poi, rialzatosi dalla preghiera, andò dai discepoli e li trovò che dormivano per la tristezza. E disse loro: "Perché dormite?"».

È un interrogativo che mi ha accompagnato perché non possiamo diventare indifferenti di fronte alla devastazione della violenza, del male, dell’ingiustizia. Padre David Maria Turoldo, in una poesia, diceva: Tempo è di ritornare poveriper ritrovare il sapore del pane,per reggere alla luce del soleper varcare sereni la nottee cantare la sete della cerva.E la gente, l'umile genteabbia ancora chi l"ascolta,e trovino udienza le preghiere.E non chiedere nulla.

Sì, questo vangelo di Luca mi ha accompagnato, un senso di smarrimento mi ha preso con la sensazione di non abbandonarsi alla parola troppo facile di consolazione, le cosiddette frasi fatte che non entrano nel cuore, ma sono a poco prezzo. Gesù porta su di sé un dolore così forte, che l’evangelista Luca, da buon medico, nota nel "sudare sangue". Etty Hillesum affermava: «Bisogna sempre più risparmiare le parole inutili per poter trovare quelle poche che ci sono necessarie». 

"Sia fatta la tua volontà". E ho avvertito che non è rassegnazione, ma traspare quel coraggio nel riportare su di sé il dolore del mondo nella propria carne per consegnarsi, senza resistenza, nel diventare uomo dei dolori, in quel «Alzatevi, non temete» vi sta un invito a scuoterci dal nostro sonno e non essere travolti dalla tristezza rassegnata. È quanto dobbiamo vivere noi come comunità, noi, donne e uomini di questo mondo, di avere una capacità di amare la vita non chiusi in noi stessi, ma attraversando anche la distanza sociale, le piazza vuote, la potenza apparente di un virus che mette a nudo la nostra fragilità e vulnerabilità.

Questo mondo malato, travolto da potenza che vorrebbe impedire qualsiasi capacità di amare, di prendersi cura, di far scatenare anche la folla che aveva prima esaltato e cantato «Osanna» che subito dopo grida «È reo di morte» e voler rendere definitiva la violenza cupa che devasta anche il creato, produce morte e aggredisce. Eppure tutto questo dominio si fa apparente e fragile perché è Via Crucis, è cammino. Il Vangelo ci narra, essere condotto da Gesù, figlio dell’uomo, sul suo corpo che sarà piagato e lacerato perché il mondo creda e la fede è nuda e povera che dobbiamo avvertire.

"Svegliatevi", "Non avete potuto vegliare con me". Abraham Joshua Heschel diceva che «Bisogna portare molti pesi per produrre un atto di libertà». Dobbiamo avere il coraggio di condividere questo cammino, che è un affidarsi con il rischio di accettare di essere condotti. Gesù non ha detto: "Vado, ma poi risorgo". Non è un gioco beffardo il cammino della croce, è un fidarsi sapendo che questa storia di dolore e di vittime innocenti, di poveri, di mondo dilaniato, di mondo malato è realmente capace di essere sul punto di essere liberato e vincente

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?". Dietrich Bonhoeffer in Resistenza e resa dice: «Il Dio che è con noi è il Dio che ci abbandona. Davanti a Dio e con Dio noi viviamo senza Dio. La Bibbia rinvia l’uomo all’impotenza e alla sofferenza di Dio, solo il Dio sofferente può aiutare». È con questi pensieri nel mio pregare con il Salmo 21 che vivo anche la fatica del condividere un cammino di Casa della carità che in queste ore è attraversato da inquietudine perché il virus, con la sua aggressione, vorrebbe sbaragliare le difese, fa intravedere la fragilità e la vulnerabilità di un sistema sociale, sanitario ed economico che non custodisce la debolezza, la ignora. I poveri, i deboli, vorrebbe contenerli soltanto producendo e constatando calvari di morte su cui si ferma la contabilità e la cronaca. Ma non è così, non può essere così perché vi è una energia vera, un senso del vivere più forte della morte.

"Alzatevi a andiamo". L’ho visto oggi esprimersi nei gesti di molti che inventano risposte, nella serenità sofferta, ma carica di vita piena di Stefano, di tanti operatori: sì, perché per noi inizia la Via Crucis, ma con uno slancio di speranza che è radicato nel più profondo, nel respiro che è vento leggero. Rainer Maria Rilke diceva:Signore: è tempo. L’estate era immensa.Deponi sulle meridiane la tua ombra,e libera sulle campagne i venti.

Ho meditato così, mi sono ritrovato un silenzio non di rassegnazione, ma il proposito di ascoltare quello che nel Vangelo di Marco 13, 26-27 dice: «State attenti vigilate». Anche perché sappiamo e diciamo a gran voce che questo che stiamo affrontando non è un incidente di percorso, è un cambiamento d’epoca. Marc Chagal diceva: «Non vorrei essere uguale a tutti gli altri, voglio vedere un mondo nuovo».
Buon cammino.


Martedì 7 aprile
Giornata mondiale della salute

Il cammino della Settimana Santa è certamente da vivere alla distanza sociale che ci è richiesta da questo virus, per contrastare la sua aggressività. 

La pandemia che sta attraversando tutto il mondo, ci costringe a vivere una solitudine forte. "La tempesta ci ha fatto scoprire vulnerabili", ha detto Papa Francesco. A molti sta insegnando a riconoscerci come fratelli. La preghiera del Padre Nostro che ci chiede di avere uno sguardo che si dilata su tutto l'universo. 

Oggi è la Giornata mondiale della salute indetta dall'OMS, e mai come quest'anno ci è richiamata l'importanza di non viverlo come un rituale retorico, ma è un richiamo a una mobilitazione che pone al centro il diritto alla salute. È la giornata dei popoli per la salute, contrastando la privatizzazione dei sistemi sanitari pubblici.

Ma in questo sguardo ci stanno soprattutto i volti delle persone, gli anziani con patologie croniche, i poveri che non hanno il necessario per vivere e affollano le mense, e aumenteranno sempre di più. Coloro che soffrono per problemi psichici, le donne che subiscono violenza, i senza dimora... ma dietro queste categorie ci sono i volti, le storie. 

Nel nostro piccolo la Casa della carità lo sta sperimentando, con l'aggressività del virus, imponendoci una ristrutturazione degli spazi, per portare avanti una domanda di cura, di salute, che riguarda anche gli operatori che stanno portando avanti le attività assumendosi il rischio, con grande professionalità, coraggio e passione. 

Dobbiamo rimotivare continuamente questo impegno. E allora ho stracciato tutti i fogli di riflessione che avevo e mi sono messo a pregare con il Salmo 21: "Dio mio, Dio mio. Perché mi hai abbandonato". L'ho fatto in ginocchio, davanti al crocefisso che ho in camera, nel silenzio, come ha invitato a fare Papa Francesco, portando dentro questa sensibilità, questa passione, questa sollecitazione forte. 

Mi è venuto in mente, mentre pregavo e mentre ascoltavo questa mattina la Messa celebrata dal Papa da Santa Marta, il suo viaggio a Lampedusa. Il primo viaggio a Lampedusa, quando fece una meditazione che rileggo spesso, guardando quel Mediterraneo colmo di vittime, diventato ormai cimitero, e disse: "Respingete la globalizzazione dell'indifferenza", poi "Lasciamoci commuovere e piangere". 

Dobbiamo saper portare anche le lacrime di tante persone che ci hanno lasciato, di tante persone che stanno rischiando, lacrime di commozione e di presenza, di spiritualità vera, quella che non si consegna alle parole, ma sta nell'intimo del cuore. 

Per questo invito tutti a vivere in questa giornata l'intensità di preghiera, perché le nostre realtà, gli operatori che sono impegnati possano davvero contrastare l'aggressività del virus, possano dare una testimonianza, come già stanno facendo, di speranza per aprirci al cammino di Pasqua.

Buona giornata a tutti.


Lunedì 6 aprile 
Chiesa ospedale da campo, perché non siamo in guerra ma in cura

Confesso che ho avuto una chiara sensazione ieri, mentre assistevo, pregando, alla Messa celebrata da Papa Francesco nella Basilica di San Pietro: che quella basilica non fosse vuota, come in realtà era, ma colma, straripante di fedeli, di persone, di volti di uomini e donne fragili e abbandonati, di quei volti che stanno pagando duramente la pandemia che stiamo vivendo. 

Quando Papa Francesco usò l'immagine efficace di "Chiesa ospedale da campo", alcuni lo criticarono. Ma oggi avvertiamo quanto quell'immagine fosse profetica. Non siamo in guerra ma in cura, come giustamente afferma con puntuale riflessione Guido Dotti, monaco di Bose, chiedendoci di abbandonare quel linguaggio guerresco che sembra attorniare le descrizione della pandemia. 

Il Vangelo stesso è colmo di narrazioni che descrivono Gesù che si prende cura, anzitutto dei malati, degli oppressi dalle patologie più diverse, non escluse alcune malattie particolarmente orribili come la lebbra, perdite di sangue tali da richiedere distanze che Gesù regolarmente annulla perché guarisce, anche malattie che giungono fino alla morte, come ci narrano i tre episodi miracolosi di resurrezione: il figlio della vedova di Nain, la figlia di Giairo, l'amico Lazzaro. 

Potremmo dire che l'annuncio della salvezza è predicato con un Gesù che si prende cura, che ha uno sguardo che mantiene su tutti i viventi, compresi gli animali e le piante, perché è sguardo contemplativo, una richiesta di guardare più in profondità: "Guardate gli uccelli del cielo", oppure in senso simbolico "Guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura".

Questo prendersi cura è quanto a cui ci ha richiamato con la sua spiritualità San Francesco d'Assisi, che ritorna nella Laudato Si' di Papa Francesco, che ci ha annunciato la bellezza di una vita riconciliata, come ci descrive nel Cantico delle creature, che ha insegnato a guardare al cosmo e all'umanità con uno sguardo dal basso di chi, liberato da ogni volontà di dominio e di possesso, è reso capace di accoglienza gioiosa e gratuita. 

Ospedale da campo. Chiesa che si prende cura e vive di prossimità, di vicinanza, anche noi come comunità, come Casa della carità, come CeAS, ci prendiamo cura. E richiamo qui un po' tutte le storie che arricchiscono la nostra quotidianità. Non sono categorie. Certo, sono senza dimora, persone colpite da dipendenze, sofferenti psichici, donne che hanno subito violenza; tutte realtà che noi richiamiamo nella nostra esperienza. Ma dietro ci sono volti, storie che urgono e premono perché ci sia cura, salute, che partano da loro che sono i più fragili, i più deboli e tutto il nostro impegno che stiamo compiendo per rilanciare la salute come diritto e non solo come concessione. Tutto quell'impegno che riguarda una doverosa assistenza, che però faccia intravedere la domanda di cambiamento culturale e strategico, che pone la salute come elemento fondamentale, non marginale e succube a priorità legate all'economia.

E poi penso all'altra attenzione forte, che ho vissuto in queste ore di preghiera, di silenzio, di cammino di Settimana Santa: il ricordo di tutte le persone che fanno parte di queste "categorie" e che ci hanno lasciato nel tempo. Penso per esempio a Klaus e a tanti altri. Mi piacerebbe raccogliere i loro nomi, che fanno parte della nostra storia, ma dei quali nessuno fuori da qui si ricorda; e vorrei ricordarli tutti insieme, in un momento dopo la Pasqua, per celebrare così la convinzione che sì, viviamo il calvario della fatica, del dolore, della morte, ma abbiamo dentro già impressa una speranza di resurrezione. 

Chiesa ospedale da campo per annunciare che la morte non è l'ultima parola che riempie la nostra quotidianità ma è, come dice San Paolo, un pungiglione che ormai non punge più, perché Cristo ha vinto la morte. Lo stiamo sperimentando e attendendo in questa Settimana Santa che ci porterà alla gioia, all'Alleluia del mattino di Pasqua.


Domenica 5 aprile
Domenica delle Palme, domenica di pace

Inizia la Settimana Santa, per molti di noi il cuore della nostra fede, il mistero da contemplare, da vivere nell'accoglienza e nella meditazione, nella Parola.

Ma questi sono giorni che coinvolgono anche i non credenti, i pensanti, coloro che professano religioni diverse. Soprattutto questa domenica, è una domenica che richiama il valore della pace, della fraternità, che porta dentro una sete di umanità.

Ho subito pensato al Documento sulla "Fratellanza umana, per la pace mondiale e la convivenza comune", firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio 2019 da Papa Francesco con il Grande Imam di Al-Azhar Ahmad Al-Tayyeb. È un documento importante, che produce una svolta, che ci consegna un decisivo sguardo di fraternità, un modo nuovo di guardare alla storia dell'umanità, un modo nuovo di riscoprire il dialogo. E vale anche per noi. Nel piccolo di Casa della carità che, accogliendo e ospitando diverse storie e trasformando l'accoglienza in cultura, ha bisogno di pace e di fraternità. 

Si dice in quel documento:

"In nome dei popoli che hanno perso la sicurezza, la pace e la comune convivenza, divenendo vittime delle distruzioni, delle rovine e delle guerre.
In nome della fratellanza umana che abbraccia tutti gli uomini, li unisce e li rende uguali"

Ecco, mi sembrava importante in questa Domenica delle Palme richiamare questo documento e l'impegno ecumenico che dobbiamo avere, anche nel cammino di Casa della carità, sopratutto oggi, giorno in cui il Vangelo ci racconta di Gesù che cavalca un asino, messianismo di debolezza, di fragilità, ma anche di tenerezza e mitezza. Mentre la folla cosparge la strada su cui passa Gesù di rami di palme e rami di ulivo. E dice: "Benedetto tu che vieni nel nome del Signore".

E tra pochi giorni poi quella stessa folla sarà piena di urla e di grida di morte. C'è una contraddizione forte, che però ha bisogno di un grande investimento di speranza, in particolar modo in questo periodo, in cui avvertiamo il dramma della morte, della divisione e avvertiamo le lacrime che ci accompagnano.

