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Domenica delle palme nella passione del Signore

At 6,1-7; Sal 134; Rm 10, 11-15; Gv 10, 11-18

11 maggio 2014

C’ era una discussione sull’assistenza quotidiana a chi aveva bisogno tra quelli di lingua greca ed ebraica: è’ una discussione che ritorna nella sua attualità perché aumenta il numero di coloro che sono bisognosi, che rischiano di non avere diritti, dignità. La cosiddetta “tensione tra i poveri” ritorna in tempi di crisi. Noi la stiamo vivendo in questi giorni in cui abbiamo scelto di aprire l’auditorium, ora pieno di brande, per offrire un minimo di umanità a questo popolo di profughi, di bimbi innocenti che hanno nei volti i segni del cammino vissuto con i loro padri e madri da più di un anno passando da Libano, Egitto, Libia. Hanno subito violenza e pagato trafficanti per sfuggire ai bombardamenti. Non mi dimenticherò mai l’aggrapparsi dei bimbi, al loro guardare in alto quando sentono il rumore degli aerei che passano. La nostra umanità  è richiamata a sentirsi legata a questa sofferenza, a quella domanda quasi omonima, perché cercano di andare via, di passare il confine, dandosi in mano ancora ai trafficanti che speculano sulla loro condizione di profughi. Ecco, loro sono accanto a chi fa le fila per chiedere domicilio, ai tanti che vivono sulla strada, in attesa di casa, a chi è sotto sfratto, ha occupato casa, è abusivo. E ‘un popolo che ha visto ieri all’assemblea del Sicet, sindacato inquilini.

Tra loro si avverte anche la pesantezza del degrado, dei finti poveri, di chi ruba o si distrugge nel bere e sollecita reazioni di opinione pubblica e che vorrebbe aiutare solo i “cosiddetti nostri”, che raccolgono firme.urlando ”Aiutiamoli a casa loro”. E noi scegliamo di mantenere l’ospitalità allargata, dedicandoci a quella  catena di solidarietà e carità che gli Atti indicano. Ma questo è un potere riconsegnare tutte le fragili opere di fraternità umana a quel Signore Gesù, a quella parola che ci invoca anche oggi, in quel convito dove spezziamo il pane e ci riconosciamo corpo unito a Lui, che ha dato la vita perché il mondo viveva la gioia della riconciliazione. Sì Gesù è venuto per tutti “ non è distinzione fra Giudeo e Greco, dato che lui è il Signore di tutti, ricco verso tutti coloro che lo invocano”. E’ una fede in un Gesù, figlio dell’uomo e figlio di Dio, che strappa per sempre il potere della morte, che ci riconduce a condividere ed ad attendere cieli nuovi. Oggi sono con noi anche giovani sconvolti dalla morte atroce e ingiusta di un loro amico. E’ stata interrotta una vita giovane, rimane un perché senza risposta e un allontanare con sdegno chi cerca di consolare. Mi succede spesso qui in Casa della carità quando vedo i volti disperati di chi soffre: mi metto in ginocchio e cerco di cavare fuori le ragioni di una speranza che non può essere vana.

Sì, abbiamo bisogno di condividere le povertà del futuro, il dramma del presente per non smettere di sentirci  in cammino. Abbiamo bisogno di inginocchiarci di fronte al crocefisso e quasi strappare un  motivo di speranza che ci permetta di ascoltare il Vangelo di oggi che pacifica il cuore, che ci dice che il Buon Pastore da’ la vita per le sue pecore e che non è un mercenario che compra le povertà o le usa per i propri interessi. Ecco perché la Chiesa che viviamo, che si allontana da quel modo di vivere, é quella che apre le porte, si fa pellegrina con chi è profugo, con chi è in cerca di pace, pellegrina e incerta, dubbiosa e capace di chiedere, di vivere la preghiera di intercessione, dello stare in mezzo. Sì, nel silenzio operoso di questi giorni, abbiamo scelto di condividere nel piccolo una domanda di fraternità e giustizia fraterna. E’ questo silenzio di preghiera, di commozione, che ci fa intravedere che il Signore è con noi, in quei volti, in quella storia ma che ci dice anche di non perdere mai quel registro interiore, come la prima comunità ha fatto. Confesso che anche in questa difficoltà, che parrebbe attraversare il nostro andare avanti come casa, noi ci lasciamo trascinare dall’urgenza di una carità che non si ferma di fronte a niente.

Per questo quando sappiamo che una famiglia qui ospite ha chiamato stanotte un taxi perché andavano in un posto ad attendere il passatore che li metteva in una macchina per il viaggio verso l’ignoto, ho pregato anche sulla scelta di rendere questo silenzio parola che attraversa la città, non ci consegni solo all’indifferenza e all’impotenza. E poi in ginocchio ho pregato e ho sentito che accogliere ”il buon pastore da’ la vita per le pecore, come Parola di Dio è risentire il coraggio di scommettere ancora sulla speranza che sgorga anche da quel celebrare l’Eucaristia. Sì la morte è sconfitta, l’ingiustizia non è la padrona della storia umana. Si anche per dare senso al nostro tempo di vita, anche per dare carne e sangue a chi soffre, è chiuso nei luoghi di tortura, anche per partecipare al grido di liberazione delle donne. Educarci così a immettere la calma della contemplazione nel fare operoso. Grazie o Signore anche perché ci fai intravedere che tu non ci abbandoni, perché testimoni un amore che non ha preferenze, che escludono ,perché è un amore gratuito. Donaci la capacità di non smarrire questa dimensione del gratuito, dell’accogliere e ascoltare.

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