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Coronavirus: servono tamponi nei centri di accoglienza e maggiori spazi per i contagiati

Il presidente della Fondazione don Virginio Colmegna lancia un appello a Regione Lombardia e Comune di Milano. "Per affrontare l'emergenza Covid-19, sono urgenti interventi e collaborazione. Altrimenti, le strutture come la nostra rischiano di diventare dei nuovi focolai, come drammaticamente avvenuto nelle RSA”.

9 aprile 2020

La Casa della carità lancia un appello urgente a Regione Lombardia e Comune di Milano per garantire la salute di tutti durante l’emergenza causata dal Coronavirus. Gli ospiti dei centri di accoglienza e gli operatori sociali vanno sottoposti a tampone e vanno individuati spazi di accoglienza aggiuntivi.

“Servono con urgenza interventi e collaborazione. Altrimenti, le strutture come la nostra rischiano di diventare dei nuovi focolai, come drammaticamente avvenuto nelle RSA", afferma don Virginio Colmegna, presidente della Fondazione Casa della carità. "Mi riferisco a tutti i luoghi che accolgono minori, anziani, senza dimora, rifugiati, persone con disabilità, con problemi di salute mentale o con dipendenze e a quei luoghi dove vivono cittadini privati della libertà personale”. 

Nei giorni scorsi la Fiopsd, Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora, di cui la Casa della carità fa parte, ha inviato una lettera ai presidenti della Repubblica e del Consiglio. Nel testo, chiedeva più dispositivi di protezione individuale per operatori e persone senza dimora, soluzioni alloggiative emergenziali, tracciamento e interventi tempestivi con azioni di screening e somministrazione di tamponi. Sono richieste che la Fondazione condivide e rilancia con forza. 

La situazione alla Casa della carità

Fin dall'inizio dell'emergenza sanitaria, la Casa della carità ha messo in campo uno sforzo organizzativo, umano ed economico importante. Ha compartimentato gli spazi e ripensato la struttura. Poi, ha riorganizzato i turni degli operatori per minimizzare i contatti. E, soprattutto, ha lavorato con gli ospiti affinché capissero l’importanza di restare a casa e di mantenere le distanze. 

Negli scorsi giorni, però, sono stati registrati due casi di contagio, nella sede principale di via Brambilla.

Attualmente la Fondazione ospita nei suoi progetti di accoglienza nella città di Milano circa 300 persone. In via Brambilla, vivono al momento 74 persone e operano, a turno, 28 lavoratori, tra operatori sociali, medici, addetti alla logistica e alle pulizie. La Fondazione sta mantenendo i contatti con le persone contagiate. Tutte le procedure del caso sono state applicate, a partire dall’isolamento dei contatti stretti, per i quali è stato richiesto il tampone, fino alla sanificazione degli spazi. 

Tamponi, spazi e attenzione per la salute mentale

“Siamo preoccupati che i nostri sforzi vengano vanificati e che, con il prolungarsi dell’isolamento, le forze si logorino", spiega don Colmegna. Per questo, la Fondazione chiede alle istituzioni che gli ospiti dei centri come il nostro e gli operatori sociali che lavorano a stretto contatto con loro siano sottoposti a tampone e che vengano trovati nuovi spazi per l’ospitalità di persone fragili, per alleggerire le strutture d’accoglienza.

"Questo - riprende il presidente della Fondazione - consentirebbe di riorganizzare nuovamente le strutture. Potremmo rispondere al meglio alle esigenze di cura chi è stato eventualmente contagiato e delle persone che sono entrate in contatto con loro. Potremmo, inoltre, salvaguardare la salute di tutti gli altri ospiti e degli operatori. Non vogliamo vanificare tutti i grandi sforzi fatti finora”.

Don Colmegna fa inoltre appello alle istituzioni affinché non dimentichino le persone con problemi di salute mentale. Alla Casa della carità ne sono ospitate molte, per le quali è quasi impossibile trovare soluzioni alternative. "Garantire la salute dei più fragili ed esclusi è compito delle istituzioni, e non può essere un problema da delegare a onlus e volontari, che si stanno già spendendo con grande dedizione”.

La salute dei più fragili è la salute di tutti

Sappiamo di fare queste richieste in un momento molto difficile, ma siamo convinti che tutelare la salute dei più fragili significhi tutelare la salute di tutti. È una questione di diritti e di cittadinanza. Il virus ha confermato la fragilità e la vulnerabilità di un sistema sociale, sanitario ed economico che non custodisce la debolezza e che va ripensato", conclude don Virginio Colmegna."Come ha giustamente ribadito la portavoce del Forum Terzo Settore, questo compito non può spettare solo alle organizzazioni non profit ma alla società a tutti i livelli. Per uscire dall’emergenza, è fondamentale lavorare anche nelle nostre comunità e nei territori”.

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