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VIII Domenica dopo Pentecoste

Gdc 2, 6-17 ; 1Ts 2, 1-2. 4-12; Mc 10, 35-45

20 luglio 2015

E’ una parola quella che ci ha convocato oggi che ci interpella anche per la sua bruciante attualità. Il popolo di Israele, dopo la morte di Giosuè, si è corrotto e si è dato all’idolatria. La condizione della nostra civiltà è profondamente segnata da questo male sociale, da questo degrado dove sembrerebbe scatenarsi una violenza che non ci rende umani. Quando una bimba muore perché è stata gettata in mare la borsa coi medicinali, quando vediamo che si scatena un rifiuto aggressivo contro l’ospitalità doverosa ci sentiamo come il popolo che non ha ascoltato neppure i giudici. Eppure ci consola la lettera di Paolo che indica che come madre ha preso cura dei propri  figli e come padre ha esortato e incoraggiato a comportarsi in modo degno. Paolo ci testimonia un’umanità materna e paterna che fa intravedere qual è il mondo con  il quale la Chiesa deve stare nel mondo, amando questa umanità, servendola senza attendersi risultati, non pesando su di loro, ma lavorando giorno e notte per essere liberi di annunciare il Vangelo in modo libero e disinteressato.

Questa lettura di Paolo la sento straordinariamente vera, proprio gioendo del dono dello Spirito che è il magistero di Papa Francesco, quel giubileo della misericordia che ci fa accogliere e contemplare il volto misericordioso di Dio. Sì la Chiesa che si fa porta a porta, che si appassiona per l’umanità, per ciascuno che è figlio  amato da Dio. La vita è dono, non la possediamo e noi dobbiamo testimoniare la bellezza del Vangelo sapendo che dobbiamo piacere a Dio e non agli uomini. E’ questa umiltà del cuore che deve farci benedire e lodare quando possiamo avvertire di essere servi inutili, senza vittimismi o vane glorie, ma nel silenzio di chi sa attendere, sa stare nel mezzo anche di situazioni difficili.
Qualche volta emerge la tentazione di rivendicare come proprio merito i piccoli risultati, a consegnare ad altri o alla lamentela i fallimenti e non i risultati.

La Chiesa invocata dal Vangelo è una Chiesa dove vi è  la gioia di essere servi inutili: dare la propria vita è una scelta che dà il senso e l’esperienza di essere amati da Dio. Guardando la vicenda umana dal nostro piccolo osservatorio, convocati dalla Parola a vivere e a comunicare con Gesù morto e risorto, dobbiamo chiedere il dono della passione per l’umanità, per l’altro che è vicino, accanto a noi. E’ la sottolineatura che ci viene oggi, di superare l’indifferenza e di ritrovare il coraggio di annunciare il Vangelo pur in mezzo a tante lotte.
La fede, l’essere discepoli di Gesù è non fermarsi o attardarsi a elencare meriti e rivendicare in modo aperto o meno velato i privilegi. L’unica carriera che ci regala il Signore è l’essere servitori del Signore. La gratuità è un lasciarsi trascinare, prendersi cura come una madre e vigilando con l’attenzione amorosa di un padre. Ecco perché dobbiamo consegnarci a Lui e non farci prendere da desideri di privilegi, come indica il Vangelo di oggi. Quante dinamiche che ci raggiungono interiormente che affaticano e rendono sofferto il nostro impegno di testimonianza del Vangelo.

E’ la povertà del cuore che dobbiamo avere, è lo stile evangelico che fa sì che la Chiesa non pretenda, ma si faccia minoranza che dona il suo martirio, ce l’ha insegnato così un testimone come Arturo Paoli, i tanti piccoli operai del Vangelo che devono accompagnare anche il nostro essere casa che ospita ma che si fa anche ospitare dal Vangelo, dal suo richiamo a sentirci piccoli segni di questa misericordia di Dio, che chiede di non scoraggiarci e di ricomporre sempre in noi ciò che vale e il perché compiamo o cerchiamo questa fedeltà al Vangelo.
Mi ha interrogato molto l’incontro di lunedì scorso con i fratelli e le sorelle mussulmane, con i rappresentanti di altri confessioni religiose, con cittadini responsabili. Casa della Carità senza merito è stata un’opportunità di dialogo. Come cercheremo di vivere questa esperienza di ospitalità temporanea e di emergenza alla parrocchia di Bruzzano, che non dovrà  essere di aiuto ad altri, ma un dono che ci regala l’ospitalità, che può innestare un cammino di comunità cristiana, di Chiesa locale che non ci aiuta ma si fa aiutare (come qui) da quei volti, da quell’anonimato che tale non è agli occhi del Padre.

E’ il gratuito che ci rende servi e  gioiosamente felici della buona notizia del Vangelo. E per questo la preghiera non è più un gesto solo rituale, ma è il nostro stare di fronte a Dio che ci ama e farci attraversare dalla sua passione, anche sofferta e dolorosa, per l’umanità dove molti vengono cancellati o vorrebbero essere resi tali da ingiustizia, ma che agli occhi del Padre sono figli suoi, non dimenticati, come quella bimba che il padre ha dovuto lasciare in quel mare che conta tantissimi morti che non sono tali allo sguardo amoroso di Dio. Il Vangelo ci chiede questo, anche pregando e dando prossimità alle vittime e a tutti i dimenticati.              

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