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Isaia 1-6

Cammino di spiritualità 2014/2015 - Domenica 19 ottobre 2014

Il libro di Isaia è certamente, così lo definiscono alcuni commentatori, seducente e grandioso. Si profetizza un Dio che trascende l'uomo e insieme si compromette con la storia umana. È una lettura che riempie di stupore e mistero. Non è certamente un libro facile e per questo richiede una articolata introduzione che noi accenniamo solo brevemente. È il libro più lungo della Bibbia(66 capitoli). Noi come cristiani sentiamo particolarmente caro questo libro per le profezie dell’Emanuele ( Isaia 7,14-Matteo 1,22-23)-, il canto della vigna, il servo di Javhe. Gesù cita Isaia nella sinagoga di Nazaret. Anche ai monaci di Qmram fu particolarmente caro e furono ritrovati nella grotta due rotoli del libro. È certamente per la Chiesa, e per ciascuno di noi quindi, un libro di ascolto, preghiera, studio. Molta tradizione patristica ha commentato Isaia come pure molti commentatori del Medio Evo. Ma soprattutto nei secoli 18º e 19º gli studi ebbero un impulso particolare. Ci furono ricerche che documentarono che il libro di Isaia difficilmente poteva essere opera di un solo autore.

Oggi l'esegesi cattolica è giunta a due convinzioni: esistono tre opere(1-39; 40-55; 56-66) legate tra loro da elementi rilevanti.
Il primo (1-39) viene attribuito al profeta Isaia di Gerusalemme e rispecchia la situazione storica del secolo ottavo a.C.(dominio assiro, vita sociale legata alla città, quella religiosa al Tempio, ricchezza e gravi disuguaglianze sociali). Il secondo (40-55) è attribuito a un profeta anonimo della fine dell'esilio babilonese che chiamiamo DeuteroIsaia. Rispecchia la situazione finale dell'esilio nel secolo sesto(Ciro come l'unto di Javhe, passaggio dal dominio babilonese a quello persiano, durezza della vita dell'esiliato, scarsa sensibilità morale e religiosa con il rischio della idolatria). Nel post esilio un redattore ha compiuto due importanti operazioni. Ha unito le due parti creando unità tra le due opere di Isaia e Deutero Isaia e ha steso una sua riflessione su Isaia 1-55 , dando vita a quella che un esegeta come Duhn ha chiamato Trito Isaia. (56-66) rispecchia la situazione ebraica post esilio createsi dopo l'editto di Ciro del 539(i dissidi tra i nuovi tornati e i rimasti in patria, la superficialità religiosa, il valore del secondo tempio). Tra il quarto e terzo secolo avanti Cristo vengono fatti diversi ritocchi e aggiunte. È dunque importante avvertire subito che dobbiamo rileggere la profezia, il testo aiutati da questa inquadratura storica che ci compete e chi chiede di riportarla alla vita che viviamo, al nostro contesto storico nel quale dobbiamo avvertire la attualità di questa profezia. Sarà impegnativo anche perché è il frutto di una tradizione letteraria maturata nel corso dei secoli. Noi dobbiamo mantenere un atteggiamento di ascolto in obbedienza alla parola di Dio che rivela la presenza misteriosa di colui che avanza, prende posizione, si fa capire, coinvolge. Tratteggiamo ora la figura del profeta, figlio di Amoz , nato a Gerusalemme al tempo del re Ozia, verso il 760 a.C. Prese parte attiva alla vita di Gerusalemme, frequentò la corte e l'ambiente aristocratico della Giudea, si mosse a suo agio nella capitale, tra le sue piscine, i suoi canali, le sue torri, il suo arsenale. Frequentò anche la spianata del Tempio, entrò nelle sale festose dei ricchi e difese fortemente i diritti dei poveri, degli orfani, delle vedove(cfr1,17)-si schierò dalla parte del popolo sfruttato e oppresso-(3,12-15). È un fine letterato, il suo stile è splendido.

