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III Domenica dopo Pasqua

Sap 19,6-9; Rm 8,28.32; Lc 8,22-25

19 aprile 2015

Parto dall’affermazione di Paolo”Noi pero’ non abbiamo voluto sentirci di questo diritto,ma tutto sopportiamo per non mettere ostacoli al vangelo di Cristo”. E’ questa scelta di non frapporre ostacoli: e qui vi è la radice della scelta di povertà, di una Chiesa che condivide il pellegrinare umano stando al passo dei piu’ deboli.E’ questa vicinanza al Vangelo, questo avvertire che dobbiamo diventare terra buona che da’ frutto al seme che è distribuito in modo abbondante dal seminatore. Non è un’ adesione al Vangelo fragile che non da’ frutto al primo spuntare del sole. Non è una Parola che puo’ essere  soffocata da rovi che crescono.

Dobbiamo diventare terreno libero e spoglio, cioè che attende la Parola, che si fa fecondare dalla Parola. Chiesa e quindi ciascuno di noi. E’ una grande invocazione, preghiera al Padre buono che ci dona questa capacità di ascolto. Si accogliere il Vangelo senza se e ma, con la sua radicalità e semplicita’. E’ questa apertura del cuore che poi si fa interrogativo, sapienza, invocazione alla sua misericordia. Ma per questo dobbiamo vivere questa purificazione del cuore, questa povertà di spirito.Il Signore ci chiede spesso, quasi senza avvertirlo, di lasciarsi attrarre dalla Parola, di non lasciarci trascinarsi dalla tentazione di possederla, renderla adatta a noi. E’ la parola che ha il dono di trascinarci. Ecco perché dobbiamo sentirci legati interiormente a Gesù, vivere e chiedere con insistenza questa fedeltà, che ci chiama, terreno buono bisogna essere. Ecco perché meditavo su quanto ci sta insegnando questa stagione di vita della Chiesa, in un mondo affamato di fraternita’, un’ umanita’ lacerata. E’ un mondo dove le vittime ridisegnano un’ invocazione di pace, ci invitano a comprendere che l’incontro con Gesu’ si puo’ avvertire se questa passione di fraternità, ascolto e condivisione entra in noi, nel nostro modo di vivere, di essere. Dobbiamo accogliere e vivere in noi, nel piu’ intimo di noi stessi  questa Parola. E’ la conversione del cuore.

Noi spesso diventiamo operosi e e frettolosi nel dire che si è accolta la parola. E’ la tentazione di non avere radici e la stanza. Alla prima difficolta’ ci arrendiamo e portiamo in noi quel senso di fallimento che cresce perché non si è liberati interiormente dal sentirsi padroni e possessori della Parola. Ecco perché ci è chiesto il silenzio dell’ascolto, del contemplare la Parola, dell’inginocchiarsi di fronte alla sua presenza. Ci è chiesto di essere umili servitori, in cammino Chiesa pellegrina e povera. Questo nascondimento ci è richiesto e a volte il Signore semina la nostra strada di delusioni, ci interroga e ci chiede di essere costanti. Noi celebreremo questa Eucaristia qui in questa casa dove troppe volte si dice e quasi ne siamo costretti che ospitiamo i più fragili,ma abbiamo una responsabilità interiore che quei volti dimoreranno in noi. E la dobbiamo esprimere con l’umiltà operosa e comunque con l’umilta’ del silenzio implorante. Ecco perche’ contemplare, pregare, invocare. Signore, ti chiediamo la grazia di essere terreno buono.

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