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IV Domenica di Quaresima

Es 34,27-35,1; Sal 35; 2Cor 3,7-18; Gv 9,1-38b

4 aprile 2014

“Dove c’è  lo Spirito del  Signore c’è libertà”, dice Paolo e noi siamo chiamati a gioire di questa libertà che ci permette di vedere oltre la speranza, e di fondare il sentirsi liberi nella gioia di scoprire che si è liberati. Abbiamo bisogno di liberarci dall’oppressione, da quell’essere rassegnati a chiedere aiuto senza vedere e diventare protagonisti.

Il Vangelo annunciato e proclamato è libertà interiore, è capacità di avvertire che il Signore ci dona un’Alleanza vera, coinvolgente, ci destina alla gioia della libertà. É la luce della vita che è dono per tutti, capace di convocare tutti alla gioia della fraternità. Bisogna avere il coraggio di stupirci del miracolo della luce, che fa lodare e ringraziare. Il racconto del cieco dalla nascita potremmo dire che è raccontato anche per scuoterci dall’indifferenza, da quell’atteggiamento di genitori che, a fronte del riconoscere un miracolo che li porterebbe a rischiare coraggiosamente, preferiscono non vedere e diventare, loro sì, ciechi non dalla nascita, ma ciechi per la loro ipocrisia. Quel cieco che si fida, va alla piscina di Siloe e continua a riconoscere che il miracolo è avvenuto, che ci vede, è davvero testimone di questo Gesù, luce del mondo, e lo fa fuori dal tempio, anzi sbattuto fuori; proprio da lì, luogo non sacro e custodito, che quel miracolo si fa annunciatore di libertà.

É una libertà che ironizza il potere fragile e apparentemente indagatore dei farisei, corrotti interiormente e spregiudicati nel manipolare la verità. É una verità aperta all’impossibile, a questo Vangelo che dona la vista ai ciechi, libera gli oppressi. É questo Gesù che si fa annunciare e testimoniare da un mendicante che ora ci vede e conferma Gesù come il Signore. Il Vangelo è annunciato dai ciechi, poveri, storpi. É questa la parola nascosta e liberante. É la speranza che è conficcata in quell’abbandono tragico e cupo, pieno di tenebre che è la morte del giusto, crocifisso dalla violenza del potere e permesso dall’ipocrisia indifferente del Pilato che si lava le mani. Questa speranza, che è la luce, va accolta, va contemplata come dice di Mosè nel libro dell’Esodo. Vi è questa parola nuova, sempre nuova che ci dice che ai poveri è annunciata la buona novella. É il cieco mendicante che diventa luce anche per noi, che pensiamo di non essere ciechi, ma che spesso facciamo come i genitori di quel giovane, non più riconosciuto come figlio.

Noi siamo in un mondo dove la libertà è negata, perché la si vuol rendere nostra creatura, un esercizio d’onnipotenza senza limiti; invece la libertà è donata, va invocata, va accompagnata da gesti di fiducia. É anche capacità di chiedere il perdono di Dio, annuncio di luce, luce vera. Il perdono creatore di Dio che fa iniziare sempre vita nuova. Noi siamo capaci di fidarci di Dio veramente, di affidarci alla sua misericordia e di riconoscere questo dono e di avviarci in una nuova vita.
Il mondo intero ha bisogno di vedere scorrere nella storia che viviamo quella speranza che illumina, che dà volto e dignità anche e soprattutto alle tante vittime, al tanto dolore ingiustificato, a volte inspiegabile che incontriamo. É lì che ci chiede aiuto, non un danaro d’elemosina, ma di un poter vedere. “Maestro fa che veda”.

E allora tocca a noi, come Chiesa, popolo di pellegrini, stupirci di questo miracolo. É la luce della carità che eccede, che dilata il cuore, che dà continuamente speranza. E allora quella preghiera di Mosè, quel volto illuminato ci dice che dobbiamo contemplare, farci raggiungere dalla bellezza del Vangelo come Mosè che ha “la pelle del viso raggiante” E allora la libertà da chiedere è quella di fidarsi del suo perdono, d’invocare misericordia e di non farci intristire dalla durezza di cuore, che non sa gioire fino in fondo perché pensa ancora che il perdono sia un contratto meritato o conquistato. É regalato totalmente  e per questo la Chiesa è popolo di pellegrini, poveri e anche carichi di errori, deboli e fragili ma portatori della semplicità, anche ingenua, di fidarsi di un Gesù che ci dice: ”Vai a lavarti alla piscina di Siloe”. Il peccato non è capace di opprimere per sempre, può essere trafitto e attraversato da una luce che dissipa le tenebre; tocca a noi ridare fiducia alla capacità rigeneratrice del perdono che Dio concede.

La storia umana va guardata da quella prospettiva: va capovolto il nostro sentirsi liberi, perché amati davvero da un Dio che si prende cura di noi, che non vuole un’umanità rassegnata a chiedere aiuto alle porte del tempio. Ci chiede di non diventare freddi e calcolatori come quei genitori, ma di avere il coraggio di riconoscere che quel figlio ora vede, anzi è da lui che si riavvia un modo di confermare Gesù come il Signore. E inginocchiamoci a Lui, a questo Gesù che dilata il cuore e ci offre uno sguardo e una luce che fa allontanare cupa tristezza e ci dona l’incanto dello stupore e del vedere, come mai era capitato. La fede è questo nuovo sguardo sul mondo e il contemplare lo sguardo di Dio su di noi. É un nuovo linguaggio, come nuova parola che racconta la meraviglia di un Dio che è padre nostro. Capite! Padre Nostro. 

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