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Casa della Carità
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#CDC10 - CARITÀ E CULTURA

La celebrazione del decimo anniversario della Casa

25 novembre 2014

Il 24 novembre, nel nostro auditorium, si è discusso di "Carità e cultura. I poveri hanno molto da insegnarci"con il Cardinale Angelo Scola e Massimo Cacciari

 

In un auditorium affollato di autorità civili e religiose, di personalità del mondo della cultura, dell'impresa e della politica, di semplici cittadini, di ospiti, operatori, volontari e amici della Casa, a dieci anni esatti dall’inaugurazione ufficiale del 24 novembre 2004, si è svolta lunedì la celebrazione del decimo anniversario della Casa della carità di Milano. Una tappa importante nella vita di un’istituzione che in dieci anni ha accolto e ospitato 2.507 persone bisognose provenienti da 95 diversi Paesi.

Nell’occasione l’Arcivescovo di Milano, Cardinale Angelo Scola e il filosofo Massimo Cacciari, insieme al sociologo Mauro Magatti e al presidente della Fondazione don Virginio Colmegna, hanno discusso sul tema “Carità e cultura. I poveri hanno molto da insegnarci”.

Le cronache della serata dalle pagine dei quotidiani. 


Corriere della sera

L’appello del cardinale Angelo Scola a «ritrovare il nesso tra carità e cultura». Il monito del filosofo Massimo Cacciari contro l’idea attuale di «ricchezza che produce solo disuguaglianze» e di una «cultura odierna che non sa affrontare il problema della povertà». L’avvertimento finale di entrambi, riprendendo quello di papa Francesco, che «o si cambia mentalità o il contraccolpo arriverà»: quando un pezzo di mondo sarà «sopraffatto da chi non ha nulla da perdere». 

Questo il dibattito, moderato dal sociologo Mauro Magatti, che ha animato ieri il decimo compleanno dalla Casa della Carità, l’istituto voluto dal cardinale Carlo Maria Martini che ha finora accolto 2.507 persone di 95 Paesi in uno spirito teso appunto — come ha ricordato il suo presidente don Virginio Colmegna — a «saldare ospitalità, cultura, carità, contemplazione, giustizia e gratuità»: non solo un dormitorio, cioè, ma «soprattutto un’esperienza di dialogo tra diversità, tra credenti e non, tra religioni differenti», anche in un momento storico spesso segnato da «complessità, intolleranza, rifiuto, paura, allarme sociale». «Con l’augurio a questa esperienza di crescere ulteriormente — ha detto Scola — perché Milano assuma quella fisionomia di metropoli di cui non si è resa ancora conto». 

In un auditorium affollatissimo Scola e Cacciari hanno dunque discusso di «Carità e cultura» seguendo il filo secondo cui «i poveri hanno molto da insegnarci». Per esempio a «discernere il necessario dal superfluo», ha detto il filosofo, e a riconoscere gli effetti di una «ricchezza che oggi non riesce a essere diversa dal consumo». Ma la povertà, ha insistito il cardinale, non si sconfigge con la sola carità: «Parte integrante della carità deve essere la cultura». Il suo appello sulla Casa: «Perché questa esperienza continui c’è bisogno dell’aiuto e del sostegno di tutta la comunità cristiana e non solo». In questi anni, ha concluso don Colmegna, «abbiamo sentito forte l’abbraccio della città: ma non smettiamo di chiederlo ancora». 

P.F.


Avvenire

Casa della Carità è diventata «esperienza di umanità condivisa» e promotrice di «coesione sociale», perché non si è accontentata di essere un «dormitorio » ma ha voluto sempre essere «un vero e proprio laboratorio di pensiero e di incontro, quella che Martini chiamò l’Accademia della carità». Così don Virginio Colmegna, presidente della fondazione, ha ribadito la peculiarità profonda, sorgiva, strutturale, della Casa aprendo l’incontro svoltosi ieri nel decimo anniversario esatto dell’inaugurazione della sede di via Brambilla. Nell’auditorium gremito, il cardinale Angelo Scola e il filosofo Massimo Cacciari – testimoniando una sintonia dialogante maturata fin dagli anni del patriarcato del primo a Venezia – si sono confrontati sul tema «Carità e cultura.

I poveri hanno molto da insegnarci», moderati dal sociologo Mauro Magatti (che fu primo presidente della «Accademia della carità»). Una forza rivoluzionaria, liberatrice: ecco la povertà evangelica
secondo Cacciari, povertà che è non possedere nemmeno se stessi, è svuotarsi per ascoltare l’altro, accoglierlo, accudirlo, e vivere così una «povertà attiva» e una carità che non è mera autogratificazione. Una forza che però «la crisi e il tramonto dell’Europa» – scenario additato da papa Francesco, con la sua insistenza sul tema delle periferie – rischiano di disperdere. Se il continente non saprà cambiare rotta, se non ci sarà una «conversione», «verremo sopraffatti da chi è stato reso povero per forza e da chi è tanto povero da non avere più nulla da perdere». 

