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Apocalisse 3,14-22

Cammino di spritualità 2012/2013 - Domenica 14 aprile

Il cammino che stiamo facendo per riscoprire il senso più profondo del nostro credere radicato sulla parola di Dio è un cammino di ascolto. “All’Angelo della Chiesa …scrivi”. Per questo ci soffermiamo a meditare sul messaggio rivolto alla Chiesa di Laodicea, tenendo fisso lo sguardo sulla Gerusalemme dalle porte aperte, aperta a tutti: l’Apocalisse insiste infatti in modo martellante sull’universalità della salvezza perché la nuova Gerusalemme è aperta a tutte le nazioni, è la speranza per l’umanità intera. La Chiesa, come comunità di discepoli, ci ricorda Papa Francesco, non può essere autoreferenziale e per questo deve portare dentro il suo vivere questa passione per l’umanità. “Ecco la dimora di Dio con gli uomini e dimorerà con loro ” (Apoc. 21,3a), Questa dimora o tenda, che in antico Dio pose tra il suo popolo eletto, ora si pianta tra gli uomini. Questo termine uomini designa tutta l’umanità (8,11; 9,6;8.9.21). L’Apocalisse insiste che si allude a tutti i popoli. La nuova Gerusalemme non è soltanto pienezza della Chiesa, ma costituisce anche la speranza dell’umanità. Cristo, l’Agnello sgozzato ma in piedi, alla fine risulta il vincitore con la vittoriadell’umanità riscattata. Il più grande studioso dell’Apocalisse (V. Vanni) dice: ”Tutta la presentazione di Gerusalemme ( 21,9-22,5) si rivela una e compatta in una dimensione cristologica unitaria…la nuzialità tra Cristo e la sua sposa comporta una reciprocità illimitata, tutto ciò che di bello e positivo abbiamo incontrato nelle meraviglie della Gerusalemme nuova: la gloria, la luce, la stabilità della città dipendono direttamente da lui. E’ lui che costruisce la sua città –sposa secondo le dimensioni del suo amore”. Ecco siamo invitati a partire da questo sguardo su Gerusalemme celeste per poi soffermarci su questo testo.


Apocalisse 3,14-22

All'angelo della Chiesa di Laodicèa scrivi: Così parla l'Amen, il Testimone fedele e verace, il Principio della creazione di Dio:  Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca. Tu dici: «Sono ricco, mi sono arricchito; non ho bisogno di nulla», ma non sai di essere un infelice, un miserabile, un povero, cieco e nudo. Ti consiglio di comperare da me oro purificato dal fuoco per diventare ricco, vesti bianche per coprirti e nascondere la vergognosa tua nudità e collirio per ungerti gli occhi e ricuperare la vista. Io tutti quelli che amo li rimprovero e li castigo. Mostrati dunque zelante e ravvediti. Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me. Il vincitore lo farò sedere presso di me, sul mio trono, come io ho vinto e mi sono assiso presso il Padre mio sul suo trono. Chi ha orecchi, ascolti ciò che lo Spirito dice alle Chiese.

E’ l’ultima delle sette lettere dove potremo scorgere una narrazione continuata della storia della salvezza, da Adamo fino a Cristo. Ciascuna lettera, notano alcuni esegeti, si riferirebbe ad un episodio o periodo della storia sacra. Insomma, per il nostro cammino di fede, si riscopre che la fede non è un generico sentimento di fiducia personale, ma si radica in una narrazione di storia della salvezza. La nostra è una fede biblica, cioè ci chiede di essere ascoltatori della Parola. L’ultima lettera, a Laodicea, ha posto molti problemi di interpretazione; vi è un tono di aspra condanna che alcuni lo riferiscono alla comunità destinataria, altri agli ultimi tempi della Chiesa. Noi diciamo che è rivolta a noi, personalmente come Chiesa, come popolo di credenti. Non vi è fede vera  se non ci si inserisce in un cammino di conversione. La comunità è riprovata per non essere “né fredda, né calda , ma tiepida” (3,15-16). Non è solo mancanza di fervore, ma è anche critica forte a quel legalismo (noi diciamo a quel ritualismo) che non raggiunge il cuore . E’ l’onore  reso a Dio non in spirito e verità. E’ un richiamo che penetra anche nella situazione socio-economica di rilassatezza nei costumi e negli stili di vita. Si consiglia di comprare da Lui “oro, vesti bianche, collirio per gli occhi”. Vi è anche una rilettura della fede che raggiunge anche l’impegno socio-economico. La povertà come condizione di vita è una beatitudine, non una visione negativa della vita. Si vive felici se si fanno i conti con la sobrietà del vivere, perché il nostro cuore dilata e spazia sull’umanità.