Solitamente in questa domenica veniva consegnato l'ulivo benedetto e portato nelle case, come tradizione popolare. Mi veniva in mente quando mia mamma e mio papà mi portavano alla mattina presto a prendere il ramoscello d'ulivo e poi si faceva una preghiera in casa, come segno di pace domestica. In questo periodo di distanza sociale, credo che dobbiamo recuperare il valore di una pace che è volto, che è storia, che cerca anche piccoli segni di comunione, che scavalca tutte le durezze e tutte le difficoltà.

Insomma, dobbiamo rileggerlo come messaggio anche poetico. Una poesia dice: "Rendere domestica anche la Parola è il compito difficile del silenzio, dell'ascolto, dell'attesa, dell'accoglienza. Si impara a parlare solo imparando a tacere di fronte alla gente. Il verbo si fa carne, silenzio sofferto".

E la poesia di Rainer Maria Rilke:

"Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno [...]
Ma odi ciò che aleggia,
il messaggio ininterrotto che di silenzio va formandosi".

Sì, forse può anche essere una giornata in cui si riscoprono i sentimenti anche attraverso la poesia. In fondo, diceva Derek Walcott: “Il destino della poesia è innamorarsi del mondo, nonostante la storia”. Ecco, dobbiamo investire di sensibilità. Ne ho avuto un esempio dalle piccole narrazioni che vengono dalle tante esperienze della nostra comunità che pubblichiamo sul sito. Mi ha colpito quella arrivata dai minori (cosiddetti minori stranieri non accompagnati) che ospitiamo a Casa Francesco, che hanno inserito messaggi di tenerezza. Dobbiamo tirarla fuori tutta questa tenerezza, tutta questa speranza che c'è nel mondo, che sa anche contrastare il linguaggio di morte. 

E allora prepariamoci a vivere nella preghiera e nell'intensità questa Settimana Santa e questa Domenica delle Palme, questa domenica di Passione.

Buona Pasqua 





Sabato 4 aprile
Viviamo la Settimana Santa con quell'interiorità capace di generare futuro

Sono giorni in cui sempre di più avverto quanto devo essere debitore a quanti stanno dando, con competenza, passione ed entusiasmo, una straordinaria testimonianza, che mi rende più responsabile di un grazie colmo di riconoscenza.

Tra le tante immagini che ho in me, ritorna quella di Maurizio che, durante le riunioni via skype con i responsabili della Casa e con il consiglio, riesce a coordinare i lavori con il piccolo Lorenzo in braccio, affrontando anche problemi organizzativi complessi. È un grazie che diventa anche un ricordo al papà di Generoso che ci ha lasciato, vittima di questo virus tremendo. 

Questo ringraziamento si estende a tutte le Reti della carità, laboratorio di umanità diffuso sul territorio nazionale coordinato da Maria Grazia, che mantiene legami di riflessione, amicizia e comunicazione di solidarietà; una rete che mette in circolo riflessioni importanti e significative con quella che possiamo chiamare - come ci ha insegnato Martini - la sapienza della carità.

Come ha fatto anche l'amico don Damiano, che ha scritto sul Diario della Speranza di Famiglia Cristiana una riflessione importante, di cui cito alcune frasi, che mi guidano nelle meditazioni di oggi: "Come accade sempre nelle grandi tragedie che trafiggono la storia, i credenti cominciano a domandarsi che fine abbia fatto Dio e gli atei cominciano a chiedere di pregare. E, citando la sapienza biblica del Siracide, mentre il medico cura il tuo corpo, collabora: cura la tua anima".  

Riflessioni toccanti, che don Damiamo aveva già consegnato a noi, quando abbiamo promosso in Casa della carità un incontro, per annunciare l'avvio del cantiere di SON - Speranza Oltre Noi. Un cantiere, certo, per la costruzione del villaggio, ma insieme e soprattutto cantiere di fraternità e comunione, in cui ripongo tanta fiducia, di portare il quel luogo tutto il dono che la speranza ci regala, quella della condivisione con la fragilità, la debolezza. Questo progetto, che stiamo portando avanti con l'Associazione Amici Casa della carità e CeAS e che abbiamo chiamato "Abitiamo il futuro", vuole essere un progetto pilota, che affronta il "dopo di noi" con "il durante noi". Si sta creando intorno a questo cantiere tanta fiducia nel futuro che è già all'opera.

So che ci sono tante persone che pregano e lo sostengono, un progetto che deriva da quella che chiamiamo "follia della carità", nel quale sento molto il legame con il mio percorso che è di riconoscenza ai più fragili, ai poveri. Un percorso che per me è iniziato alla Bovisa, nei primi anni del mio ministero di prete, che mi sta dando ancora tanta amicizia e ricordi. Anche con le Suore di Santa Marta che con suor Antonia mi hanno sostenuto in un momento particolarmente difficile e che ora so che mi accompagnano con la preghiera dal loro convento a Roma. 

La Settimana Santa che inizia domani, siamo costretti a viverla collegati virtualmente, ma per tutti noi deve essere vissuta con quell'interiorità capace di generare futuro. Mi accompagna in questa riflessione il beato Charles de Foucauld. Ben presto il suo eremo iniziò a popolarsi e a essere chiamato "Fraternità". Diceva de Foucauld: "Tutti i giorni ho ospiti a pranzo, a cena, a dormire". E ancora: "Il giorno in cui mi troverò in profonda adorazione e sentirò che un povero bussa alla mia porta, lascerò senza indugio la mia preghiera, per continuare a contemplare nel volto del fratello lo stesso volto di Cristo".

Affido a questo beato SON e il suo progetto, che ha bisogno davvero di tanta Provvidenza, ma che sorge proprio accanto alla Parrocchia di Gesù a Nazareth, la prima parrocchia della Diocesi a essere dedicata a lui. Che il beato Foucauld ci protegga. 

E con questa apertura, che ci ricordava con la sua riflessione don Damiano, invito a condividere il cammino di questa Settimana Santa, per condividere insieme questo tempo di Passione e di Resurrezione. In quel venerdì di Quaresima sotto la pioggia, con Papa Francesco solo in adorazione del Crocifisso, che impartisce la benedizione urbi et orbi, quella piazza vuota non è mai stata così piena del mondo intero.

Condividiamo anche noi questo cammino. Regaliamoci futuro.

Buona giornata



Venerdì 3 aprile
Abbiamo bisogno di pace, giustizia e riconciliazione

Oggi è venerdì di Quaresima, giorno di silenzio e di preghiera. La via crucis dà un segno di attenzione, di ripensamento, di un dolore che deve essere condivisione, profondo sentimento di giustizia. Dobbiamo saper ricostruire un percorso di giustizia. 

Mi sono venute in mente le parole dell'arcivescovo Tutu alla Commissione "Verità e riconciliazione" del Sudafrica, forse l'unico vero percorso di riconciliazione e cambiamento in un mondo carico di guerre e violenza. Diceva Tutu: "Fare giustizia significa innanzitutto risanare le ferite, correggere gli squilibri, ricucire le fratture dei rapporti, cercare di riabilitare tanto le vittime quanto i criminali, ai quali va data l'opportunità di reintegrarsi nella comunità che il loro crimine ha offeso". 

Sono parole forti e significative, che ridanno senso anche al nostro cammino di Casa della carità, che vuole affrontare la questione del carcere, come questione importante e significativa, non solo nell'operosità ma anche nella riflessione culturale sulla giustizia riparativa, sulla misericordia, sulla riconciliazione. Su questo, abbiamo proposto molti incontri, in particolare nell'anno del Giubileo della Misericordia, che non è stato un momento già messo in archivio, ma che ha posto un tema centrale soprattutto oggi.

La nostra Casa si è aperta all'accoglienza di detenuti, che vengono in via Brambilla a fare volontariato, a dare un aiuto decisivo, per esempio al servizio docce per le persone senza dimora, e non solo. Moltissime nostre attività di ascolto e sostegno giuridico, ci fanno vedere davanti il carcere come luogo di reclusione. L'accoglienza di persone che hanno dipendenze ci pone a contatto con il carcere.

Ma soprattutto il carcere, quale luogo unico e prevalente di risposta alla marginalità, che lo ha reso non un luogo di recupero sociale e riabilitativo, ma veramente ambito di sofferenze ed emarginazione. Dire che si parte dalle periferie significa collocarsi anche lì, sentire e avvertire che anche in quel luogo, tra le persone che sono ristrette e tra quelle che vi operano, vi è un itinerario da promuovere, da condividere.

Il fatto che, allo scoppiare della pandemia e della distanza sociale che stiamo vivendo, è stata trascurata la problematica della condizione carceraria, non considerando neppure le condizioni minime di sicurezza richieste, ha avuto anche come conseguenza il fatto che i detenuti che operavano volontariamente in Casa della carità hanno smesso di venire, perché gli sono stati negati i permessi.

Ecco, Casa della carità da questa esperienza ha capito che vuole considerare quello che chiamiamo "progetto carcere", diventando anche e soprattutto promotori di riflessione culturale, partendo sempre da quella spiritualità evangelica che scuote le coscienze impigrite e spesso legittimanti una cultura vendicativa. 

E mentre pregavo con la via crucis, mi è arrivata una notizia bellissima: suor Pilar - amica che opera a Bergamo, con la quale ho condiviso molto nelle comunità di accoglienza, sulle dipendenze, sul carcere appunto - era stata colpita gravemente dal virus, ma ce l'ha fatta. Mi ha telefonato e c'è stato un dialogo molto bello; mi ha insegnato moltissimo, è stata una meditazione forte. Mi ha detto che adesso, lei che è passata attraverso questo rischio di morte, è l'annunciatrice che la vita è bella e che il Signore concede vita. 

Ho sentito allora qui un messaggio pasquale. Ci stiamo preparando alla Pasqua e mi sono lasciato andare al silenzio e alla poesia, che mi fa dire che val la pena anche attraversare questo periodo con il linguaggio della speranza: accanto alla statistica, alle notizie drammatiche di morte, che colpiscono anche i luoghi chiusi, come il carcere e le RSA, che sono diventate tanti lazzaretti, si può far respirare la fraternità, si possono intravedere fessure di speranza e di luce, per richiamare ancora questa necessità di giustizia e riconciliazione, questo bisogno forte di pace. 

E allora, mi sono ritrovato a rileggere un bellissimo poema epico di gruppi indigeni, che lascio come tragitto di speranza:

Non ci sentiremo soli
Non ci sentiremo tristi
Perché gli alberi suoneranno il liuto
Il fruscio delle foglie canterà il canto della vittoria
Le rocce sibilleranno
E sarà un sibilo davvero consolante
I bambù cantanti, consoleranno i figli che cantano

E ringrazio proprio la speranza che c'è. 

La scelta che dobbiamo fare la sento profondamente: di far sì che il tema carcere diventi un tema strategico. E ringrazio anche il nostro operatore Fiorenzo, che conosce il mondo del carcere dove è presente, che anche oggi mi ha dato un segnale di grande apertura, di voglia di essere sempre capaci, anche nei momenti di difficoltà, di non rassegnarsi mai. 

Grazie.


Giovedì 2 aprile
Una preghiera e un pensiero per i sofferenti psichici.

Soprattutto in questi giorni occorrono prossimità famigliare e passione anche spirituale: è sempre la persona al centro e non il servizio.

Ho appena firmato un appello rivolto a Governo e Regioni sottoscritto da moltissime realtà sociali, da famigliari e operatori che a livello nazionale lo hanno lanciato: "COVID 19, la tutela della salute mentale deve diventare uno degli obiettivi cruciali della strategia per contrastare i danni dell’epidemia"

Infatti, l’emergenza che viviamo ha certamente effetti pesanti sulla vita di tutti, ma ancor più gravi per persone con sofferenza mentale, per i più anziani, per le persone con disabilità e con malattie croniche e credo che ogni giorno il resoconto statistico ce lo indica. 

Ma soprattutto lo vivono anche in questi giorni in Casa della carità dove vi è la ricerca della cura dei più fragili che ci porta, con competenza, a ristrutturare spazio, orari, turni, per condividere con gli ospiti le loro preoccupazioni e difficoltà, la loro domanda di salute, sapendo che molti di loro sono i più vulnerabili, accolti anche in Casa dove una delle motivazioni fondanti, che deve rimanere, è la scelta di accogliere, di partire dai più sprovveduti come volle il cardinal Martini. 

Mentre pensavo a questo mi è venuta alla mente proprio la sollecitazione da lui avuta nell’aprile 2002 nel convegno internazionale "La cittadinanza terapeutica", promosso con la regia dell’amico Benedetto Saraceno, dove Martini scelse, se lo ricordo bene, di partire dal brano del Vangelo di Marco (5, 1-20) l’indemoniato di Gerasa. Dove tra l’altro affermava: «Le domande più autentiche di un malato psichico, anche se spesso inespresse o negate, non sono diverse da quelle di ciascuno: una casa, degli amici, affetti esclusivi, un lavoro, il denaro per vivere, il divertimento, il diritto di abitare una città, la possibilità di professare un credo religioso, la libertà di parlare ed esprimersi»

Quella guarigione liberante dell’uomo di Geresa posseduto da una legione di demoni, oggi diremo virus, è costata anche un patire esclusione da parte di Gesù. E allora, in quel momento che è emerso come ricordo vivo nel mio silenzio che mi accompagna in questi giorni, il dono che ho avuto per tutti i tempi vissuti in comunità, più di 11 anni, con molti sofferenti, alcuni sottratti dal manicomio o dalle pratiche di elettroshock, ma soprattutto persone che mi hanno consegnato il valore dell’amicizia, di un senso delle relazioni umane, del partire dalla debolezza, dalla fragilità. 

