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Casa della Carità
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La cappella della Casa della carità
 
 

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X Domenica dopo Pentecoste

1Re 7,51-8,14; Sal 28; 2Cor 6,14-7,1; Mt 21,12-16

3 agosto 2015

Questa mattina ho riletto questa Parola di Dio che oggi ci ha convocato, partendo da una mia esigenza profonda di dare senso al compiere di 70 anni di vita, di cui molti vissuti nel compiere un ministero di prete a servizio di una comunità, di una Chiesa che è tale perché nasce dalla Pasqua, dall’Eucarestia e si fa dono gratuito al mondo intero perché non si possa smarrire mai il sogno creatore di un Dio che, come dice Paolo,” vi accoglierà e sarà per voi un padre e voi sarete per me figli e figlie”. E lo dico in questa casa che è per me non solo una realtà organizzata che ospita, ma è casa di preghiera, di ricerca interiore, di senso da dare a questo sogno e cura di umanità fraterna che si prende cura della bellezza del creato e vive la passione e la condivisione con le vittime che rivelano un tessuto umano lacerato dalla violenza, dal peccato, dall’ingiustizia.

Questo brano di oggi ci mostra la radicalità che il Vangelo richiede e non fa sconti. La casa di Dio, il suo tempio non è più un luogo dove si fanno affari, si mercanteggia la bontà, si usa il suo nome per avere privilegi, si cerca di trattenere Dio per poter poi avvantaggiarsi e rivendicare meriti. Gesù ci dice che la dimora di Dio, quella che Salomone costruì come casa eccelsa e luogo per la dimora in eterno, ora è casa dove si condivide, ci si cura, dove si avvicinano ciechi e storpi e dove si può ascoltare e far vibrare in noi la lode dei bimbi e dei lattanti. E Gesù come profeta utilizza un segno che non ammette esitazioni: rovescia i tavoli dei cambiavalute e le sedie dei venditori di colombe per annunciare che il Dio che vuole essere invocato e adorato non è proprietà di nessuno ma chiede, a chi lo invoca e a lui si affida, di avvertire e testimoniare che è venuto per tutti, e per questo non può mai e poi mai essere contenuto e utilizzato. La fede ci chiede per questo di vivere nel dono, nel segno del gratuito, di fare parlare e cantare in noi questa passione per una creazione buona e molto buona, di consegnare il tempo della creazione a questa attesa di un tempo dove si celebra la pienezza della vita che vince la morte, che in Gesù porta nella carne il dolore dell’umano, si fa vittima con le vittime e ci affida il tempo della riconciliazione e misericordia.

E’ dunque una Chiesa che ci consegna al mondo, che è vissuta dai credenti in ricerca dubbiosi, ma appassionati di umanità, che vivono questa intensa  e vissuta rottura con tutto ciò che consegna una sicurezza falsa e ipocrita. Si è deboli e poveri di certezze e per questo immersi nella povertà, nelle periferie esistenziali, ma instancabilmente ricercatori di giustizia e di umanità riconciliata. Ho imparato in questi anni, ma soprattutto in questo decennio in Casa della carità che non si aiuta chi è debole, ma si cammina con loro e ci si apre alla contemplazione di un amore che è sconfinato, non ha barriere, porta in sé la debolezza e la fragilità, non ha il coraggio e l’umiltà della preghiera, dello sfidare quasi un mondo e un’umanità che mercanteggia e si fa onnipotente e farlo con la povertà della preghiera, dell’invocare proprio come fanno i bambini e i lattanti con la loro ingenuità, con il loro pianto. La preghiera è il gemito, è l’ingenuità di chi accetta interiormente di lasciarsi interrogare dal dubbio, dal perché che sente forte il grido “Dio dove sei?”, e che non ha altro luogo che la condivisione interiore, che  si lascia raggiungere da questa fede che è dono. “Far parlare il non credente che è in noi” e lo pensavo proprio in quel luogo di questa casa dove ho imparato pregare, ad adorare inginocchiati un crocefisso che mi stupisce sempre e portando qui tutti gli sguardi, il fare, le mie e nostre debolezze. Si avverte che la casa di Dio è una casa senza porte, è sempre aperta, ma soprattutto si fa nomade e pellegrina. Oggi sono stato interrogato da un compleanno impegnativo, interiormente, per me. E sono qui a ringraziare e anche a interrogarmi perché a volte e, forse, troppe volte non riesco a far intravedere che è quanto mi anima, è questa sfida e gioia interiore di affidarsi a un amore che è capace di sconfinare sempre, di essere a tal punto esuberante che sfida l’impossibile.

Oggi più che mai abbiamo bisogno proprio perché impastati di terra, di condivisione sempre desiderata, di ascolto dei gemiti, della felicità che guarisce, di lasciarci raggiungere da un Dio che ci lascia un roveto che brucia, ma non si consuma. E qui rimane soprattutto il silenzio interiore che si fa anche poesia, invocazione. “Davvero regaliamoci speranza” e se mi permette vi chiedo di intravedere, anche a volte comprendendo, che sono innamorato di questo Vangelo, di questa vita spirituale che è piena d’interrogativi, di urgenze perché è colma di questo sentimento di adorazione e di fiducia, in un Dio che è uno di noi. Non so se è molto comprensibile razionalmente, i dubbi mi appartengono, ma quando mi metto ad adorare, a confidare e ad ascoltare la Parola, sento in questa gioia che è capace di dare senso alle sofferenze e incomprensioni. Mi affido e vi chiedo di pregare per me, o comunque di avvertire questa amicizia con voi come fondamentale per me. Oggi ho voluto dirvi così che sono felice di essere qui, perché, proprio siamo qui in questa faticosa e fragile quotidianità, sono contento di essere prete e di celebrare qui l’Eucarestia e pregare. E chiedo al Signore di fare la sua volontà e ho detto a Lui che sono a disposizione con l’unica modalità che il mio ministero mi chiede che è quello di essere al servizio del cammino della Chiesa e Chiesa locale.

Laudato sì' e dovunque si può testimoniare questa sete di riconciliazione e misericordia questa Casa vivrà in modo intenso il Giubileo della misericordia. Che il Signore ci doni il dono dell’essenziale, di ciò che conta davvero. Il Vangelo di oggi ce lo indica e questo vale per me, per noi, per la Chiesa, per chi crede, per chi non crede. 

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