L’oro provato dal fuoco significa riconoscere Cristo come Dio. E’ un tratto caratteristico della Parola di Dio, che ne indica l’assoluta pienezza e incorruttibilità (Sal 18,31; Prov 30,5). Dunque la Parola di Dio, e non altre parole umane, chiede di essere ascoltata in radice. E il collirio (3,18) per ungere gli occhi e vederci è il dono che Cristo concede, di scorgere in Lui l’adempimento nascosto delle promesse  contenute nella scrittura. Insomma, l’oro e le vesti bianche sono la buona notizia  e il collirio è la capacità, concessa dall’alto, di riconoscerla. La fede dunque è dono, va accolta, mette in moto la nostra responsabilità perché Cristo è uno di noi. Si è fatto uomo, condivide e ci chiama a condividere per aprire fessure e orizzonti di una speranza inaudita che la vita sbaraglia la morte, che la storia umana, con la misericordia di Dio, è chiamata alla convivialità, alla festa che la Gerusalemme del cielo ci fa intravvedere. Il richiamo “a non farci rubare la speranza, di Papa Francesco riposa in questo orizzonte di visione.
Nelle parole alla Chiesa di Laodicea è descritta anche la paziente pedagogia di Dio verso il suo popolo, verso ciascuno di noi. Ma ci dice anche che il suo avvento è ormai prossimo “sto alla porta e busso” (3,20). Non vi è solo un riferimento personale, ma un riferimento al banchetto messianico, a quelle nozze descritte al cap. 21 e che abbiamo posto all’inizio del nostro incontro di oggi. E soffermiamoci un po’ su questo “bussare”  di Dio . Dio non solo ascolta, ma bussa perché conosce le sofferenze del suo popolo, si rende compartecipe (come l’Esodo ci ha detto) del dolore degli schiavi, della sofferenza degli sconfitti. Quella porta si deve aprire  perché molti sono esclusi (e Dio vuole tutti salvi) e prende il volto e la vita di queste persone, di questi poveri che bussano. La sofferenza provocata dall’ingiustizia  lo chiama a muoversi, a diventare compagno di viaggio degli ultimi, a fare un cammino di liberazione per il popolo.

Perché il grido degli oppressi sconvolge la stessa tranquillità di Dio? Molte religioni affermano che Dio è Padre del re: è una visione monarchica, dove i potenti e i vincitori sono benedetti e da loro si aspettano le briciole di bontà che costringono e chiedono ai vinti di riconoscere la propria maledizione della sconfitta. Con Gesù, con il volto di Dio rivelato dalle Scritture è diverso: fin dal principio Dio offre gratuitamente all’umanità un giardino di delizie perché tutte le persone lo condividano fraternamente nella gratitudine gioiosa al Creatore e nella pace. E’ questa la festa che raggiunge tutti, anzi anche chi si è allontanato è abbracciato e invitato a fare festa. La religione del potere è frutto del peccato, espressione dell’anticristo, secondo l’Apocalisse: tutto ciò è contrario al progetto di Dio, che chiama l’umanità a scoprire il suo Amore gratuito e a viverlo nell’amore vicendevole.

Dio non accetta la sacralità del potere e sceglie la vita dei poveri per tornare a mostrare il suo volto. Si nasconde nelle pieghe della storia, si mette in cammino con gli oppressi, è presente nella fatica del lavoro, nella sofferenza dei torturati, nella spossatezza dei profughi. Ecco perché “sto alla porta e busso” chiede una dinamica contemplativa, che Maria ci insegna, madre dei viventi. Per questo il cammino di Chiesa è cammino di donna che schiaccia il serpente. Chi ha sete del Dio vivente può solo partire per trovare il suo Signore là dove Egli ha scelto di abitare: sulle strade, in periferia, tra i poveri. Ma si noti che non si tratta di far appartenere i poveri incontrati alla Chiesa, ma di vivere la Chiesa lì, essere Chiesa apre le porte perché solo così si incontra il volto di Dio, quella sapienza che sconfigge il delirio dei potenti. “Conosco le tue opere” è l’introduzione di cinque su sette lettere (il numero sette è l’universalità, significa raggiungere tutti nella pluralità dei percorsi e nella ricchezza di un credere che è anche per ciascuno con la sua personalità). E’ dunque un giudizio su uomini, circostanze concrete. L’autore dell’Apocalisse si riferiva esplicitamente alle vicende del popolo di Dio, del popolo ebraico. Si noti che per Giovanni il futuro non significa la fine del mondo, ma la nuova realtà portata da Cristo, che è venuto a contemplare, ma anche ad abolire l’antica legge. Il futuro per l’Apocalisse è già presente, è il crocefisso e da lì rilegge la storia che porta con sé già il germe della Gerusalemme futura. Ecco perché l’Apocalisse ci consente di coniugare strettamente Babilonia e Gerusalemme costruita con le macerie della vita distrutta.