Quelli erano gli anni della riforma Basagliana, laddove la parola comunità era vissuta interiormente e quotidianamente. Tra tutte ricordo tante persone care che ho ricordato anche in preghiera questa mattina. Però il contrasto era la pseudocultura che pone al centro solo i costi di mercato, la netta e assurda separazione tra sociale e sanitario che depaupera il territorio di prossimità. E con lo stesso entusiasmo che ho visto che far sorgere tante comunità, tra cui la comunità ad esempio di Mizar che ha accolto gli ultimi ospiti del manicomio Pini, una realtà di prossimità famigliare coordinata in modo colmo di passione anche spirituale da parte di Alessandro e tutti gli operatori. 

Quel porre al centro la persona e non il servizio spesso standardizzato, protocollato dalla burocrazia che produce piccoli o ampi contenitori. Abbiamo bisogno di questo investimento spirituale sul modo di operare. La follia, ci insegna Borgna, ci appartiene. Solo una forte interiorità e la pazienza del dubbio ci permettono di buttare oltre la soglia il possibile, sviluppare fantasia e creatività, rivivere una normalità di solidarietà vera. 

È questo il sogno che vorrei che anche in Casa della carità avesse come segno questa comunità
per ridare fiato alla necessaria fatica di chi opera tutti i giorni nei servizi accreditati, come si fa al CeAS ad esempio, e anche qui con tutte le persone che ospitiamo spesso abbandonati, senza permesso, con tante sofferenza. Li ho ricordati tutti, ma soprattuto ripensavo anche all’importanza di tutte le attività sociali che stiamo compiendo, la Campagna salute mentale, all’incontro con la sofferenza dei famigliari che hanno i figli, che mai come in questi giorni mi richiamano segnalando la loro sofferenza. 

Allora questo patrimonio di senso e spiritualità che non può essere smarrito e che mi sta spingendo a diventare anche serenamente capace di porre al centro questo cambiamento profondo che chiede anche la Laudato Si’, questa conversione ecologica, questo sguardo di centralità della persona come punto di riferimento, questa carica spirituale culturalmente motivata che stiamo vivendo e registrando come positiva in questo periodo, non può ridursi alla sottoscrizione per sostenere tante realtà di aiuto, alla Protezione civile e non solo o soprattutto alle tante iniziative di carità straordinarie che diventeranno sempre più urgenti e importanti per la loro operosità, per la loro creatività. Si chiede una revisione profonda delle priorità da dare che sono quelle che la Laudato Si’ indica. 

Scusate forse la lunghezza e l’emozione, ma è estremamente importante capire e avvertire questo, che siamo di fronte a un cambiamento d’epoca, un cambiamento di sistema, non si può riprendere con la stessa modalità precedente.



Mercoledì 1 aprile 2020
Ridefinire il progresso

Vedo troppa fretta di archiviare questi mesi di distanza sociale per approdare a una ripresa senza capitalizzare la domanda di cambiamento epocale che ci è richiesta

È stata una giornata faticosa, che mi ha interrogato molto nell’affrontare tutte le difficoltà, ma anche la dedizione che c’è in Casa della carità. Avverto il pericolo che si cominci però a pensare al dopo emergenza con la fretta di chi vuole archiviare questi mesi di distanza sociale per approdare al dopo crisi e rilanciare una ripresa senza capitalizzare la domanda di cambiamento che davvero è un cambiamento d’epoca. 

E allora tocca a noi, nel nostro stare nelle periferie, fare entrare nella nostra carne, cuore, intelligenza, il dolore e la sofferenza di morti che non possono diventare soltanto un allarme statistico, ma sentire la sofferenza dei famigliari. Le vittime non possono diventare solo numeri da analizzare per capire meglio come resistere, come curare e combattere la potenza devastante di questo virus che è diventata pandemia, che ha colpito ricchi e poveri, nazioni con i confini sigillati e vittime di guerra, che non hanno smesso di essere alimentate e di creare distruzione con armi che continuano a prodursi e a usarsi. 

Avverto che anche il dibattito su come rilanciare l’economia, su come sostenere i poveri (reddito di emergenza o altro), su come consolidare la visione di una Europa che solidarizza (Eurobond o altro) e che vede emergere ancora tentazioni autoritarie e non di democrazia (Ungheria ci insegna), venga affrontato ancora come un dibattuto di piccolo cabotaggio e invece c’è una sfida molto più profonda che riguarda anche noi e che è tutta contenuta e da approfondire nella Laudato Si', questa enciclica che va riletta. 

Ieri l’ho riletta pazientemente pregandoci anche sopra. Papa Francesco dice al numero 194: «Semplicemente si tratta di ridefinire il progresso» e ancora, al numero 89: «Le creature di questo mondo non possono essere considerate un bene senza proprietario: "Sono tue, Signore, amante della vita" (Sap 11,26). Questo induce alla convinzione che, essendo stati creati dallo stesso Padre, noi tutti esseri dell’universo siamo uniti da legami invisibili e formiamo una sorta di famiglia universale, una comunione sublime che ci spinge ad un rispetto sacro, amorevole e umile. Voglio ricordare che "Dio ci ha unito tanto strettamente al mondo che ci circonda, che la desertificazione del suolo è come una malattia per ciascuno, e possiamo lamentare l’estinzione di una specie come fosse una mutilazione" (Evangelii Gaudium, 215)».

Parole forti che ci impegnano anche come Casa della carità e come realtà che riflettono per portare questo al proprio interno. Vi confesso che proprio a fronte di questo sono andato ieri a meditare sull'Apocalisse per ritrovare queste tracce di sogno e speranza. Apocalisse 21:
«Vidi un cielo nuovo e una terra nuova: il cielo e la terra di prima infatti erano scomparsi e il mare non c’era più. E vidi la città santa, la Gerusalemme nuova e udii una voce che diceva: "Ecco una tenda di Dio tra gli uomini e asciugherà ogni lacrima dai loro occhi. Non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno, perché le cose di prima sono passate"».

Nella mia mente, meditando e pregando, mi è ritornato in mente la testimonianza straordinaria di don Tonino Bello che, pur nel dramma di Sarajevo, il 12 dicembre 1992, disse questo: «Io penso che queste forme di utopia, di sogno, quella della non violenza e della pace, dobbiamo promuoverle altrimenti le nostre comunità che cosa sono? Sono soltanto le notaie dello status quo e non le sentinelle profetiche che annunciano cieli nuovi, terra nuova, aria nuova, mondi nuovi, tempi nuovi»

Mi ha fatto bene anche sentire profondamente queste parole e immettere dentro nel nostro cammino, nella dimensione anche concreta, la voglia di sperare ancora in un futuro che è già presente.

Regaliamoci futuro.


Martedì 31 marzo
È ancora l'amicizia un saldo legame

Non interrompo il mio diario, vi chiedo di condividere con me la sofferenza di non essere nel mezzo dell’operare attivo di Casa della carità, ma di accompagnarlo solo con la vicinanza che oggi si fa preghiera, silenzio, invocazione di intercessione. 

Si è ormai travolti da notizie a cui non ci si può abituare
: gli anziani, quelli anche ospiti nelle Rsa, dove non si contano i morti; il dramma del carcere, dove sono ammassati a rischio detenuti e personale del penitenziario; la situazione di tante famiglie che hanno i figli con disagio, che non ce la fanno più; l’impegno di tanti operatori, che incontrano anche ritardi e inefficienze del sistema con anche la dedizione e competenza professionale. 

È una crisi pesante perché colpisce anche persone care. In queste ore sto pregando molto per Marco, don Franco e altri. Avverto la sofferenza di persone anziane malate che subiscono, in un certo senso, la solitudine di cura essendo ormai tutto consegnato a questa emergenza da virus, quasi che non esista più altra malattia. 

Comprendo il dramma di chi non ce la fa a stare in casa e di chi è sulla strada e comincia a vedere mancare la sopravvivenza. La povertà preme e di fronte a questo elenco ho in mente persone, volti precisi. Sento con insistenza gli operatori di Casa della carità perché so che si vede e si avverte sempre di più la fatica del continuare e mi danno uno straordinario esempio di dedizione. Gli ospiti che hanno sul volto la mascherina fabbricata dai volontari esprimono una operosità partecipata. 

Mi ritornano in mente le tante amicizie che si avvertono in me, le tante preoccupazioni per persone care che fanno fatica. Penso anche alle famiglie che stanno condividendo con me il cammino dell'associazione SON, per un ‘Dopo di noi’ che è durante noi. Ma avverto in queste ore la fatica e quel “Signore perché dormi? Non vedi che non ce la facciamo più?”. Ecco perché ho scelto oggi di vivere con intensità un tempo di preghiera di intercessione, un tempo di silenzio nel luogo in cui sono. 

Il cardinal Martini ci ha insegnato a stare nel mezzo, a invocare così, un affidarsi con il coraggio nudo della fede, di chi si affida. Agli amici che sono sul campo vorrei dire la mia riconoscenza e il mio pregare per poter continuare insieme quel cammino che anche sto riscoprendo. A chi ci accompagna con simpatia chiedo di condividere questo tempo di condivisione, richiamo spirituale che certamente avverte anche le preoccupazioni per il sostegno concreto della Casa, ma chiede soprattutto il sostegno di una condivisione che ci fa essere in quel cammino di “Regaliamoci futuro”, che appare sempre di più in queste ore da consegnare a questa speranza profondamente interiore, di affidamento. 

Nella nostra Casa, che non deve in questi giorni sentirsi travolta, ma non per parole retoriche di sostegno, ma perché quei poveri, quella fragilità che è itinerario di speranza come il Vangelo e la scelta fondativa che volle Martini per la Casa testimoniano, dobbiamo ridare - consolidare - fiducia e senso. 

Ci stiamo preparando al cammino della Settimana santa. Affido a Martini che sostenga il nostro cammino. Ho fiducia che lui, che ha tanto voluto questa Casa, ci accompagni in questo cammino di prova, e non solo per noi, ma per tutti coloro che operano in tante esperienze di operosità accogliente e che condividono questo percorso che cerco di delineare nel diario di condivisione di ogni giorno, spazi di silenzio e preghiera. È ancora l’amicizia un saldo legame.

Grazie


Lunedì 30 marzo
Ripartire dai poveri contestando onnipotenza ed egoismo

I giorni che stiamo vivendo con tanta drammaticità non ci permettono di non cogliere che ci è chiesto un cambiamento d’epoca, una radicalità che ciascuno, e come comunità, non può non avvertire. 

Papa Francesco ancora ha stupito tutti richiamando a considerare i poveri e coloro che soffrono al centro dell’attenzione, una vera priorità sociale. Ma questo non semplicemente per una umanità caritatevole. Papa Francesco rompe con la tendenza a considerare l’opzione per i poveri come una conseguenza caritatevole della fede, la colloca piuttosto al cuore della fede. 

Il Dio professato dai cristiani prevede un posto speciale per i poveri fino al punto in cui che egli stesso si fece povero in Gesù Cristo, come fa notare l’apostolo Paolo (Corinti 2). Lo dice anche Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium, dove indica come la storia della rivelazione di Gesù è intimamente connessa con il mondo dei poveri (Evangeliii Gaudium 197); per questo dice di volere una Chiesa povera e per i poveri che «hanno molto da insegnarci, nelle proprie sofferenze conoscono il cristo sofferente. È necessario che tutti ci lasciamo evangelizzare da loro» (Evangelii Gaudium 198). 

Francresco rilegge la povertà nel contesto di oggi, dà un nome e un volto alla concretezza storica con quell’amore contemplativo che sa che questa condivisione è perché nessuno sia abbandonato, perché tutti figli di Dio. Per capire l’amore per tutti nella storia che viviamo dobbiamo partire dai poveri, dalla nostra fragilità, dalla nostra povertà, dal nostro limite contestando il delirio di onnipotenza e l’egoismo di un io proprietario. 

Nella storia di questi giorni è una opportunità, non è una spiritualità intimista, un sentimento da consumare in una religiosità che fa convivere con le ingiustizie e si rifugia in una consolazione rassegnata. È una esigenza del Vangelo da annunciare, che sa scuotere l’indifferenza. I grandi cambiamenti della storia si sono realizzati quando la realtà è stata vista non dal centro, ma dalla periferia. Ci è chiesto oggi più che mai di spogliarci dalla posizione centrale di calma e tranquillità e di dirigerci verso la zona periferica. E questo con un cuore contemplativo che avverte che non può non cambiare anche il nostro stile di vita

Chiesa povera, credenti che sanno testimoniare una sobrietà e una passione di ascolto e ospitalità che trascina nel modo di pensare e vivere culturalmente questa sapienza della carità, questa eccedenza della carità, come il cardinal Martini ci ha insegnato, come il dono che abbiamo da condividere in Casa della carità. E tutto questo lascia delle tracce anche nella politica, nell’economia, nella finanza, nel rendere insopportabile la disuguaglianza e la corruzione. 
Ecco perché colpisce Francesco affaticato, dolorante e zoppicante, che si inginocchia di fronte al crocifisso in adorazione, che porta su di sé tutta la contraddizione di una Chiesa spesso ricca, ma che non ha contaminato il suo cuore, il suo modo di vivere. Quanto parlare di poveri e povertà da una politica, da una economia e da una finanza che è arroccata su privilegi e al massimo fa mecenatismo, ma non si scandalizza sulle disuguaglianze, nella testimonianza di vita che promuove e moltiplica consumo, vera società consumistica. 

È per questo che non basta più l’aiuto ai poveri con il rischio di essere accettati come una ottima protezione civile o come un volontariato da incorniciare. Quando abbiamo promosso Reti della carità, i tanti laboratori di umanità e condivisione con i poveri, era perché non volevamo diventare soltanto e semplicemente utili, ma per vivere quella profezia della povertà che Francesco ci insegna giorno per giorno. Abbiamo aperto gli incontri nella sede di Pax Christi a Firenze: povertà e pace, due connessioni profonde, ma tocca a noi credenti, donne e uomini colmi di una solidarietà interrogata dalla povertà e animata da solidarietà vera. 