A noi tocca, dopo questa breve inquadratura che chi vorrà potrà approfondire, lasciarci attrarre dal testo che leggiamo nell'oggi storico che viviamo ,qui in casa della carità. il nostro profeta come si evince dal versetto uno del capitolo uno è cittadino di Gerusalemme. Sono posti in sequenza ben quattro re di Giuda. Si muove come un aristocratico di raffinata cultura, anche negli ambienti frequentati da personalità di riguardo. Dunque il Dio vivente e santo è il protagonista della storia di tutta l'umanità, anche quella che noi viviamo. Non c'è permesso una lettura intimista, che si tira fuori dalla storia che viviamo, anche la dove si esercita potere, si fanno scelte che incidono sulla vita. Li si deve portare con cultura e competenza il grido dei poveri. Quando Martini volle l'accademia della carità ci ha invitato anche a percorrere questa strada. Ne nasce subito una domanda: se davvero siamo in grado di ricollocare gli incontri, le storie, gli ascolti che facciamo dentro la storia che viviamo per non appropriarci di questo aiuto e riversare su di loro le nostre competenze,il nostro potere. La lettura in profondità della scelta della gratuità si colloca a questa profondità “spirituale”.. Si deve partire dal cambiamento che queste parole portano all'interno della nostra vita, del nostro sguardo, del nostro modo di pensare. Si avverte subito che le intenzioni di Dio si realizzano in una prospettiva universale. In quel periodo storico gli assiri attuavano la pratica della deportazione, per esaurire la possibilità di ricupero da parte degli ebrei che diventavano così una popolazione sfiancata, sradicata, non più in grado di ribellarsi, di rimettere in questione il sistema organizzativo. Anche questa è una riflessione che credo abbia molti aspetti di attualità. Il profeta sta nel mezzo e dà voce, debole ma coinvolgente, in un periodo dove era facile rassegnarsi, dire di non avere possibilità di cambiare. Il profeta osserva questa situazione: Samaria è conquistata, il regno di Israele disintegrato, la popolazione spazzata via, disperse le popolazioni. Non mancano i profughi i quali cercano di mantenere parte del patrimonio culturale della loro storia, i loro riti. Quanto viene recuperato viene portato e custodito nel piccolo regno di Giuda che sopravvive, pur minacciato dalla potenza assira sempre più spietata. Siamo di fronte dunque a grandi sconvolgimenti che provocano profondo turbamento. C'è richiesto di attualizzare questo sguardo. Di questo il profeta è spettatore: è una immensa catastrofe quella che descrive.

Ma oltre al disastro oggettivo esplode il turbamento della coscienza. Vi è, possiamo dire, un dissesto antropologico che comporta uno smarrimento generale, profondo. Vi è un turbamento che entra nella storia nella coscienza, riguarda anche il discernimento della propria vocazione, di come cioè stare nel mondo, quale impegno assumere.
Si noti che non è in discussione l'impegno,ma solo il discernimento sul come stare,su come scegliere. Viene lasciata alle spalle qualsiasi impostazione di isolamento di fuga. Iniziamo la lettura dei primi capitoli, mi permetto di fermarmi soprattutto sul primo capitolo affidando poi a ciascuno l'approfondimento. All'inizio ci sono una serie di tre oracoli che in modi diversi hanno i contenuti di una denuncia. Il profeta fa una sferzante contestazione: è all'inizio di tutto. Si chiede-diremmo noi-di prendere posizione, di sentirsi non estranei o indifferenti. Si noti che il profeta di fronte della crisi, all'invasore che procede di conquista in conquista, richiama la vocazione del popolo di Dio. Non parte dal contestare la potenza assira, ma si rivolge al suo popolo, alla sua vocazione, al dono che ha ricevuto, al privilegio dell’alleanza. E’ dunque un richiamo alla profonda intimità, affettuosa parentela che è stata rifiutata. L’amore è contestato, tradito, rifiutato. E chiama a testimoniare cielo e terra. È una testimonianza ampia che coinvolge il mondo, la storia, tutta la creazione, partendo da noi, dal nostro essere popolo di Dio. Se si rilegge l'evangelico richiamo al “vostro parlare sia sì o no”si avverte subito che lo scorrere della critica al mondo, il richiamare i diritti dei poveri, chiede di partire innanzitutto da noi stessi, dal nostro riconoscerci bisognosi di conversione. Si noti che nel versetto tre compare il termine greppia. Tradotto in greco è lo stesso termine che comparirà in Luca-2,7. 12. 16. Dunque si apre il libro con un invito a guardare al presepio. Vi è un linguaggio tipico dell'alleanza. Tu sei il mio popolo, ma il mio popolo non comprende. E questo è all'interno di una storia di amore ed è questa la colpa del popolo.( V. 4 ). È dunque un tradimento consumato cui la profezia si richiama. Partiamo dunque da noi stessi, ascoltiamo questo richiamo che ci riguarda. E nei versetti (5-8) la denuncia si aggrava e contestualmente le conseguenze negative a cui il popolo è andato incontro.

