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VII Domenica dopo Pentecoste

Gs 4,1-9; Sal 77; Rm 3,29-31; Lc 13,22-30

27 luglio 2014

“Gli ultimi saranno i primi” dice il Vangelo; l’avvento del Regno di Dio rivelerà che la salvezza è per tutti, tranne che per gli operatori di iniquità, di ingiustizia. Verranno da oriente e da occidente e siederanno a mensa. Non possiamo celebrare oggi la memoria della Pasqua di Gesù, figlio di Dio e figlio dell’Uomo, senza pensare al fatto che Gesù ha calpestato la terra di Palestina, ora terra insanguinata, dove si sta manifestando la brutalità dell’inimicizia che produce guerra e violenza. Il fiume Giordano, attraversato da Gesù e dove Giosuè, su indicazione di Iahvè dopo che il popolo l’ebbe attraversato, lasciò dodici pietre, simbolo delle dodici tribù, profezia dei dodici apostoli, per ricordare che l’Arca dell’Alleanza aveva attraversato il Giordano. Questo mistero di promessa di pace ora è attraversato da un mistero di iniquità, di impotenza. Rimane la fiducia che in Gesù, che ha portato nel suo corpo i segni della violenza omicida, riposa e si rivela l’attesa di un’umanità salvata, dove gli ultimi saranno i primi. E questi ultimi non possono essere altro che le vittime innocenti che hanno visto la loro vita strappata e lacerata.

Quella tregua interrotta, ma che è ricercata e richiesta, per noi si fa tregua di silenzio e preghiera, di intercessione come fece Abramo con il Dio che manifestava la volontà di condannare Sodoma. Dobbiamo custodire questa debolezza e povertà della preghiera, che si rivolge a quel Medio Oriente che è tragicamente sconvolto. La stessa comunità di Cristiani è perseguitata e costretta a fuggire. Eppure in questa terra vi stanno le origini dell’umanità, l’attesa della terra dove scorre latte e miele, l’attesa della Gerusalemme che discende dal cielo. Chi coltiverà questa speranza che non è priorità di chi si ritiene giusto, ma di chi è svuotato di ogni potere e pretesa, è quasi costretto a fidarsi, ad aggrapparsi alla promessa del Dio che salva. Sì, la fede è davvero, oggi più che mai, un aggrapparsi alla parola che si fa carne, corpo che è Gesù, il figlio di Dio.

E’ fidarsi, o meglio, confidare che non può essere tutto occupato dai potenti che vorrebbero dominare, ma di chi è ultimo, povero tra i poveri. Si tratta di entrare per la porta stretta, quasi forzare questo ingresso e ci deve sostenere questo ardire che è intercessione. Non ci rimane molto per invitare ad una diplomazia di pace se non cercare di dare volto e nome alle tante vittime che in ogni parte del mondo sono il sacramento perenne che il regno di Dio, atteso ed invocato, è per loro. Pregare, vegliare e ricreare quel sentimento di pace, che fece dire, come Papa Francesco, che la violenza genera violenza e non si combatte con la violenza. Il giusto che è Gesù l’ha portata su di sé per sconfiggerla. Ecco perché i tanti martiri conosciuti o anonimi sono il segno che da lì passa la salvezza, quell’Arca che ha attraversato il Giordano, segno dell’arca sorretta da questi ultimi; ecco perché abbiamo scelto domani di vivere un gesto di salvezza e preghiera prima di partecipare con gli ospiti di religione musulmana alla festa per la fine del Ramadan.

Abbiamo condiviso questo appello come un’esperienza che là in Israele, sulle strade da Gerusalemme a Tel Aviv, vive una comunità di pace dove coesistono Ebrei e Palestinesi. Abbiamo invitato a vivere un’ora di silenzio altre realtà, comunità musulmane e comunità ebraiche, operatori, volontari; poi condivideremo una mensa di fraternità ricordando quanto diceva don Tonino Bello “La convivialità delle differenze”.

La preghiera eucaristica di oggi sia anche invocazione e richiesta di pace al Dio della pace.

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