I giorni che stiamo vivendo con tanta drammaticità non ci permettono di non cogliere che ci è chiesto un cambiamento d’epoca, una radicalità che ciascuno, e come comunità, non può non avvertire. Papa Francesco il 1 marzo 2017, in un memorabile mercoledì delle Ceneri disse: «Dalle periferie riceveranno da Dio il soffio della vita che salva dall’asfissia soffocante provocata dai nostri egoismi, asfissia soffocante generata da meschine ambizioni e silenziose indifferenze. Asfissia che soffoca lo spirito, restringe l’orizzonte e anestetizza il palpito del cuore». Se non è profezia questa…Regaliamoci futuro




Domenica 29 marzo - Domenica di Lazzaro

Per molti di noi la liturgia di oggi, la liturgia ambrosiana, ci consegna il Vangelo che racconta la resurrezione di Lazzaro. Quel "Lazzaro, vieni fuori" è un grido che tutti hanno comunque conosciuto.

Sentiamo proclamare questo Vangelo in questi giorni di pandemia, in cui la paura e la morte ci stanno accompagnando quotidianamente, entrando nel nostro cammino. "Signore, se tu fossi stato qui!!", dice Marta a Gesù. È un rimprovero che quasi appartiene anche a me, riformulato così: "Non vedi cosa succede? Mi sembri distratto... Eppure gli volevi bene".

Molte delle persone che hanno perso la vita in questi giorni non hanno avuto la possibilità di essere accarezzate da chi voleva bene a loro. È un dramma nel dramma. Sono amicizie interrotte e stiamo in apprensione per persone amiche che stanno male, che ci hanno lasciato. Ma anche avvertiamo un forte sentimento, a volte, di non farcela. Di essere stanchi del continuo propagandare, del "ce la faremo", del "ritorneremo migliori di prima". Ci sentiamo appesantiti, poveri di futuro. Apparentemente.

Eppure Gesù piange. Freme dentro di lui l'amicizia attraverso il limite, attraverso la morte, addirittura. Sì, l'amore è più forte della morte. Non posso fermarmi a constatare soltanto, avverto un fremito che non mi fa dimenticare i legami che qui si vivono, si fondono e oltrepassano la morte. 

"Vado in un posto più bello e là vi aspetterò correndo", mi disse Sergio, giovane spastico, mentre lo accompagnavo negli ultimi istanti della sua vita. Sì, sento che vi è un'amicizia, un affetto che non finisce. Non ci si rassegna a pensare che ci siano solo le ceneri di corpi cremati a ricordo. Ecco perché la lacrima ha mosso Gesù e sorpreso chi gli era vicino. Quel "togliete la pietra" scuote anche la nostra rassegnazione, l'indifferenza. L'umanità intera, durante questa pandemia, sta riscoprendo il legame che la tiene insieme, un destino comune. Si è figli, amici, fratelli, sorelle.

"Sciogliete le bende". Quell'orrore e puzzo di chiusura e dimenticanza dei tanti innocenti, delle tante vittime, di cancellazione di diritti. I sepolcri che rinchiudono un futuro che palpita di fraternità, che allontana violenze e ingiustizie, non rinchiuda e cancelli le speranze. 

Gesù dice: "Lazzaro, vieni fuori!". Sì, si può credere, si deve credere che la resurrezione è possibile.

Il Vangelo di oggi parla di resurrezione che è fiducia nella vita, che non ci permette di dimenticare il coraggio della speranza. Infatti, coloro che erano vicini, dice il Vangelo, decidono di prepararsi ad uccidere Gesù, perché non potevano accettare un dono che liberasse una speranza di vita e un modo di vivere, che porta libertà, pienezza di futuro.

Questo Vangelo si chiude infatti con la decisione, di coloro che erano lì a condannare Gesù, di farlo morire. Ma Lazzaro, in quel tempo di vita che ha avuto ancora, diventa segno del cammino che tutti possiamo compiere per quel tempo che ci è dato di vivere, che deve essere colmo di resurrezione, di pienezza di vita, di segni.

Ho voluto raccontare così il mio ascolto e pregare il Vangelo di oggi. Mi ritrovo con il grande dono della testimonianza che Papa Francesco ci sta dando, per un cammino di Chiesa e di umanità che sanno essere colme di futuro. "Non lasciatevi rubare la speranza", disse lui e continua a dirlo a tutti noi.

"Più forte della morte è l'amore", dice il Cantico. Sì, non perdiamo la speranza che non è nostra, ma ci è regalata. Regaliamoci futuro. Viviamo l'amicizia come dono. Forse questo tempo, che ci consegna la solitudine, può far vivere in noi la bellezza dell'amicizia, del sentirci gioiosamente amati nella vita, nella gratuità, nella contemplazione di gioiosa speranza.

E forse sarà bello oggi poter guardare i volti di chi ci sta vicino, di una comunità di amici, quella che è raccontata nel Vangelo di oggi.

Buona domenica



Sabato 28 marzo - Siamo tutti sulla stessa barca

Abbiamo tutti nel cuore, negli occhi, la straordinaria testimonianza di fede, di umanità, dataci nel silenzio e nel vuoto, vuoto solo apparentemente, di piazza San Pietro con il Papa, che ha condiviso con tutta l'umanità un momento di riflessione alta di fronte alla croce.

Tra le tante parole, quelle che mi hanno colpito di più: "Siamo tutti sulla stessa barca".

Ci ha richiamato Papa Francesco: "Avidi di guadagno, ci siamo lasciati assorbire dalle cose e frastornare dalla fretta. Non ci siamo fermati davanti ai tuoi richiami, non ci siamo ridestati di fronte a guerre e ingiustizie planetarie, non abbiamo ascoltato il grido dei poveri e del nostro pianeta gravemente malato. Abbiamo proseguito imperterriti, pensando di rimanere sempre sani in un mondo malato".

È una riflessione forte che ci interroga profondamente sull'oggi, su quella spiritualità che produce poi un cambiamento e incide sulla società complessivamente, è un po' il cammino che stiamo compiendo anche noi, nel nostro piccolo.

E abbiamo ascoltato anche l'appello di Antonio Guterres, che come segretario generale delle Nazioni Unite, ha lanciato un messaggio forte per chiedere l'immediato cessate il fuoco in tutti gli angoli del mondo. Stiamo parlando di milioni di bambini, donne e uomini, sparsi in quasi 50 Paesi del mondo. La furia del virus rispecchia la follia della guerra. Per questo, dice Guterres: "È tempo di fermare i conflitti armati e di concentrarci sulla vera lotta da perseguire".

Questo appello chiede addirittura simbolicamente, come chiedono anche alcune associazioni, di esporre ancora la bandiera della pace, quella che ha caratterizzato spesso i movimenti di base. Ma c'è una connessione profonda con l'interrogativo forte che Papa Francesco ci ha posto. Bisogna allora riflettere, partendo ancora dalle sollecitazioni continue della Laudato Si', che ci ha detto di vivere una conversione ecologica.

È infatti emersa senza dubbio la stretta interdipendenza tra esseri umani ed ecosistemi, come fattore naturale e solo ora, forse, ci rendiamo conto che i nostri destini sono intrecciati, interconnessi. Siamo una rete fisica, materiale e il momento attuale ci rende l'occasione di comprendere che abbiamo dato troppa attenzione all'io e ben poco al noi. E ci accorgiamo che l'altro è fatto anche di te, che siamo parte di qualcosa che abbiamo ritenuto estranea a noi stessi. Siamo tutti sulla stessa barca, abbiamo sentito dire a Papa Francesco citando il Vangelo. Se vi saliamo nel momento della nascita non abbiamo più la possibilità di scendere; il più ricco come il più povero. 

Più distruggiamo gli ecosistemi, più consumiamo risorse in modo scellerato, più favoriamo i virus a espandersi fuori dal loro habitat naturale e venirci sempre più vicini. I giochi della finanza, della politica, dei mercati sono rimasti traumatizzati e il sistema nel quale viviamo, le sue misure di riassetto, i suoi programmi di austerità, gli infiniti sistemi di divisione, a cosa sono serviti?

Una strategia che ha diffuso i terribili virus dell'individualismo, dell'indifferenza, della violenza.

Certo, chi vive per strada, i senza fissa dimora, tutti quelli che sono costretti a non capire cosa significa "stare in casa" perché una casa non ce l'hanno, tutti coloro ai quali è impedito di recarsi in una mensa dove ricevere un po' di cibo, i "clandestini" di ogni storia e geografia, chi deve sopravvivere nell'inferno di qualche campo profughi rischia di più. Ma nessuno è immune, tutti siamo in pericolo. Certo, con più o meno possibilità di essere curati, ma non è una sicurezza sufficiente. 

Potremmo continuare. Queste riflessioni appartengono anche ad altre realtà con le quali le stiamo condividendo, come la Fondazione Piccini sul territorio bresciano e tante altre. Dobbiamo far crescere questo movimento dal basso, dalle piccole realtà, per arrivare a quella conversione ecologica che chiede di tradurre questo profondo cambiamento di cultura, di attenzione, di priorità.

Non si esce con aggiustamenti. Va cambiata un'epoca. Dobbiamo rinnovare profondamente il nostro pensiero. E per far questo, bisogna consegnare anche dentro di noi una riflessione forte, quella dimensione spirituale che ci fa essere non solo predicatori di orientamenti, ma portatori di una riflessione intima profonda.

Ecco allora, amici, che la grande scelta che dobbiamo fare per rifondare anche il nostro cammino, il quel "regaliamoci futuro" ha dentro una dimensione spirituale forte, una dimensione culturale del dialogo, una dimensione fortemente significativa di una Politica rinnovata dal basso. Ma tutte queste dimensioni devono portare a quella che Papa Francesco chiama "conversione ecologica", partendo anche dal cambiamento degli stili di vita.

Per far questo, dobbiamo immagazzinare coraggio, speranza, perché qui ci sta una domanda di felicità, che anche nelle tragedie che stiamo vivendo non può essere interrotta perché, certo, facciamo il cammino della croce, ma è un cammino che porta dentro di sé l'attesa di una resurrezione che scava dentro le nostre coscienze e ci dà un orizzonte di serenità.

Buona giornata.


Venerdì 27 marzo - Di fronte alla pandemia non siamo tutti uguali

Le misure che fronteggiano questa emergenza rischiano di provocare fratture inique nella società. Penso ai lavoratori italiani e stranieri, la cui funzione è essenziale eppure spesso rimane invisibile e non tutelata.

La pandemia non dà tregua. Nell'overdose di informazione si avverte ancor di più il senso di impotenza, di fragilità: rimane non come sensazione di fallimento, ma con la consapevolezza di poter intercedere con la preghiera, inginocchiati, come ci viene testimoniato da Papa Francesco, che affaticato e solo in piazza San Pietro a inginocchiarsi di fronte alla croce, oggi venerdì di quaresima, in questo deserto che coinvolge tutta l’umanità.

È un messaggio apparentemente senza efficacia di risultato, ma ci rende davvero poveri, aggrappati e fiduciosi a questo Gesù che si è portato sulle spalle una croce pesante per assumersi il dolore del mondo, delle vittime, vittima tra le vittime. È per questo mi son ritrovato in quel richiamo di vivere la povertà come consapevolezza che è quel luogo dove si incontra il volto del figlio dell'uomo che ha vinto la morte, come ci dice il Vangelo di Matteo.

Affermare la dignità dei poveri è condizione affinché si possa e si debba indignarsi di fronte alle dimenticanze, perché le sofferenze dei poveri diventino una priorità per tutta la società. È immettersi in una storia dove si avverta la grande diseguaglianza sociale, quell’economia dello scarto che produce resti di donne e uomini senza potere. E qui vi è il cantico delle Beatitudini.

Ho dato anche questo significato all’essere stato promotore, con moltissime altre persone, a un appello come Associazione Laudato Si’ perché la salute di chi è impegnato nella cura di chi è colpito dal virus, ma anche perché non vengano dimenticati tutti coloro che sono impegnati in questo servizio a tutti noi che siamo in casa senza uscire.

Nella lettera di appoggio a questo appello tra l'altro ho scritto:

Diciamolo francamente, di fronte alla pandemia non siamo tutti uguali, e le misure che fronteggiano questa emergenza rischiano di provocare fratture inique nella società. Mi riferisco ad esempio a tutto un mondo di lavoratori italiani e stranieri la cui funzione è essenziale eppure spesso rimane invisibile e non tutelata. Penso ai lavoratori saltuari, agli impiegati nei supermercati, agli operatori della grande distribuzione, agli operai, ai rider, ai fattorini, ai facchini, ai lavoratori nell'agricoltura, ai care giver, agli operatori nell’accoglienza. Insomma, tutte quelle persone che lavorano in condizioni vulnerabili, precarie e irregolari per i quali è difficile proteggersi e che hanno bisogno di essere consolidati nei diritti”.

Accanto vi è un forte dibattito su quali fossero i beni e i servizi essenziali per i quali continuare la produzione. Qui vi sta una provocazione laddove ad esempio venga considerato come essenziale il produrre armi o beni di consumo non essenziali.

Questo sguardo per me è motivato da questo costante riferimento al Vangelo delle Beatitudini e al Vangelo di Matteo 25, che Papa Francesco dice debbano essere le due pergamene da tenere nella bisaccia del pellegrino. Sì, anche in questo cammino di deserto. E certamente questo richiamo che Papa Francesco ha fatto con la Laudato Si’, con quel richiamo nel 4 capitolo dedicato alla cura della “casa comune” come lui chiama la terra:

«137. Dal momento che tutto è intimamente relazionato e che gli attuali problemi richiedono uno sguardo che tenga conto di tutti gli aspetti della crisi mondiale, propongo di soffermarci adesso a riflettere sui diversi elementi di una ecologia integrale, che comprenda chiaramente le dimensioni umane e sociali».

