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VI Domenica dopo Pentecoste

Es 3,1-15; 1Cor 2,1-7; Mt 11,27-30

6 luglio 2015

“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”. Ho letto e riletto questo Vangelo che è davvero di consolazione, che da’ un senso al riposo che è la contemplazione di chi ci libera nel profondo e ci da’ la leggerezza dello spirito: ”Il mio giogo è dolce e il mio peso leggero”. Bisogna lasciarci trascinare da questo invito: ”Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi”. Gesù ci dice che si fa carico degli oppressi, diventando lui stesso vittima, che porta su di sé il dolore e il peccato del mondo. Lo chiede anche a noi suoi discepoli e la parola di Dio di oggi ci presenta Mosè che è investito di una missione di liberazione perché Dio ha ascoltato il gemito del popolo di Israele e scende a liberarlo dalla schiavitù. E Mosè avverte questo al roveto ardente che brucia e non si consuma.

E’ questo mistero che è una sapienza che sconvolge i potenti, la sapienza umana. Lo dice Paolo che ci richiama a una sapienza che non è di questo mondo. A noi è rivelato” di no saper altro che Gesù crocifisso”. E’ una parola rivelata che deve essere accolta nel più profondo di noi stessi, ci richiama a una testimonianza che è anche gioia interiore, di una fede che si consegna senza se e senza ma all’essere discepoli di Gesù.Attorno a noi vi è molta stanchezza, che penetra anche in noi che spesso ci sentiamo impotenti, inutili e incapaci di riscoprire il senso di questa comunione con Gesù , vita e via. Sì’ siamo affaticati di speranza, anche come Chiesa che spesso è logorata e ripiegata su se stessa. Ci si lamenta e spesso a motivo, vivendo in un mondo così carico di oppressione, ingiustizia.

Papa Francesco è in viaggio versi territori segnati da povertà e miseria. E’ instancabile il suo pellegrinare, perché i poveri diventino la parola che il mondo attende, perché ci sia vera libertà e per questo seguire Gesù povero perché si sappia essere comunità di poveri carichi di speranza, una speranza che è per tutti e con tutti. Per questo non dobbiamo smarrirci, sentirsi travolti dalla fatica, carichi di lamenti; Mosè stesso voleva ritirarsi, giustificare la sua fragilità. Il Signore dice che ha ascoltato il gemito del suo popolo.Sì dobbiamo pregare, lasciarci inondare da questo riposo del silenzio orante, proprio perché non ci stanchiamo di essere nel mezzo delle fatiche dei poveri, diventando anche noi ascoltatori veri di questo grido di giustizia e di liberazione. Sembrano parole scontate, quasi di routine, ma il Vangelo di oggi ci scuote e ci dice di non perdere il senso del nostro stare tra la gente, di vivere questa prossimità vera.Dobbiamo sapere che c’è la sua consolazione, c’è un modo di non perdere la speranza ed è di consegnare a Lui anche il nostro sentirci stanchi, impotenti senza risultati apparenti. Eppure siamo qui a ritrovare il perché ha senso ospitare, anche quando viene meno una certa sicurezza e garanzia economica.

Ospitare chi, diciamo noi, starebbe in strada abbandonato, stare a vivere con chi sta male e a volte non sa restituirti il “grazie”. Ma la ragione profonda sta nel lasciarci andare a contemplare, cioè porci così davanti a Lui con la debolezza fiduciosa che è stata di Maria, donna umile e sapiente che si è fidata, ha detto sì.Io avverto sempre più che bisogna agire, esprime quella carità operosa che Gesù ha vissuto. ”Le volpi hanno tane, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo”. Insieme dobbiamo lasciarci trascinare da questo linguaggio di speranza. Oggi questo Vangelo l’ho letto e riletto e anche i nostri volti sono raggiunti da questo miracolo e da questo roveto che arde e non si consuma.          

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