Non è azzardato accostare le macerie ai germogli, la rovina alla nascita, il cadere allo sbocciare. Mi piace questa considerazione. Maceria, nel suo antico uso, indica il muro a secco, uno di quei muriccioli che troviamo spesso come confine di sterminati prati, che fanno da contenimento ai terrapieni dei terrazzamenti dove coltivare è sempre una impresa ingegneristica. Ma osservandoli da vicino quelle pietre stanno lì legate senza malta che le tenga unite e spesso rivelano un pullulare di vita, portato da un seme che ha preso la via del vento per trovare un rifugio dove germogliare. La pianta che crescerà renderà instabile quel muro, giacché la vita   affonda le sue radici nella terra, scalzando una ad una le pietre, per far posto al nuovo che avanza, anche se fuori-luogo e pericoloso per la stabilità del confine,  assicurato dal muricciolo di contenimento. Quel seme crescendo abbatte le difese, apre i confini. Siamo legati da contemplativi operosi “a questo sguardo sull’umanità senza confini, fraternità aperta che attende tutti alla cena  come dice l’Apocalisse. L’incarnazione  è l’ultima profezia che vincola l’uomo all’uomo Cristo, colui che Bonhoffer definisce ”l’essere per l’altro”. “Gesù è colui che viene e in maniera responsabile . Egli non è il singolo che vuole pervenire alla propria perfezione etica, bensì vive come colui che ha assunto e porta in sé l’io di tutti gli uomini”. Forse al termine di questo cammino di ricerca risuonano le parole “chi ha orecchi , ascolti ciò che lo Spirito dice alla Chiesa “. E per ascoltare bisogna immergersi nel silenzio, quello umile che sa essere creativo, prendere in mano anche il linguaggio “impossibile” che solo a preghiera sa esprimere e diventare anche poesia di vita, di gioia e speranza che guarda anche a quella cena che il Signore attende sempre di fare con tutti, nessuno escluso. Attende e per questo semina di futuro il presente. Mi piace concludere  con una poetessa che ci ha lasciato un po’ di tempo fa, ma che ha lasciato tracce profonde in molti di noi, Adriana Zarri. Conclude il suo libro “Erba della mia erba” che racchiude anni di solitudine, preghiera, lavoro quotidiano, di studio, amore per la vita e Dio con quella frase “in una casa c’è una persona che vive”.

Noi siamo impastati da questa poesia della vita
“voi semi nascosti
Non fingete di sfarvi.
Noi lo sappiamo che tremate
La rete sottile di radici
E che risorgerete,
verdi,
come nel tempo della giovinezza”.

Ecco perché il cammino nostro si fa proposta di deserto, di silenzio. La fede è custodita dal silenzio. Ancora A. Zarri dice:
”Nel deserto non ci si ritira, quasi che fosse un guscio, al riparo dalle difficoltà di tutti. Nel deserto si entra, si cammina, ci si immerge, assumendo la storia e i problemi di tutti. Impegnandosi e lottando contro le alienazioni  di questo nostro mondo “.

Ecco la fede è un sogno di vita, un racconto che ci impegna, l’attesa di quel cenare insieme che fa dire ancora:

“danzeremo, a sera,
sopra ai prati infiniti,
e correremo
sopra i raggi di luna
e la tua casa sarà nel nido di una stella”

E concludiamo questo cammino con la preghiera di Charles de Foucault:

Padre mio,
io mi abbandono a te:
fa di me ciò che ti piace!
Qualunque cosa tu faccia di me,
ti ringrazio.
Sono pronto a tutto,
accetto tutto,
perché la tua volontà si compia in me
e in tutte le tue creature.
Non desidero nient’altro, mio Dio.
Rimetto la mia anima
Nelle tue mani,
te la dono, mio Dio, con tutto l’amore del mio cuore,
perché ti amo.
Ed è per me un’esigenza d’amore
Il donarmi,
il rimettermi nelle tue mani
senza misura,
con una confidenza infinita,
perché tu sei il Padre mio.

don Virginio Colmegna

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