Un grande abbraccio a quanti anche in Casa della carità operano nel rischio che vivono con grande umanità, intensità e competenza. Questa sera alle ore 21 mi unirò alla preghiera di fronte alla croce di Papa Francesco con un silenzio orante che dilati i nostri legami di fraternità a tutti, nessuno escluso, che ci dà la forza di sperare con il virus sconfitto.


Buon venerdì di Quaresima.


Giovedì 26 marzo - La pandemia ci impone di dare senso al limite

Per me l'enciclica Laudato Si’ ha posto un segno forte per il cammino della Chiesa e dell'umanità, ponendo al centro non solo la lotta alla povertà, ma anche come evitare il pericoloso cambiamento climatico: etica della virtù e riforme sociali non si escludono a vicenda, anzi, si condizionano reciprocamente

La realtà che viviamo, di distanza sociale, non può ridurre il pensiero e il legame di prossimità. Lo interiorizza, ce lo rende patrimonio intimo. Per questo tutta la sofferenza, la compassione, il dolore, è penetrato in ciascuno di noi anche nel silenzio meditativo. Ritorna il perché, la grande domanda e interrogativo sulla sofferenza, sul male che sembra come un demonio impazzito e violento, penetrare senza difese. 

Il richiamo alla preghiera non è un appello moralistico, è un richiamo a radicalizzare in noi la sete di vita buona, una esigenza di prossimità, di gratuità, di vita piena. È un sentimento che ci riguarda tutti, credenti, di tante religioni plurali, pensanti. Il cardinal Martini ci ha regalato questa visione con la Cattedra dei non credenti, con una dimensione contemplativa legata a una parola che interroga, una carità che inquieta. 

Mi ricordo una sua affermazione: «Per credere bisogna far parlare il non credente che è in noi». Con Casa della carità, con la scelta voluta da lui di esprimere la radicalità della gratuità e di esprimere una ospitalità per gli sprovveduti, gli ultimi della fila posti al centro della cura, ci ha consegnato un mandato difficile, ma oggi più che mai da non dimenticare.

Rileggevo questa mattina una poesia di Bertolt Brecht:

Aspiro e richiedo il fine per cui
fin dal primo lume dell'intelligenza
il mondo ha iniziato a camminare
passo dopo passo nel lungo andare
fino a scoprire il sorgere del sole.

Abbiamo bisogno, di fronte al senso del limite, della non onnipotenza che ci consegna una pandemia che ha attraversato la globalizzazione e il villaggio globale, che ha dimenticato che ciascuno deve fare i conti con la sua soggettività, che non può essere resa una realtà poco rilevante, di una grande domanda di spiritualità, di senso del vivere che la necessità di essere anche emozione culturale. 

Ecco perché credo importante la centralità da dare all’enciclica Laudato Si’ e il perché l'abbiamo reso un riferimento importante per Casa della carità contribuendo al percorso dell’associazione Laudato Si’, che è aperta a tutti, ha sede in Casa della carità. Per me l'enciclica ha posto un segno forte anche per il cammino della Chiesa, dell'umanità, ponendo al centro non solo la lotta alla povertà, ma come evitare il pericoloso cambiamento climatico, il contrasto a una economia estrattivista. 

Insomma, etica della virtù e riforme sociali non si escludono a vicenda, anzi, si condizionano reciprocamente. La forte crescita di potere resa possibile dalla tecnologia necessita di una nuova coscienza e di una nuova responsabilità istituzionale. In queste macerie che ci lascia, quando sarà sconfitta e ridotta della sua potenza aggressiva, dovremo non solo dire “Non sarà come prima”, ma far sì che la cultura di pace, il sognare il rifiuto della guerra, una cura della salute non ridotta a mercato prestazionistico, ma per una migliore sanità pubblica, l'accesso a energie più pulite, la difesa dei beni comuni, l'accesso universale all’acqua, potremmo continuare, non solo sono utopie che scaldano i sentimenti e non incidono socialmente, ma punti di partenza vincolanti per una umanità che vuole ancora scoprire il sorgere del sole. 

La Laudato Si’ ci richiama alla conversione ecologica, che è avvertibile se si alimenta una spiritualità gioiosa capace di avvertire che è possibile vivere bene se si lascia fuori, lontano, quell’individualismo esasperato ed egoistico che al massimo si commuove e fa piccole beneficenze, ma ci lascia il libero mercato, il progredire e vivere sulle diseguaglianze, su quel realismo violento che permette di distruggere l'ecosistema. Bisogna allora che gli stili di vita diventino un riferimento coraggioso, che la povertà diventi una beatitudine che si esprime nel cuore. 

Laudato Si’ mette in moto questa speranza che dovrebbe arrivare a scuotere anche il mondo della borsa e della finanza, che neppure si è fermato un’ora in questo resistere alla pandemia. Francesco d’Assisi, il cantore della povertà, ci orienta a un’economia radicale del dono, lungi dalla meritocrazia del liberalismo moderno. 

E allora anche il pregare, il commuoversi, il dar senso all’eroismo pagato con la vita di molti oggi, anche il bisogno di vivere una fede povera e umile che sa che la morte è già sconfitta ci pone alla sequela di Gesù, quella Chiesa ospedale da campo, in uscita, come ci chiede Papa Francesco e non una solitaria consolazione, ma è una indicazione possibile.

Mi è venuto in mente quel «I have a dream», io ho un sogno, di Martin Luther King. Sì, possiamo entusiasmarci ancora e dare un senso al cammino di Casa della carità e alla preghiera e a un amore giusto ai poveri. 

Buona giornata.


Mercoledì 25 marzo - Il mondo nuovo da una donna povera e umile: è l'Annunciazione a Maria

Per la distanza dobbiamo meditare e riscoprire, rileggere i segni di futuro che sono già nel mondo che viviamo, sono tante annunciazioni non ascoltate, tanti sì rifiutati.

Nella preghiera mia mattutina, al sorgere dell'alba, ricordavo tutta la comunità di Tillanzia donne con i loro bimbi, donne sofferenti, ma anche capaci di ridisegnare la vita. E poi Casa Ruth al CeAS, che è abitata da donne che hanno subito violenza e ancora le donne del secondo piano, come diciamo noi di Casa della carità, che fanno fatica a capire perché non possono uscire e che hanno una coabitazione a volte faticosa come sanno Elisa e le operatrici straordinarie per dedizione e professionalità

Oggi pregavo per loro perché è la festa dell’Annunciazione a Maria, così come ci indica il Vangelo di Luca, è l’annuncio dell’angelo Gabriele che dallo stare sul tempio a custodire la preghiera solenne è andato in una piccola e povera casa dove una giovane donna in un periodo di crisi, di perdita di speranza sociale, era fedele, da povera e umile, giovane donna in attesa del messia. Lo attendeva. 

Quell’annuncio: «Gioisci piena di grazia, il Signore è con te» le ha portato la freschezza di un annuncio sorprendente. Lei si interroga sul come e, nella povertà fiduciosa, dice quel sì che feconda il suo grembo, che genera e si apre all’irruzione tenera e amorosa del mistero dell’incarnazione. 

Nove mesi di gravidanza, con quell’andare a trovare la cugina Elisabetta, anche lei attendeva un figlio che sarà chiamato Giovanni e che si mette a danzare nel grembo di Elisabetta che saluta Maria. Questo racconto, meditato tante volte, mi ha fatto sostare questa mattina su questi nove mesi dove Maria dialoga sola con il suo corpo e grembo, con il figlio che deve nascere. 

Vi è un po’ la nuova creazione, il mondo nuovo, ma questi nove mesi di preparazione vissuti nell'intimità da una donna povera e umile come Maria, che continua poi a meditare nel silenzio e che aveva già sentito la profezia del vecchio Simeone, è un po’ il riposo del settimo giorno che apre alla nuova creazione che nasce da questo parto verginale. 

Sì, in questi giorni dove il virus con la sua apparente potenza di male colpisce tra l'altro molti più uomini che donne ci costringe, esige, la solitudine con noi stessi. Per la distanza dobbiamo meditare e riscoprire, rileggere i segni di futuro che sono già nel mondo che viviamo, sono tante annunciazioni non ascoltate, tanti sì rifiutati

Quei nove mesi ci dicono che possiamo, dobbiamo, imparare a dare tempo per attendere la vita. E allora mi sono messo a ricordare quali doni mi ha fatto l'accoglienza di donne umili e povere che mi hanno dato la gioia della speranza. Mi sono ricordato ad esempio di Maria, trovata sulla strada, nuda, in mezzo al freddo, accolta e presa in cura tenera, soprattutto quando il tumore osseo ha segnato la sua vita. L'abbiamo accompagnata fino all'ultimo, Iole le ha preparato il vestito bello perché lei voleva incontrare il tempo che non finisce vestita bene, con i denti rinnovati per poter cantare il canto dell'amore. 
E ho ricordato, mi son messo a dire il Magnificat:

ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.

E ho ricordato anche la preghiera, il Magnificat riletto da Alda Merini, dove tra l’altro dice: 

Se Gesù amò tanto la vita
fino a vestire la sua estrema carne,
fino a diventare bambino,
fino a diventare uomo,
uomo di una madre sconosciuta,
se Gesù diventò l'uomo per eccellenza,
come potete mangiare
anche la sua morte?
Egli la divorò a larghi sorsi,
egli prese le sue labbra,
egli le baciò senza timore,
egli fu il supremo amante
della morte.
Egli fu uomo profeta
che in vita conobbe
morte e resurrezione,
in un giubilo di Pasqua
che lo fece Re.
Ecco chi era mio figlio:
un duro grano di amore.

Mi sono aperta come un libro davanti a Te,
un libro pieno di misure terrestri,
un libro pieno dei fiori della giovinezza, Signore,
un libro pieno dei miei sospiri d'amore.
E ad un tratto Tu sei comparso,
per me, che ero velata d’azzurro,
per me, che godevo la tenerezza della mia adolescenza,
per me, che mi sentivo giovane
e pronta a tutte le battaglie della vita,
per me che avevo lo scudo della parola.

Buona giornata a tutti e possiamo ritrovarci stasera, come ci ha chiesto anche Papa Francesco, alle 21, a pregare il Rosario con su le labbra la gioia di Maria e il Cantico del Magnificat.

Buona giornata


Martedì 24 marzo - Non dimentichiamo chi non ha avuto la consolazione della tenerezza 

Da questi giorni, da questa crisi, non usciremo con aggiustamenti, ma riconquistando la debolezza del sognare e credere possibile un mondo di pace, di cura, di prendersi cura, di valorizzare anche il tempo ultimo della vita come la gioia di un bimbo che nasce.

Tanti pensieri mi accompagnano oggi. Ho cercato di ritrovare le ragioni, le motivazioni, che mi fanno sentire vivo, non appesantito dagli anni, ma con un cuore colmo di speranza, di gioia e di desiderio di vita.  

Un amico vescovo, che vive nella piana di Sibari e che ho incontrato anni fa quando promosse con una lucida anticipazione un primo hospice per i malati di Aids nel territorio pugliese, mi ha inviato una poesia di Khalil Gibran che mi ha accompagnato nella mia giornata

In un campo ho veduto una ghianda:
sembrava così morta, inutile.
E in primavera ho visto quella ghianda
mettere radici e innalzarsi,
giovane quercia verso il sole.
Un miracolo, potresti dire:
eppure questo miracolo si produce
mille migliaia di volte
nel sonno di ogni autunno
e nella passione di ogni primavera.
Perché non dovrebbe prodursi
nel cuore dell'uomo?

Georges Bernanos scrive che: «la gioia viene da una parte troppo profonda dell’anima». E ho avvertito che il rischio di avvolgere l’anzianità da una visione solo di peso o di irrilevanza è un pericolo da allontanare. Non è la cultura della tristezza e della rassegnazione, ma è quella di riscoprire che il tempo di vita è colmo di memorie che regalano futuro. 

In questi giorni di pandemia, di morti che non possono essere nemmeno avvolti di tenerezza e affetto dei cari, ci ritorna il dovere di dare senso a quelle vite, non di scarto ma di sentinelle di futuro, di segnale che così non può andare avanti, che si richiede una cultura, una spiritualità che riconosce parte della fragilità, dà limite a ciascuno di noi e, io stesso, devo ascoltare il limite, diventare assetato di senso. 

La riflessione sugli anziani è una riflessione ampia, ci indica e riguarda la società che vogliamo. Ad uno ad uno, i morti di questa pandemia ci impongono di non considerarli un resto inevitabile, ma dobbiamo partire da loro. Sono gli anziani, le loro vite, la loro memoria, i grandi portatori di futuro. Per Papa Francesco gli anziani danno memoria all'umanità. «È questo patrimonio che va custodito e messo in dialogo con le giovani generazioni», dice ancora Papa Francesco. 

Liliana Segre ha detto: «Bisogna essere forti, bisogna tramandare ai nostri nipoti una storia di forza, di speranza, mai di odio, mai di violenza. Bisogna dare loro una visione d’amore che noi proviamo per loro e che loro proveranno un giorno per i loro figli e nipoti». 

E questo futuro è immaginato lottando contro l'invasione del male, è suggerito dal dare senso a ogni vita, reagendo a quella «Banalità del male», che è la “parola incandescente” di Hannah Arendt. La nostra spiritualità è una ricerca appassionata e confidente che non è indifferenza. 

Da questi giorni, da questa crisi, non usciremo con aggiustamenti, ma riconquistando la debolezza del sognare e credere possibile un mondo di pace, di cura, di prendersi cura, di valorizzare anche il tempo ultimo della vita come la gioia di un bimbo che nasce. 

In Casa della carità stiamo sognando una “città amica degli anziani”, così come anche l'Organizzazione mondiale della sanità proclama e chiede, ma che abbia questa apertura a una valorizzazione del tempo ascoltato e vissuto da ciascuno. Questo tempo di distanza sociale, come dicono, è tempo forse per rientrare nel profondo della nostra intimità, riscoprire che si è amati e destinati a un futuro che è già l'aurora. 