«Auguriamo a Casa della Carità – e a tutte le opere di carità e di filantropia della nostra città – di poter crescere perché Milano possa assumere quella fisionomia di metropoli che già possiede, ma della quale non riesce compiutamente a rendersi conto»: così Scola ha concluso il suo intervento, dopo aver osservato che «se l’esercizio della carità non è espressione di una cultura, resta inevitabilmente in balia delle ideologie dominanti, dalla xenofobia a forme di rivoluzione violenta».

D’altro lato: «Se la cultura è slegata dalla carità, è incapace di edificare l’umano ». «Il peso che le proposte culturali hanno nella nostra Chiesa è inesistente rispetto al peso delle proposte caritative», ha detto Scola, offrendo quello che lui stesso ha definito «un giudizio molto duro da vescovo ». Dunque: «La cultura è parte integrante
 dell’esercizio della carità».

Lorenzo Rosoli


La Repubblica

Serve ragionevolezza nella programmazione degli sgomberi delle case occupate. Il cardinale Angelo Scola arriva fino a Crescenzago per celebrare i primi dieci anni della Casa della carità, voluta dal suo predecessore Carlo Maria Martini, e torna sul tema delle periferie dove infuria la battaglia per le case popolari. Al termine di un dialogo molto «alto» col filosofo Massimo Cacciari e con don Virginio Colmegna, presidente della Casa della carità, l’arcivescovo esorta le istituzioni a dosare l’uso della forza negli interventi per liberare le case occupate.

«L’altra sera quando sono andato nelle case popolari di Baggio, ho visto grande tensione, ma anche persone molto provate. Gente povera che mostra però grande disponibilità ad accogliere e ad ascoltare. E dobbiamo sfruttare questo momento, prima che la rabbia precipiti nella violenza. È chiaro che non si può dire a chi ha occupato vent’anni fa di andare via dalla sua casa e di andare sotto ai ponti, anche se il principio di legalità va in qualche modo rispettato». Il cardinale sa che questo è un tema scottante per la politica e che non è semplice trovare soluzioni all’emergenza senza far degenerare la tensione nelle periferie.

«Mi pare giusta l’idea emersa al tavolo convocato dal prefetto — sottolinea — cioè quella che si proceda sugli sgomberi di chi è sorpreso ad occupare in flagranza. In questo momento mi sembra un piccolo, ma necessario segno di contenimento dell’illegalità. Non si può lasciare che gli anziani che devono andare in ospedale, tornando, si trovino la casa occupata ». Non vuole dare lezioni ai politici, Scola, anche se in prima fila nell’auditorium di via Brambilla c’è il vice sindaco Ada Lucia De Cesaris. «Il problema di fondo è che il governo nazionale deve tornare a farsi carico del problema della casa: non è pensabile che si costruiscano solo tre o quattrocento case popolari all’anno, con l’emergenza che abbiamo in corso in tutta Italia. E a livello locale, il Comune deve diventare il soggetto che unifica tutti gli interventi e che garantisce la sinergia fra tutte le istituzioni».

Anche Massimo Cacciari, a lungo sindaco di Venezia, parla dell’emergenza nelle periferie: «Non è una questione occasionale e contingente, siamo a un passaggio d’epoca e questi fenomeni tenderanno ad aumentare esponenzialmente. Ed è non solo la povertà a creare rischi e pericoli, ci saranno anche problemi di integrazione degli stranieri», ammonisce. Che fare? «O questa vecchia Europa appronta una grande politica comune per affrontare questi temi, tutti assieme, perché da solo nessuno potrà fare molto, oppure ognuno si arrangerà come riesce, e sarà come inseguire una valanga — dice Cacciari — . Bisogna mettersi tutti assieme e lavorare in sinergia e coordinamento. La povertà non è un problema locale che può risolvere solo Milano, o solo Roma, che magari hanno qualche risorsa da investire, o Napoli, che magari invece non ne avrà nessuna da spendere».

Anche don Colmegna è preoccupato per l’ondata di sgomberi e la rabbia che esplode nelle periferie: «Pensiamo che sia possibile anche di fronte all’aumento della marginalità sociale e dell’esclusione, stare nel mezzo di tanta sofferenza, contribuire a far crescere coesione sociale e cittadinanza inclusiva, mantenendo la scelta di privilegiare nell’ospitalità coloro che sono più privati di diritti, gli ultimi, anche se a volte questa è una solidarietà in perdita».

Zita Dazzi

 
 

Il presidente della fondazione

Iniziative di spiritualità

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