Sono cresciute in modo brutale le ingiustizie. Si allude all'invasione assira. Tutto il territorio è devastato.
Che rovina! Basta solo Gerusalemme come una capanna in una vigna. Malgrado tutto questo non c'è ravvedimento. Ma al versetto 9 l'oracolo chiude con un inatteso barlume di luce. Ci fa dire chi siamo ancora. Sopravviviamo e questo è un dono gratuito. Non c'è spiegazione plausibile e meritata del fatto che viviamo ancora, e sopravviviamo: è dono. La speranza qualche volta si cava fuori dal fallimento, dalle difficoltà. Il profeta ci chiede di avvertire questo interiormente. E’ questo il mistero del gratuito amore di Dio. Con un'immagine forte papa Francesco descrive la chiesa come un ospedale da campo. Solo dopo questo passaggio riflessivo duplice si può ascoltare il secondo oracolo-(1,10-20) dove l'accusa è rivolta ai capi del popolo. Si noti che quanto si dice nel versetto 10 è uguale al versetto due. È un richiamo fortemente provocatorio. Hanno abusato nella celebrazione del culto. Si mettono in discussione i ricchi, le visite di devozione, le feste liturgiche, comprese quelle penitenziarie. Tutto è inutile, addirittura blasfemo. E vi sono nove imperativi a cui si aggiunge in modo stupendo il 10º:”su venite e discutiamo”. Basterebbe questo richiamo per fermarsi a riflettere e a intonare così la contemplazione per raccogliere questo invito. In questo contesto sono richiamati i diritti dei deboli. . Per questo è ancora storia di salvezza. in modo imprevedibile viene la conferma che questa storia d'amore non è cancellata. È l'ultima strofa dell'oracolo( v. 18-20). Vi è dunque una promessa: ce la faremo, il Dio biblico non ci abbandona. E nel terzo oracolo(1,21-28)-è interpellata la città di Gerusalemme che è diventata una prostituta, luogo di compravendita indiscriminata dove tutto si commercia, anche i valori della coscienza. Ma vi è ancora il sospiro nostalgico che contiene l'affetto intenso e irrevocabile.

In fondo questa pedagogia di Dio deve riempire il nostro cuore, il nostro sguardo sulla città che viviamo. Scorriamo ora velocemente il capitolo due dove vi è l'oracolo che ci invita a guardare verso Gerusalemme (cfr. Michea 4,1-5) ci sarà una grande affluenza di gente, le spade diventeranno vomeri, le lance falci.
La guerra non vale più come criterio per la relazione tra i popoli. anche questa profezia attraversa la storia che viviamo, ci mette in ginocchio a pregare con la preghiera di intercessione, lo stare deboli tra i deboli a invocare, a cavar fuori il coraggio di pregare. . Dunque la salvezza è dentro la catastrofe. Siamo invitati a leggere il capitolo cinque detto il cantico della vigna portando al centro la domanda: “che cosa fareste voi”. Anche qui l'antica intenzione d'amore viene rinnovata. Dio è fedele e noi forse siamo richiamati a colmarci di stupore e a rendere lode. Ecco perché ora possiamo incontrare il capitolo sei ché il capitolo della vocazione di Isaia. Siamo all'inizio dell'anno 740 a.C. Il profeta è un uomo devoto, un aristocratico di Gerusalemme che partecipa al culto ,dice di aver visto la presenza del Dio vivente. Il culto è questa presenza del Dio vivente. Isaia avverte la sproporzione tra la santità del Dio vivente e l'impurità della condizione umana. Vi è un segno di consacrazione: la brace che marca le labbra del profeta. Attraverso le labbra bruciate, si raggiunge l'interiorità, la profondità del cuore. Dio consacra colui che è impuro. non solo lui ma tutto il popolo. è questo il senso della storia, dell'alleanza tra colui che è santo e un popolo di peccatori. Si spalanca l'orizzonte missionario della sua vita. C'è una prospettiva di vita nuova attraverso la catastrofe, non in alternativa ad essa .sarà solo dentro la catastrofe che si aprirà la strada della salvezza. Ed è questo il cammino che ci accingiamo a compiere personalmente, come Chiesa, nel mezzo del nostro operare e vivere. Abbiamo da oggi un mese di tempo per continuare a rileggere questi capitoli, riportarli a noi, contemplare la parola, raccoglie riflessioni proprie perché il cammino che abbiamo iniziato debba essere un cammino di comunità.

don Virginio Colmegna

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