La fede, la laicità della speranza, ci mette nudi e senza appigli se non il lasciarsi condurre dalla vita come dono e da quel “Prima le persone” nel nuovo orizzonte che è la fraternità umana di noi tutti, senza esclusione di quel dialogo sul senso della vita che in me chiede di riposarsi nella parola di Dio. Ma che mi fa ricordare quanto gli anziani che vengono in Casa della carità ci hanno regalato. 

Gli operatori Doudou e Vanessa hanno accompagnato tanti anziani in Casa della carità e molti ci hanno lasciato. Un proverbio senegalese dice: «Quando un anziano muore è una biblioteca che brucia». in quella biblioteca io ci metto il vangelo, Doudou forse il Corano, altri la loro poesia di vita, ma non rendiamo irrilevante e dimenticata la vita di questi anziani, quelli che in questi giorni non hanno potuto avere la consolazione di una tenerezza quando ci stavano lasciando.

Buona giornata.


Lunedì 23 marzo - Restituiscici la gioia di incontrarti e abbracciarti

Ieri sono partito da commozione e stordimento per il dolore della perdita, mi son ritrovato con tanto dolore, ma con una parola scavata in me di fiducia.

Ieri è stato un giorno nel quale ho provato dolore misto a sentimenti di fragilità e inquietudine. Sento spesso ormai l’elenco di numeri di deceduti, ma avere notizia che due grandi amici preti ci hanno lasciato mi ha fatto piombare in una commozione intensa. Con don Giancarlo ho vissuto da direttore Caritas i tempi di dialogo e ascolto degli immigrati, sotto la spinta anticipatrice di Martini. Con don Franco il legame con l'Azione cattolica, che mi ha accolto da giovane prete e rigenerato di entusiasmo sacerdotale, guidati da Maria Dutto che ci ha lasciati nelle scorse settimane.

Ecco, sentire che Giancarlo e Franco non ci sono più, aggrediti da questo maledetto virus mi ha scosso. Mi sono messo a pregare, a ricercare parole, a chiedere a Dio perché. E poi ricercare di respirare nel silenzio, con la parola di Dio, il Vangelo di Matteo che dice pregando: «Non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate». 

Soren Kierkegaard dice: «La preghiera è vera non quando è Dio che sta ad ascoltare ciò che gli domandiamo, ma quando l'orante persevera ad orare fino a quando si mette lui ad ascoltare, e ascolta quello che Dio vuole». Il vero orante sta puramente in ascolto, la preghiera si pone nell'ordine dell'amore, dell'accoglienza della gratuità. 

Ho avvertito allora che il richiamo di Papa Francesco a pregare, a dire insieme a tutte le confessioni cristiane il Padre nostro, a richiamarci tutti alla povertà della preghiera, significa non farci perdere la fiducia che siamo presi per mano da colui che ci ha promesso la sua fedeltà. Solo con questa apertura al silenzio ci fa non solo accettare, ma ringraziare per il dono di avere avuto amici come Giancarlo e Franco. 

Teresa d'Avila dice che «La preghiera è un intimo rapporto di amicizia, di frequente intrattenimento da solo, o con colui da cui sappiamo di essere amati». È quello che Charles de Foucauld diceva: «Io guardo Dio, amandolo; Dio guarda me, amandomi». Mi son ritrovato allora a ringraziare anche per il coraggio che hanno in Casa della carità coloro che stanno preoccupandosi di non abbandonare nessuno. Io li seguo e sento tutta la loro preoccupazione, ma anche la competente professionalità che va oltre il possibile. Non è normale la dedizione, spesso a costo di rischi, perché le persone non sono numeri. Che lo sappiano o no, chiedono di non essere abbandonate. 

Mi rivolgo anche a quelli che dicono di non avere il dono della fede, che consegnano a me un entusiasmo che è segno di un cammino comune, di tempo dato a farci accogliere e capire di essere amati. È quella preghiera che Martini diceva essere aperta a tutti coloro che si ritengono pensanti. Quella preghiera del Padre nostro che Papa Francesco ci ha invitati a dire insieme, perché si è legati da un vincolo di fraternità. Non è il mio Dio, ma il Dio nostro. È l'ingenuità della fede, che non è fuga, ma è coraggiosa follia d’amore, è quella gratuità che Martini volle come direzione del nostro cammino.
 
Ieri sono partito da commozione e stordimento per il dolore della perdita, mi son ritrovato con tanto dolore, ma con una parola scavata in me di fiducia. In una bellissima poesia Ungaretti intreccia silenzio e parola:

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso.

Ho detto spesso che da questa crisi si esce con una spiritualità nuova. Sì, anche con la povertà gratuita del fidarsi di un Dio che non ci abbandona con la sua provvidenza, anzi ci chiede di non chiuderci in un cupo sentimento di impotenza, ma di riscoprire una energia appassionata. E con questi sentimenti, pregando, ho dato senso anche alle mie lacrime per la scomparsa di due amici, come di quanti in questi giorni stanno diventando solo numeri, ma che invece sono ancora protagonisti di una storia di umanità che non finisce perché il tempo è colmo di eternità. 

Giobbe, dice la Bibbia, è stato guarito dalle piaghe e morì sazio di giorni. Signore, dona, ti supplichiamo, all'umanità e alla Chiesa questa sazietà. Con la preghiera vorremmo continuare a chiederti di non far uscire questa umanità da questa pandemia in ritardo, ma di farla uscire al più presto per restituirci la gioia di incontrarti per le strade e di abbracciarti.

Buona giornata.


Domenica 22 marzo - Ho pensato di consegnarmi, nell'intimità del silenzio, la speranza

Certamente è appesantito il mio pensiero in questa domenica. 

La liturgia ambrosiana ci regala il Vangelo del cieco nato e poi guarito, per dare una speranza di luce a chi era rinchiuso nella sua paura indifferente, come i genitori del cieco, che si sono scansati di fronte al miracolo, perché avevano paura. Eppure la luce è stata data a questo cieco che chiedeva l'elemosina alle porte del tempio. 

La nostra umanità è trafitta, è nel buio. La strage di vite umane non è solo cronaca; essa penetra in noi. Trascina paure e senso di abbandono, di rassegnazione.

Ero così, nel silenzio di meditazione, e tra i libri che tengo sulla scrivania, ho trovato quanto scritto da Bonhoeffer in "Resistenza e resa", le lettere scritte dal carcere. È un indicibile coraggio, una luminosa speranza, dove si domanda "chi sono io?" e conclude: 
"Chi sono io? Questo porre domande da soli è derisione.
Chiunque io sia, tu mi conosci, o Dio, io sono tuo!"

E ho ritrovato l'invito di Leopardi nello Zibaldone"Non bisogna estinguer la passione colla ragione, ma convertir la ragione in passione". Che la virtù sia passione, dunque.

Per questo ho pensato di consegnarmi, nell'intimità del silenzio, la speranza. Quanto stiamo vivendo è tragicamente capace di portare sgomento, si è senza parole, ci si consola sulla testimonianza di un'umanità di cura, di bandi affollati di medici e personale sanitario.

Vi è ansia e preoccupazione anche per una realtà come la nostra, dove il personale non è al fronte ma nelle retrovie. Noi ospitiamo e condividiamo con più di 200 donne, uomini e bambini, che alla Casa della carità e a Tillanzia soffrono, vivono di solitudine amara.

C'è paura anche in quella anzianità a rischio, che vede abbassarsi l'età di pericolo: catacombe di vecchi, per i quali la cura ha avuto il limite di scontrarsi con le patologie di vecchiaia. È una drammatica, o rischia di esserlo, rupe tarpea virtuale. 

E sembra inafferrabile questo virus, che gli epidemiologi ormai conoscono e descrivono, ma non sanno debellare se non chiedendo, e giustamente come dovere civico, per sottrarsi al suo contagio, di chiuderci a casa. 

Certamente la domanda radicale di cambiamento, debellato o neutralizzato questo virus, ritornerà e sarà un cambiamento d'epoca per raccogliere già da ora, questa è la speranza, l'invito della Laudato si'. "Tutto l'universo materiale è un linguaggio dell'amore di Dio. Tutta la natura, oltre a manifestar Dio, è luogo della sua presenza", dice la Laudato si'.

Anche per i credenti, coloro che si dicono ammaestrati dal Vangelo, dovrà rinascere un nuovo cammino nella storia umana, una nuova economia, un nuovo modo di produrre e di consumare, di custodire la bellezza. "Il mondo - dice ancora la Laudato si' - è molto di più di un problema da risolvere. È un mistero gaudioso".

Sì, quel cieco che accetta di andare alla piscina di Siloe, siamo noi, Cristo sparpagliato per tutta la Terra. "Il tuo nome è colui che fiorisce sotto il sole", dice Turoldo. Sperare contro ogni speranza in un mondo così sconfitto, che ci sta consegnando la sua fragilità, il suo limite, la sua non onnipotenza, il suo essere basato sulla disuguaglianza, sulla devastazione della Terra, sulla privatizzazione dell'acqua (oggi è la Giornata mondiale dell'acqua). Ma non solo.
Sa ritrovare il coraggio di oltrepassare la paura, di sperare, iniziando a intrattenere un mondo nuovo. Basta accettare di andare, da ciechi, alla piscina di Siloe.

E allora, augurando una buona domenica, feconda e fecondata dalla Parola e dalla preghiera, lascio un frammento di Diario di Etti Hillesum:

“Il gelsomino dietro casa è completamente sciupato dalla pioggia e dalle tempeste di questi ultimi giorni, i suoi fiori bianchi galleggiano qua e là sulle pozzanghere scure e melmose che si sono formate sul tetto basso del garage. Ma da qualche parte dentro di me esso continua a fiorire indisturbato, esuberante e tenero come sempre, espande il suo profumo tutt’intorno alla tua casa, mio Dio. Vedi come ti tratto bene. Non ti porto soltanto le mie lacrime e le mie paure, ma ti porto persino, in questa domenica mattina grigia e tempestosa, un gelsomino profumato. Ti porterò tutti i fiori che incontro sul mio cammino e sono veramente tanti”.

Nella follia da innamorati del Vangelo, proviamo a cantare e a disegnare i colori dell'arcobaleno.

Buona domenica


Sabato 21 marzo - Malgrado tutto, oggi inizia primavera. 

Confesso che ieri, nella mia preghiera serale, ho spinto un po' in là l'orologio, vivendo una veglia di tante ore notturne, di un inizio di primavera.

Avevo bisogno di rileggere la pesantezza del dolore, della drammatica mortalità, con la speranza che si ricava dalla giornata dedicata alle vittime di mafia, che ci vede coinvolti a ridisegnare e tracciare solchi di futuro.

Anche alla Casa della carità ci eravamo preparati. Con Serena, gli ospiti del laboratorio di arte-terapia avevano realizzato un lenzuolo, con il nome di Pompeo Panaro, una delle vittime di mafia da ricordare, come hanno fatto tantissimi, che avrebbero dovuto essere a Palermo nella manifestazione programmata da Libera.

Vivremo però comunque sui social questa manifestazione, che ci consegna la speranza che è possibile vincere anche quel virus criminale, che da più di 100 anni produce morte e penetra nei gangli di tutta la società, al Sud, al Nord, nel sistema del Paese.

È un no a questa rassegnazione, dire un sì con tanti giovani con terreni e case sottratte alla mafia, dove nascono esperienze di socialità, con tanti che hanno dato la vita. 

Ho trattenuto in me nella preghiera i segnali di forti legami e riconoscenza, che con ad esempio con Luigi di Giacomo che a Lamezia è un riferimento che chiede una visione della cura della salute diversa, con monsignor Savino, un amico che sta dando una testimonianza di vescovo nel territorio della piana di Sibari. Ho rivisto tanta solidarietà che mi dà sempre, anche a Milano, l'entusiasmo di Lucilla. Tanta energia di vita, che ritrovo anche nell'enorme generosità professionale che hanno medici e operatori sanitari e anche coloro che sono sul campo dell'ospitalità, qui, tra di noi, nella nostra Casa.

Ho sentito di dire un grazie anche alla testimonianza che danno gli ospiti; ho nominato uno ad uno operatori e amici. 

C'è una motivazione profonda, che è quella spiritualità che ha le sue radici nello scegliere la povertà, la condivisione con i poveri, punto di partenza per un futuro regalatoci da questa fraternità, che sa aprire breccia anche nella potenza violenta della morte.

Papa Francesco ci sta consegnando questa testimonianza di una preghiera avvolta di silenzio. Ogni mattina ci consegna questa spiritualità che entra in noi, entra in me. E ormai trascinato da questi pensieri apparentemente slegati, ho ricordato San Francesco che ha vissuto la sua esperienza nell'incontro con i lebbrosi, mettendosi anche nudo, per esprimere un distacco dall'illusione mercantile dal vivere il dolore crocefisso con le stigmate, dal dare a noi, a me, la testimonianza che con i poveri si fa breccia nel futuro, si fa palpitare di Vangelo il cammino di un'umanità fraterna, di donne e uomini di buona volontà. 

Ho capito cosa vuol dire avvertire l'importanza della Laudato si', che ci chiede di partire dagli stili di vita, non ritenerli soltanto una conseguenza. Dalla denuncia vissuta delle disuguaglianze, della povertà, per ridare una prospettiva nuova a una nuova epoca che sta per nascere e deve essere ridisegnata con radicalità nuova.

E ho risentito la freschezza del linguaggio delle beatitudini, con quella follia della carità fuori dagli schemi, che sa intravedere la capacità di amare, la capacità di cogliere energie di vita. 

Negli ultimi momenti di vita, san Francesco volle fosse letto il Salmo 141, Salmo di Passione, e che gli fosse cantato anche il Cantico delle creature, cui volle aggiungere la lode per la morte, voluta come sorella che conduce a Dio. E qualche giorno prima di morire, volle che fosse mandato a una sua amica romana, donna Giacoma, una lettera: "Sappi, carissima, che la fine della mia vita è vicina. Porta con te un panno scuro, su cui possa avvolgere il mio corpo, e i ceri per la sepoltura. Ti prego di portarmi anche quei dolci, che eri solita darmi quando mi trovavo malato a Roma".

Quella tenerezza, che sa anche non farsi travolgere dall'evidenza forte della violenza del virus, ma che sente un soffio, che è anche capace di preparare un abitare futuro diverso.

Sì, malgrado tutto, oggi inizia primavera. 

Noi, come indica Libera, stasera alle 20 vivremo un minuto di preghiera o di silenzio, per ritrovare e fare memoria delle vittime di mafia, risentire un po' il profumo della pienezza della vita e il coraggio di respingere quel male che sembra dilagare; farsi trascinare da quella follia liberante, che è partire da quelli che riteniamo socialmente scarti, per ricostruire un futuro dove si respiri giustizia, si avverta che si può vivere quella che Francesco chiama nella Laudato si' "conversione ecologica".

Pensieri tumultuosi, quelli di questa veglia, ma che mi fanno dire a tutti in modo colmo di amicizia, in modo non paradossale, buon inizio di primavera.

Sì, regaliamoci futuro.
 


Venerdì 20 marzo - Un venerdì di passione

È questo cuore che palpita, è questo mio essere con chi è sul campo, con coloro che raggiungo telefonicamente, con coloro con cui ieri ho parlato della Laudato Si’, con il cuore carico delle emergenze che sento: un consentire nel deserto il profumo e il profilo del vento. 

È davvero un venerdì di passione. I numeri drammatici dei morti avvinti nella solitudine, quella fila di automezzi militari che portano le bare in un luogo anonimo, sono immagini che entrano nel cuore. È una Via crucis fatta di cadute, volto asciugato con la compassione di donne, ferite laceranti e corpo piagato che finisce per riposare sulla croce. Dove si abbatte anche l’ironia pesante dei passanti: «Se è davvero il re dei giudei, salvi se stesso e scenda dalla croce». 

È la Via crucis di questo pellegrino che è Gesù, che pure nella vita aveva guarito. Ieri ho tenuto tra le mani il Vangelo, ho ricercato i racconti delle guarigioni: ben 53 miracoli ci sono nel vangelo e 19 episodi di guarigione. Ho letto i vangeli non per la statistica, come ormai siamo abituati nella programmata ora della conferenza stampa della Protezione civile dove si danno i numeri dei contagiati, dei guariti e dei morti, ma perché sono colmo di interrogativi e inquietudine.
“Dio dove sei?”, è la domanda che ho ritrovato nel diario di Etty Hillesum:

«E quando la burrasca sarà troppo forte e non saprò come uscirne, mi rimarranno sempre due mani giunte e un ginocchio piegato. È il mio gesto più intimo, ancor più intimo dei gesti che riservo a un uomo». 

Ecco, Etty mi ha dato una lezione, che ha fatto vibrare il mio cuore. «E se sopravviveremo intatti a questo tempo, corpo e anima ma soprattutto anima, senza amarezza, senza odio, allora avremo anche il diritto di dire la nostra parola a guerra finita». 

Dolore e fede pensando alle ingiustizie sociali. Ecco, oggi mi metterò in ginocchio a pregare. Non è certamente una risposta, ma è un accompagnare il dolore non smarrendo la speranza. Un proverbio cinese afferma: «Se vuoi tracciare diritto il tuo solco punta l’aratro verso una stella». È questo cuore che palpita, è questo mio essere con chi è sul campo, con coloro che raggiungo telefonicamente, con coloro con cui ieri ho parlato della Laudato Si’, con il cuore carico delle emergenze che sento: un consentire nel deserto il profumo e il profilo del vento. 

Ostinatamente sento che il silenzio della condivisione mi fa ritrovare musica e poesia. Alda Merini diceva: 

Io non ho bisogno di denaro.
Ho bisogno di sentimenti.
Di parole, di parole scelte sapientemente,
di fiori, detti pensieri,
di rose, dette presenze,
(…)
Ho bisogno di poesia,
questa magia che brucia
le pesantezza delle parole

Son corso anche a sentire Guccini, grande poeta e musico che ha una densità alta, vero cantore del quotidiano con la malinconia che pervade i suoi testi, malinconia non drammatica, ma evocativa di una nostalgia del futuro. Sì, questi pensieri vogliono dialogare con tutti noi, operatori, volontari, credenti, non credenti, perché dobbiamo riscoprire un linguaggio comune, una spiritualità che nasce da questa Via crucis che viviamo. 

Se riuscissimo, come ieri ho fatto, a convocarci alle 21 per la recita del rosario e a dirci che viviamo un silenzio di intercessione per sentire insieme nel deserto il profumo del vento? Quindici minuti di silenzio, che dite?

Buona giornata


Giovedì 19 marzo -Dobbiamo poter avvertire l’irruzione della felicità

La preghiera è il Cantico delle creature di Francesco, per non solo resistere, ma ritrovare già oggi in questa clausura imposta che ci lascia sentimenti e consapevolezza di impotente fragilità, la gioia che ha il sapore dell’eternità. 

Si avvicina la primavera, il tempo bello ci inviterebbe a uscire, cantare, correre. Ieri ho ripreso a leggere il Cantico dei cantici, assetato come sono di amicizia, incontri, profumi, poesia. «Più forte della morte è l’amore», si dice nel cantico. E attorno è primavera, è il Dio della tenerezza. 

Nella profezia di Osea si parla di un Dio che dice: «Io li traevo con legami di bontà, con vincoli di amore, ero per loro come chi solleva un bimbo alla sua guancia». Ho avvertito quanto sia importante rivivere in noi l’innocenza dei bimbi, per non dimenticare i sogni, la gioia, il gioco: «Se non diventerete come bambini», ci richiama il Vangelo. E Shakespeare afferma che «la speranza è la materia di cui sono fatti i sogni».

Sì, in questi giorni che si protrarranno con drammi vissuti  e ascoltati, con il cuore colmo di dolore e dove la paura penetra in noi, dobbiamo poter avvertire l’irruzione della felicità, del canto, per poter riaprire dialoghi di intimità, di gioia. Lo dico proprio quando stiamo vivendo l'esplosione della mortalità e ci ha colpito la morte di Maria, la presidente dei volontari del Centro Ambrosiano di Solidarietà, che ha dato tutto a questa associazione con la quale aveva condiviso il cammino del proprio figlio. 

Eppure ho ritrovato in me una preghiera che è diventata un far affiorare sulle labbra, carichi dell’interrogativo radicale «Dio dove sei?», il Cantico delle creature di Francesco, per non solo resistere, ma ritrovare già oggi in questa clausura imposta che ci lascia sentimenti e consapevolezza di impotente fragilità, la gioia che ha il sapore dell’eternità. 

Sì, ho ritrovato in me quella gioia che è intima, che attraversa e condivide il dolore come ci insegna Papa Francesco, che dice: «Vivere fino in fondo ciò che è umano e poi introdursi come fermento nel cuore delle sfide di qualsiasi società migliora il cristianesimo e feconda la città. È l’arte di contemplare, commuoversi e fermarsi di fronte all'altro tutte le volte che sia necessario. 

La mia fede è interrogata, è nuda di fronte a questa tragedia, ma dobbiamo mantenere i sentimenti umani, l'amore colmo di orizzonti di speranza. La preghiera è quella che Francesco, con il Cantico, ci ha insegnato e non dimentichiamo che lui lo ha cantato negli ultimi giorni della sua esistenza quando il dolore alla sua vista era colmo di sofferenza, era malato e chiamava sorella anche la morte. 

E mi sento di dire un grazie, soprattutto, a operatori e volontari che siete, come si dice, in trincea che con la vostra professionalità, dedizione di cura, motivazioni, mi regalate insieme a tanti altri che stanno vivendo questa realtà di sofferenza la possibilità di sognare: regaliamoci futuro.

È tempo di camminare verso la Pasqua anche come Chiesa comunità che sa, e sono parole di Dietrich Bonhoeffer, che la ripresa della Chiesa viene sicuramente da una specie di nuovo monachesimo, che abbia in comune con l'antico solo l'assenza di compromessi di una vita secondo il Discorso della montagna.

E vorrei, in questa strana Quaresima dove la Via crucis e il dolore sono già assettati di resurrezione che quasi la vorrebbe affrettare, lasciare a voi quell’inno di Pasqua di David Maria Turoldo, tratto dalla sua poesia ‘Io voglio sapere’: 

Io voglio sapere
se Cristo è veramente risorto
se la Chiesa ha mai creduto
che sia veramente risorto.
Perché allora è una potenza,
schiava come ogni potenza?
Perché non battere le strade
come una follia di sole,
a dire “Cristo è risorto, è risorto”!
Perché non si libera della ragione
non rinuncia alle ricchezze
per questa sola ricchezza di gioia?
Perché non dà fuoco alle cattedrali,
non abbraccia ogni uomo sulla strada
chiunque egli sia,
per dire solo: “È risorto”!E piangere insieme,
piangere di gioia?Perché non fa solo questo
dire che tutto il resto è vano?
Ma dirlo con la vita con mani candide
occhi di fanciulli.
Come l'angelo del sepolcro vuoto
con la veste bianca di neve nel sole,
a dire: “Non cercate tra i morti
colui che vive”!
Mia Chiesa amata e infedele,
mia amarezza di ogni domenica,Chiesa che vorrei impazzita di gioia
perché è veramente risorto.
E noi grondare di luce
perché vive di noi:
noi questa sola umanità bianca
a ogni festa
in questo mondo del nulla e della morte.
Amen

Buona giornata


Mercoledì 18 marzo - Nella notte più oscura sorgono i grandi profeti e i santi

Condividere è legame, è farsi interrogare dai poveri, dal loro vivere

Sicuramente gli avvenimenti decisivi della Storia del mondo sono stati influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di Storia”. È una frase di Papa Francesco nella “Gaudete ed exultate”, che è l’esortazione alla chiamata alla santità.

E mi ha fatto pensare al mio piccolo, alla mia storia che sto vivendo con voi, a quanto sto imparando dai più piccoli, da quelli che non ce la fanno e in questi giorni soffrono, perché la loro solitudine significa star male, sentirsi senza appoggi, pieni di paura.

Ho cercato di assumermi questo compito di telefonare a persone che conosciamo, che sono state ospiti da noi o che abitano negli appartamenti che la Casa della carità gestisce sul territorio di Milano. È un modo, pensavo, di continuare ad aiutare. Mi sono ritrovato, invece, un grande dono. Ho scoperto quanto loro ci tengono all’amicizia, quanto mi regalano amicizia. Beppe, ad esempio, mi ha detto: “Tengo via una bottiglia di vino buono per condividerla insieme”. 

Condividere è legame, è farsi interrogare dai poveri, dal loro vivere. Ritornerà un’esigenza di stili di vita differenti e questi potranno stare se il linguaggio delle beatitudini saprà essere motore di una nuova condivisione.

Il Mahatma Gandhi affermava: “Smetteremo di pensare a prendere tutto ciò che possiamo, anzi: rifiuteremo di ricevere quello che non tutti possono avere”.

Un teologo a me molto caro, Raimon Panikkar, parla di una nuova innocenza. Dopo millenni di cultura della forza e della guerra, l’unica alternativa è una cultura della solidarietà e della pace.

Ripensavo a questo, proprio con il cuore colmo di inquietudine e di dolore. Penso a coloro che sono morti nella solitudine, diventati numero, dove si cerca solo di sapere se avessero patologie pregresse, quale la loro età, per dare sicurezza a noi che siamo ancora qui, anche anziani. Ma ci sta il dolore dei familiari, che non possono piangere con loro, dare una carezza, una tenerezza. È un dramma.

Lo sentivo anche in me mentre, nel pomeriggio, dicevo il rosario, come mi ha insegnato a fare mia mamma, che lo recitava mentre alla sera mi preparava il letto nella cucina che diventava stanza. La fede popolare, colma di sentimenti veri, dove bisognerà ritrovare quel capitolo di senso che la tecnocrazia e il cosiddetto progresso hanno smarrito. 

Madre Teresa diceva: "Noi accogliamo i fratelli morenti, ben sapendo di non essere in grado di evitare loro la morte. Ma ciò che dobbiamo fare è che nessuno muoia senza essere stato amato”.

È la forza dell’amore, che è anche amicizia, quella che ho con voi, invitandovi in questi tempi bui a trovare la spiga buona. Un’unica spiga nel campo conta di più di tutte le erbacce del campo. Ce lo ha insegnato Martini, Dio è eccedente, cioè la carità è eccedente. 

L’apostolo Paolo diceva: “Dov’è, o morte, il tuo pungiglione?”. Per noi è questo virus. Ormai non pungi più, perché Cristo ha vinto la morte.

Un augurio a tutti noi.
Buona giornata


Martedì 17 marzo - La pesantezza sofferta di chi è sul campo

Crescono le difficoltà di famiglie con figli disabili o con anziani e delle realtà comunitarie come la nostra. Accompagno queste resistenze con una preghiera amica. Sentiamoci davvero insieme, non isolati. 

Ieri ho avvertito la pesantezza sofferta di chi è sul campo, ad uno ad uno ricordato nella preghiera, nei sentimenti di amicizia. Gli operatori della Casa della carità che si ritrovano ad avere una funzione “custodialistica” nel cercare di non far uscire le persone ospiti, perché il ritorno sarebbe stato impossibile. Si son dovuti fare interventi anche di emergenza, ma insieme si è inventato il possibile perché si condividesse tra tutti questi fatica, questo tempo di imposta clausura. 

Stanno crescendo nel paese, nelle realtà che anche conosciamo, appelli di famigliari che hanno figli disabili sofferenti, realtà di famiglie che hanno gli anziani in casa, realtà comunitarie come la nostra che non ce la fanno a contenere le persone. Ieri mi sono messo a telefonare a Osvaldo, Tito, Angiolina, Marco, Loredana. La vicinanza di Angiolina è stata importante, ha più di 90 anni e quando le ho chiesto cosa le mancasse, mi ha risposto: «Mi manca la messa». È una donna straordinaria. Potrei continuare, nella parola non consumata dalla retorica. La mia preghiera è stata avvolta da questa fatica, il mio grazie a chi è sul campo. Sentiamoci davvero insieme, non isolati.

Certamente vi è un inno di incoraggiamento a chi lavora negli ospedali, medici, infermieri, persone che operano nella logistica. Ma con loro, ci sono anche persone che sul territorio sono in relazione di condivisione, non solo per dare un aiuto di cibo, ma di residenza, di "stare con". Pensate cosa significa per alcune realtà ospitare donne e uomini che hanno una qualche forma di dipendenza, il fatto di non uscire. Non ci sono risposte. 

C'è bisogno di un investimento di solidarietà istituzionale che non può essere solo un riconoscimento di buon volontariato. Per noi, vi è una scelta professionale - che è quella che intravedo - che fa scattare quella energia culturale, politica e, soprattutto in questa fase, spirituale. Scelta che è nel cammino di Casa della carità che stiamo cercando di compiere. Si chiede una resistenza che è accompagnata, almeno da parte mia, da una preghiera amica. 
Vorrei chiudere con una frase tratta dal Diario di Etty Hillesum:

«A ciascun giorno basta la sua pena. Si devono fare le cose che vanno fatte e per il resto non ci si deve lasciare contagiare dalle innumerevoli paure e preoccupazioni meschine, che sono altrettanti motivi di sfiducia nei confronti di Dio. In fondo il nostro unico dovere morale è quello di dissodare in noi stessi vaste aree di tranquillità, di sempre maggiore tranquillità, fintanto che si è in grado di irraggiarla anche sugli altri e più pace c'è sulle persone, più pace ci sarà in questo mondo agitato».

Davvero buona giornata, sentiamoci vicini.


Lunedì 16 marzo - «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio»

Numeri, numeri, quantità senza volto, senza nome. Eppure palpiterà ancora il nostro cuore, il nostro stringere una mano, accarezzare una speranza, sentire un pianto, vedere un sorriso. 


Inizia una nuova settimana, pare in attesa del picco. Cresce un senso di impotenza. Perché succede? è la domanda che ci stiamo facendo e che ci deve accompagnare. Un po’ tutti diciamo che non sarà più come prima. Certamente vi sono riferimenti più ampi e di riflessione che dovremmo riprendere in mano, a partire dalla Laudato si’ con il suo richiamo a un cambiamento di visione. Ci sarà tempo per farlo, ma certamente la fede che mi anima è interrogata.

Aumentano gli appelli alla preghiera, e mi ha interrogato molto Papa Francesco che cammina solitario nelle strade di Roma e va a inginocchiarsi al crocifisso. Rileggo in questi giorni il diario di Etty Hillesum, uccisa a 29 anni, ad Auschwitz, il 30 novembre 1943. In un passaggio dice: «Negli anni a venire sarà il vostro orgoglio e la nostra vittoria il fatto che ogni colpo distruttivo che hanno cercato di infliggerci si sia trasformato nel suo contrario, facendo avanzare soltanto la nostra forza e nostra crescita».

Sì, voglio inviti non generici o retorici, la spinta che ci accompagna deve essere radicale. La sofferenza che hai di fronte può essere riassorbita, ma deve trovare uno spazio dentro di noi, impedendo che ci travolga e si sostituisca all’amore. 

Il poeta Miklós Radnóti diceva: «Ora la morte è un fiore di pazienza».

Continuo a cercare di ritrovare un senso a quanto succede al mio stare accanto a voi, che siete sul campo; a chi raggiungiamo con parole, telefonando, sentendoci vicini; a chi ci lascia e non ritorna. Questo silenzio diventa ascolto, il come farcela rimane uno spazio che va coltivato nel profondo di noi stessi

Etty Hillesum diceva ancora: «Se Dio non mi aiuterà più, allora sarò io ad aiutare Dio». Sì, la preghiera è questa ostinata pazienza dedicata alla vita, è una preghiera che è anche poesia. Ho pregiato e vissuto così anche la mia preghiera. Numeri, numeri, quantità senza volto, senza nome. Eppure palpiterà ancora il nostro cuore, il nostro stringere una mano, accarezzare una speranza, sentire un pianto, vedere un sorriso. E capire che quei numeri non sono numeri, sono dolore e gemito.

Buona giornata.


Domenica 15 marzo - Non disperdiamo la domanda di umanità

Oggi vivrò questo silenzio tra i muri del mio studio, e celebrerò l'Eucarestia, come faccio ormai da giorni, in privato.


Oggi è domenica, ma i giorni del contagio parrebbero ripetersi con una ritualità feriale. Eppure abbiamo mantenuto il valore del tempo, che va colmato di attesa, di futuro.

Sto ripensando a come stiamo subendo, senza indicare responsabilità, la pesantezza dell'essere anziani e per di più, come si dice, con patologie pregresse. 

Accanto a questa conferenza stampa diffusa, che si fa notizia diffusa, ci stanno la quotidianità e il valore di ogni vita umana, dell'affetto che attornia e sostiene. Io ho sentito il dolore di una donna amica, che non può andare in ospedale a trovare il marito colpito dal virus. Si diventa persone drammaticamente sole, affidate alla macchine della terapia intensiva.

Penso a tutta questa vicinanza spezzata. 

Stare in casa è un dovere civico, si dice; e lo è davvero, per salvare un futuro possibile. Si comincia ad avvertire che non basterà più dire noi e non io, ma dovremo dire fratelli e sorelle. Dovremo sapere far crescere un sentimento di amicizia. Una vita che è capace di custodire memoria di umanità.

E forse l'essere anziani è un patrimonio importante. Dobbiamo non disperdere la domanda di umanità, che può nascere anche dai balconi dove si canta, ma che sta soprattutto nel profondo di ciascuno, il quel monastero di silenzio che può essere anche spazio contemplativo. 

La domenica era, per me, un tempo in cui, preparandomi all'Eucarestia domenicale, vivevo la mia ora di adorazione inginocchiato davanti al crocefisso che abbiamo nella nostra cappella di Casa della carità. Oggi vivrò invece questo silenzio tra i muri del mio studio, e celebrerò l'Eucarestia, come faccio ormai da giorni, in privato. 

Ho ritrovato un libretto di Arturo Paoli, "Prendete e mangiate". Dice:

L'Eucarestia non deve consolare, ma trasformare la storia umana, con una dinamica di amore e liberazione.

Ricorderò in modo intenso, uno a uno, chi sta operando alla Casa della carità e gli ospiti, soprattutto. Coloro che non ce la fanno a stare in casa e stanno male. E penso a tutte le mamme, e a una in particolare, che ha il figlio all'ex ospedale psichiatrico di Castiglione delle Stiviere: non può incontrarlo e non può neppure telefonargli.

Chiudo con una poesia di Dietrich Bonhoeffer, "Cristiani e pagani". Dice così:

Uomini vanno a Dio nella loro tribolazione,
piangono per aiuto, chiedono felicità e pane,
salvezza dalla malattia, dalla colpa, dalla morte.
Così fanno tutti, tutti, cristiani e pagani.

Uomini vanno a Dio nella sua tribolazione,
lo trovano povero, oltraggiato, senza tetto né pane,
lo vedono consunto da peccati, debolezza e morte.
I cristiani stanno vicino a Dio nella sua sofferenza.

Dio va a tutti gli uomini nella loro tribolazione,
sazia il corpo e l'anima del suo pane,
muore in croce per cristiani e pagani
e a questi e a quelli perdona.

Buona domenica


Sabato 14 marzo - Lacrime 

Ricerco le ragioni di una speranza che sta ricostruendosi attorno alla sofferenza


Oggi, sabato 14 marzo, debbo continuare a ritrovare la bussola che orienti il cammino di questi giorni bui, dove la paura prende corpo, si fa corpo. Ieri ho cercato di consegnarmi il valore del silenzio, oggi invece continuo a pensare in un modo non soltanto astratto. Ricerco le ragioni di una speranza che sta ricostruendosi attorno alla sofferenza, all’umano soffrire. È il linguaggio delle lacrime, quelle che non possono essere condivise se non in privato. Non sono possibili i funerali, ad esempio, eppure ci sono. Gregorio di Nazianzo parla delle lacrime come di un quinto battesimo.

C'è un modo per non disperdere questo patrimonio di umanità e di dedizione che ci stanno offrendo, non solo come testimonianza, coloro che curano. Tra questi metto e sento i nostri operatori della Casa della carità, rimasti  a trattenere ospiti che fanno fatica a capire. A loro va un grazie sincero, una vicinanza profonda. Spiegare a Rinaldo che deve stare in casa è impossibile. Lui ieri ha detto: «Io devo andare a lavorare», laddove il suo lavoro è cercare tra gli avanzi per bere e sorseggiare alcol. Eppure non può mancare il sentirlo parte del nostro sentimento di fraternità. Non so se tornerà, ma noi non lo dimentichiamo. 

Rileggevo una frase che è della saggezza dell’induismo: «L’uomo virtuoso deve imitare l’albero di sandalo, che quando lo si abbatte profuma la scure che lo colpisce». Dobbiamo recuperare la sapienza, che ormai è alla radice e ci coinvolge.

Mi sono sentito di rileggere la profezia di Gioele:

Dopo questo, 
io effonderò il mio spirito
sopra ogni uomo
e diverranno profeti
i vostri figli e le vostre figlie;
i vostri anziani faranno sogni,
i vostri giovani avranno visioni.

Anche sopra gli schiavi e sulle schiave
in quei giorni effonderò il mio spirito.

(Libro del Profeta Gioele, capitolo 3, versetti 1-2)

Buona giornata.


Venerdì 13 marzo - Silenzio 

Riscopriamo la fecondità del silenzio, quello che sta davanti al dolore impietrito, pazienza che disarma la violenza, l'assurdità del dolore. 


Oggi mi ritrovo senza parole, quasi affaticato dalla tempesta di frasi fatte che invoca un silenzio carico di intimità e di un ascolto che converte davvero la nostra superficialità. Mi sono messo allora a prendere in mano il libro di Giobbe, non per imparare dai finti saggi che sapevano tutto, ma dal dolore paziente di Giobbe, che sa protestare portando su di sé il dolore del silenzio. 

Ho nel cuore il dramma dei parenti che neanche hanno potuto accompagnare alla sepoltura il proprio caro. Avverto il dolore di non aver potuto accompagnare alla sepoltura l’amica Maria Rosa, che in obitorio attende ancora il funerale. Ho riletto Giobbe 2 11-13, dove al termine, dei tre saggi si dice che, di fronte a Giobbe: “nessuno gli rivolse una parola, perché vedevano che molto grande era il suo dolore”.

Allora dobbiamo ascoltare il silenzio, cercando di trattenere il gusto del silenzio, attraverso l'arte, la poesia, la musica, la pittura. Ho letto la preghiera di un vescovo dell'America latina che dice così: 

Disseminando parole
dai miei silenzi vengo
e nei miei silenzi vado
e nei tuoi silenzi 
coltivi il grido che trattengo
e il silenzio che sono

Nella mia ricerca di riflessioni, mi sono ritrovato tra le mani una poesia bellissima di Pablo Neruda, intitolata proprio ‘Silenzio’.

Io che crebbi dentro un albero
avrei molte cose da dire,
ma appresi tanto silenzio
che ho molto da tacere:
questo si conosce crescendo
senz'altro godimento che crescere,
senz’altra passione che la sostanza,
senz’altra azione che l’innocenza,
e dentro il tempo dorato,
finché l'altezza lo chiama
per convertirlo in arancia

Ecco, riscopriamo la fecondità del silenzio, quello che sta davanti al dolore impietrito, pazienza che disarma la violenza, l'assurdità del dolore. Condividiamo insieme questo anche da persone che sentono il dramma. Aumentano le regole che impongono lo stare in casa, i segnali di speranza diventano invocazioni, accolte da tutti, travolti dalla paura del contagio. È un virus che colpisce il contatto fisico, la distanza cancellata. Gli anziani più fragili mostrano e ci lasciano la domanda sul senso del vivere abitando il tempo. Io sono qui a casa, pregando, riflettendo, leggendo, affrontando grandi interrogativi e inquietudini. L'invocazione e la preghiera rituale sento che non bastano, ci è chiesto di scavare in profondità, lasciarsi afferrare dal limite, dalla precarietà e dalla fragilità.

La mia, e per molti la nostra, fede si affida a un Gesù che ha avuto la vita distrutta da giovane, 33 anni appena, con un corpo martoriato, una sconfitta educativa forte, visto che i discepoli lo  hanno abbandonato, un gemito finale che è un invito alla logica del perdono e della rinascita. La vittoria sulla morte, un paradiso che è cieli nuovi e terra nuova. Sì, ripensavo che abbiamo bisogno di una nuova spiritualità, scavata nel silenzio della condivisione e delle fragilità, una fede non onnipotente, svuotata, scandalosa. 

Gesù stesso ha tremato di fronte a questa follia della rassegnazione, del potere, della violenza, del tradimento: «Padre allontana da me questo calice, non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Ecco, ritorna questo fidarsi, abbandonarsi, vivere questo innamoramento di Dio per la vita di ognuno, per quel paradiso che non sappiamo, che abbiamo perduto, ma che ci sarà. Anzi è proprio lì che ci attende se sappiamo non farci trascinare dal desiderio di onnipotenza. Quell’albero della vita va rispettato, tocca a noi attendere nella fragilità e nel limite. Ecco perché la profezia della vita è crocifissa, ma è in noi oggi, in me, si dilatano l’attesa e la speranza. Davvero è il linguaggio nuovo della condivisione e della povertà, dei volti dei poveri, della nostra povertà, della nostra fragilità.

Buona giornata.


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